

Immaginate questa scena di fine anni ‘60. Un ragazzo appena quindicenne, una Porsche e un’Alfa Romeo su uno stradone di Barletta. Una sfida sui 50 metri tra lui e questi 2 bolidi con in palio 500 lire. Una follia verrebbe da dire oggi, ed è proprio a una cosa folle che quel giorno qualcuno ha assistito o forse no? Perché il ragazzo pare quella gara l’abbia veramente fatta, l’assurdo è che pare l’abbia anche vinta e con quei soldi sia andato poi al cinema. Realtà, mistificazione o semplicemente una visione romanzata di un aneddoto della vita di un uomo che, senza dubbio stavolta, per qualità sportive e intellettuali non ha più avuto pari. Uno per intenderci che si è iscritto all’Università e da studente alle Universiadi è tornato a casa con il record del mondo dei 200 metri da città del Messico, un record poi durato per ben 17 anni. I professori agli appelli lo chiamavano Pietro Paolo Mennea, per tutti gli altri era semplicemente La Freccia del Sud.
Se il soprannome era legato al celeberrimo treno che collegava Milano alla Sicilia, la storia sportiva, invece, lo ricorda come l’unico atleta ad essersi qualificato per 4 finali olimpiche consecutive, da Montreal ’72 a Los Angeles ’84. Tra queste quella che tutti ricordiamo sono i 200 metri di Mosca ’80 dove il mondo si dovette inchinare alla fame di vittoria dell’allora neo-recordman mondiale. Una partenza lenta, come sempre ci aveva abituati, in una corsia, l’ottava, che definire ostica è pura semantica. Una gara che fece entrare Mennea nella leggenda, gli ultimi 20 metri nei quali tutti sembravano fermi e Pietro invece ne avesse anche per correrne altrettanti allo stesso ritmo. Pensate ad Allan Wells con l’oro già al collo che vide al suo fianco comparire l’italiano, proprio come un treno in corsa. Per essere chiari Mennea fu il secondo italiano, dopo Livio Berruti, e il terzo europeo della storia a sottrarre l’oro olimpico all’atletica nordamericana. Dopo di loro solo un altro europeo ci riuscì, il greco Kenteris. Non dimentichiamoci, inoltre, che nella stessa edizione dei giochi con i compagni Zuliani, Tozzi e Malinverni arrivò anche il bronzo nella 4×400. Un’edizione dei giochi olimpici difficile da dimenticare per l’atleta pugliese.
Pietro, però, non si fermò a ciò che la pista e l’atletica gli avevano regalato. Nella sua carriera accademica arrivò a collezionare addirittura quattro lauree. Insomma, un campione in pista quanto nella vita di tutti i giorni. Sulla pista che fosse un predestinato era già chiaro dal ’72 quando ai giochi di Monaco, al suo debutto olimpico assoluto, portò a casa un bronzo che valeva oro. Non dimentichiamoci, nuovamente, che prima di allora, solo Berruti era riuscito a spezzare il monopolio nordamericano nella disciplina. Nell’olimpiade tedesca arrivò la seconda debacle, stavolta ancora più dolorosa, per quel movimento abituato a vincere ad opera niente di meno che da parte di un atleta sovietico, Valerji Borzov, che colse il successo sia sui 100 che sui 200 metri. Lo stesso atleta est europeo e Mennea diedero vita a un dualismo che vide il suo apice nello scontro diretto agli europei di Roma del ’74 dove Borzov vinse i 100 metri proprio sull’atleta italiano che fece, invece, sua la gara sui 200 metri alla quale il sovietico però non prese parte.
Mennea si ritirò definitivamente, dopo un paio di tira e molla, post olimpiadi di Seul del ’88 e dopo aver dato tutto sé stesso alla causa italiana. A 36 anni non aveva altro da chiedere alla sua vita sportiva. Deteneva da 9 anni il record mondiale sulla distanza preferita, appunto il 19”72 che solo Johnson ai Trials ‘96 riuscì a cancellare dopo ben 17 anni, e che ancora oggi dopo 44 anni record europeo. Era stato assoluto protagonista a livello europeo e mondiale per 12 anni. Il suo tempo era giunto al termine, almeno quello sulle piste con le scarpe chiodate.
Sì, perché a livello accademico, appunto, Pietro non si fermò praticamente mai come già detto, arrivando a collezionare addirittura quattro lauree. Dopo l’addio alle gare si sposò nel ’97 con Manuela Olivieri e avviò attività come avvocato e dottore commercialista. Insomma, fermare Pietro era praticamente impossibile che fosse dentro o fuori dalla pista. Così come è ricordata la sua immensa disponibilità verso tutti, quella di un uomo che non ha mai dimenticato le sue umili origini e il duro lavoro dietro ai successi sportivi e personali.
Quello che ricordiamo dell’uomo Mennea, prima che dello sportivo, è che per lui le parole mai e impossibile non esistevano nel vocabolario, dovevi comunque sempre provarci. Nel 2006 con Emanuela ha dato vita alla Fondazione che ancora oggi porta il suo nome. Tre mesi prima del suo sessantunesimo compleanno, esattamente il 21 marzo del 2013, un tumore al colon ce l’ha portato via lasciando sgomento lo sport italiano e tutti i suoi tifosi.
Nessuno, però, potrà mai portarci via il suo ricordo e quello che è stato e ha significato per tutti noi, l’esempio di un campione tanto nello sport che nella vita di tutti i giorni.
Foto: da sito FIDAL