

DI DAVIDE LUGLI
La storia di Mimì e la nazionale di Pallavolo o di Mila e Shiro ha radici ben più profonde di quelle di semplici anime giapponesi che sono state portate a nostra conoscenza da cartoni animati piuttosto famosi. Tutto comincia nel lontano 53 e precisamente in una fabbrica di Kaizuka, una cittadina non molto distante da Osaka. L’obiettivo della proprietà era quella di creare una squadra di dopolavoriste, la più forte della nazione, e per farlo fu chiamato un ex militare Hirofumi Daimatsu, ribattezzato ben presto “l’allenatore demonio” per via dei suoi metodi di allenamento e condizionamento molto crudi. Le atlete altro non erano che impiegate della fabbrica, le migliori selezionate per le proprie abilità nella pallavolo. Ore di fabbrica e poi allenamenti incessanti, fino a mezzanotte, scandivano la vita delle lavoratrici/giocatrici. In soli cinque anni Daimatsu porta la squadra a vincere tutto quello che c’era da vincere sul territorio nazionale.
Il 1958 non fu, però, solo l’anno in cui la parabola della Nichibo Kaizuka le portò a vincere tutto. Il mito era ancora questione aperta e lo sarebbe stato per lungo tempo, ma viene ricordato come l’anno in cui la federazione giapponese decise di adeguarsi agli standard internazionali. Il Giappone, infatti, decise di adattarsi alle regole internazionali della pallavolo da sei giocatori in modo da permettere anche alle sue squadre di gareggiare a livello mondiale nelle varie competizioni. In questo modo fu anche possibile creare una nazionale che rappresentasse il Giappone ai campionati del mondo. Nemmeno a dirlo, l’allenatore di questa neonata rappresentativa fu proprio Daimatsu che usò l’ossatura della squadra del Kaizuka per dare vita alla rappresentativa nazionale.
Ai mondiali del 1960, a Rio de Janeiro, la formazione giapponese arriva in finale e viene sconfitta solo dalle fortissime sovietiche. Un imprevisto, chiamiamolo così, sulla tabella di marcia che non piacque a Daimatsu che irrigidì, fosse possibile, ancora di più i rigorosi metodi di allenamento promettendo che da quel momento avrebbero vinto tutto quello che c’era da vincere. L’occasione si ripresentò nel 1962, ai mondiali di Mosca. In terra sovietica lo squadrone giapponese non lasciò alcuno scampo alle avversarie, quasi nemmeno un set a dirla tutta. L’unica formazione in grado di mettere un freno, sulla carta, alle atlete giapponesi fu ancora una volta la nazionale sovietica che riuscì a strappare un set alla squadra di Daimatsu. L’unico perso dalle giapponesi in quell’edizione sovietica dei mondiali che decretarono la netta superiorità della propria pallavolo. Il sestetto giapponese era divenuto in pochi anni una squadra imbattibile e le giocatrici erano conosciute ed ammirate in tutto il mondo come “Le Streghe d’Oriente”. I risultati di questa squadra erano il frutto, come dicevamo, di durissimi allenamenti e alla viglia delle Olimpiadi del ’64 un giornalista occidentale, Eric Whitehead, illustrò a tutto il mondo cosa c’era dietro ai successi della formazione di Kaizuka e della nazionale stessa.
In pratica, la vita lavorativa delle atlete cominciava alle 8.00 del mattino e proseguiva sino alle 15.30. Dopo il turno in fabbrica c’erano gli allenamenti, anch’essi all’interno dello stabilimento, che proseguivano quasi senza sosta fino alla mezzanotte. Questo accadeva per 51 settimane all’anno e sei giorni su sette. Daimatsu era visto come un vero demonio, il suo allenamento iniziava da una piattaforma rialzata dalla quale scagliava palloni in ogni dove. Alle pallavoliste il compito di non sbagliare, l’errore non era ammesso. Si, perché ad ogni errore era una pioggia di insulti da parte dell’allenatore e a volte non ci si fermava solo a quelli. Dieci minuti di pausa per mangiare e di nuovo in campo fino a mezzanotte. Un rituale, se così vogliamo chiamarlo, che si ripeteva costantemente, tanto che la mattina successiva le atlete erano nuovamente al proprio turno di fabbrica, eccezione fatta per quelle che dovevano ricorrere alle cure mediche per i postumi degli allenamenti. Ma anche loro si sarebbero, poi, fatte trovare pronte per il nuovo ciclo di allenamento pomeridiano. Sia Daimatsu che le sue “Streghe” non avevano spazio per altro, vita, famiglia, figli. Niente di tutto ciò, per loro esisteva solamente la pallavolo e un solo obiettivo, vincere.
Alle Olimpiadi del ’64, a Tokyo, il Giappone riuscì a fare inserire la pallavolo come competizione per le medaglie e non aveva certo intenzione di lasciarsi sfuggire l’occasione per fare vedere al mondo la propria schiacciante superiorità. Daimatsu, se possibile, intensificò ancora di più i propri allenamenti prima dei giochi per evitare vi fosse qualsiasi distrazione dall’obiettivo. La nazionale giapponese annichilì una dopo l’altra le squadre avversarie sino alla finale, tanto per cambiare, ancora una volta contro l’Unione Sovietica che non ebbe scampo. Fu quello il canto del cigno delle “Streghe d’Oriente” e del loro allenatore Hirofumi Daimatsu che, dopo quella cavalcata vincente nella quale dimostrarono se ancora fosse necessario la propria superiorità, poterono finalmente ritirarsi e dedicarsi a vivere. Si, avete capito proprio bene. A vivere. Ciò che non avevano potuto fare fino a quel momento.
Hirofumi Daimatsu e la capitana di quella invincibile formazione Masae Sakai furono introdotti nella hall of fame della pallavolo mondiale. La formazione del Nichibo Kaizuka inanellò dal 1959 al 1966 una serie di 258 vittorie consecutive sia in campo nazionale che internazionale. Ancora oggi le “Streghe d’Oriente” e Daimatsu sono considerate vere leggende ed esempi da ammirare nell’immaginario collettivo nipponico.
Foto: Autore: The Asahi Shimbun; Copyright: 1964 The Asahi Shimbun