

Recensione di A.C., professore di lingua e letteratura italiana e latina, giornalista e appassionato di sport
Parla di calcio, soprattutto, il nuovo libro di Teodoro Lorenzo, avvocato di professione e scrittore per diletto. Così scrive egli stesso in quarta di copertina del suo «RIMPALLI» (Voglino Editrice), uscito in libreria lo scorso dicembre. In effetti il titolo e la bella copertina di Gianni Mattu, «La partita in strada», fanno subito pensare al calcio, anzi al calcio dei ragazzini che si divertono con il pallone. Ma non solo di questo parla il libro. Anzi il calcio sembra quasi un’occasione per aprire ampie digressioni che costituiscono un contenuto altrettanto importante del racconto calcistico. Si parla di letteratura, di storia, di amicizia. Di vita, insomma.
Due premesse prima di addentrarci nel contenuto del libro. La forma, anzitutto. Teodoro Lorenzo scrive davvero bene. La sua lingua è curata, scorrevole, piacevole, rigorosa nel lessico e persino nella punteggiatura. La seconda premessa: l’autore ha la buona abitudine di esprimere giudizi molto netti, sia che parli di persone o di fatti, anche se questi giudizi potrebbero non essere condivisi da tutti e magari toccare la sensibilità di qualcuno. A mio modo di vedere, è un pregio non secondario. Più che coraggio, è onestà intellettuale di non nascondersi dietro vaghi giri di parole. E veniamo al contenuto.
L’inizio del racconto è ambientato nella Torino dei primi anni Sessanta del secolo scorso, in quella Torino che continuava «ad ingoiare esseri umani da trasformare in braccia e numeri». La Torino degli immigrati dal Sud, alloggiati in case di ringhiera, senza riscaldamento, senza acqua calda, con il bagno fuori, nel ballatoio, in comune con altre famiglie. È la Torino in cui è nato l’autore e in cui ha vissuto la sua fanciullezza e adolescenza, prima in centro, nella casa di ringhiera appunto, poi in un palazzone nel nuovo quartiere di Mirafiori, allora ai confini della città. In questo ambiente Teodoro Lorenzo cresce con un gruppo di amici con cui gioca a pallone in quello spazio tra i condomini che loro stessi avevano definito «la Piazzetta», e che sarebbe poi diventato un grande parcheggio.
Da questa Piazzetta l’autore inizia, quasi per caso, la sua carriera calcistica, prima nelle giovanili della Juventus, poi, dopo un grave incidente che lo tiene fermo per un anno, nelle serie inferiori, in D e C. Ma non è sulla sua carriera che si concentra l’autore. Le sue vicende personali sono uno spunto per ricordare personaggi del mondo del calcio di allora e anche di oggi. Per alcuni, come il suo primo maestro nella Juventus, Mario Pedrale, o per il massaggiatore Sergio Viganò, esprime affetto e riconoscenza; altri sono ricordati con minore entusiasmo. Per altri ancora il giudizio è decisamente negativo. Per Arrigo Sacchi, ad esempio, cui Teodoro Lorenzo imputa la colpa dello stravolgimento del gioco del calcio, sino a farlo diventare un altro sport: «Sembra rugby giocato con i piedi». O per Luciano Moggi e Antonio Giraudo, accusati di aver distrutto lo «stile Juventus»: «Anni di gloriosa storia bianconera finiti nello spurgo di una fogna».
Bellissima, per restare nel mondo del calcio, la distinzione tra «giocare a pallone» e «giocare a calcio». Chi gioca a pallone è il bambino che rincorre la felicità anche da professionista. Chi gioca solo a calcio è uno che svolge il proprio lavoro, magari bene, ma senza l’entusiasmo e la felicità del bambino. Maradona, ad esempio, ha sempre giocato a pallone; Pelé giocava a calcio. E a proposito dell’eterna discussione su chi dei due sia stato il più grande, sintetizza così: «Pelé era la somma di due perfezioni: fisica e tecnica. Sicuramente il primo tra gli uomini. Ma era un uomo. In Maradona si vede la leggiadria di un angelo. È fuori classifica: il figlio del dio del calcio».
La parte dedicata al calcio si completa (ma, in realtà, la serie di osservazioni e giudizi è molto più lunga) con le tre C che, secondo l’autore, occorrono per diventare un calciatore di serie A. Lo dice «con la ruvidezza del linguaggio che si usa negli spogliatoi: capacità culo e coglioni». La «capacità», ossia l’insieme delle doti individuali, è il requisito meno importante, perché non basta senza il secondo, ossia «coglioni», che significa concentrazione, attenzione, sopportazione delle pressioni, volontà di migliorarsi, umiltà e dedizione, disponibilità a soffrire sino allo stremo. Ma neppure questo basta per diventare calciatori di serie A. Ci vuole «culo», ossia la fortuna, che non dipende dall’individuo, ma è «il regno incontrastato del dio del calcio: solo lui può decidere chi ammettere nel suo paradiso».
Ma, come ho detto all’inizio, c’è molto altro, oltre al calcio, nel bel libro di Teodoro Lorenzo. Ci sono digressioni sui Savoia, su Cavour e Garibaldi. Su Torino città, che non gli piace, e sulla «torinesità», che invece gli piace moltissimo: «il torinese è serio e affidabile, è concreto, lavora duro e guarda al risultato. Il lavoro è la sua religione». Una dote, la «torinesità», che egli vede incarnata in Primo Levi, «uomo limpido e cristallino, di una coerenza mai venuta meno», uno che ha fatto il chimico e lo scrittore con lo stesso l’obiettivo: «capire e ordinare i misteri della terra, del cielo e degli uomini».
Intenso e a tratti commovente è il ricordo dei compagni di infanzia: Franco e Claudia, i primi; poi gli amici della Piazzetta, su tutti Paolo che componeva poesie ed è stato capace di scrivere una commedia, di cui il libro riporta ampi stralci, e di farla rappresentare proprio dai suoi amici della Piazzetta. Paolo che «aveva fame di vita, voleva bruciare i tempi», come se sapesse che gli sarebbe mancato il tempo per fare tutte le cose che aveva progettate. Se ne andò, infatti, a ventun anni, in un incidente stradale.
Un bel libro, insomma: di calcio, ma non solo. Un libro che si legge con piacere. Che fa divertire, riflettere e, in certi passaggi, quasi commuovere.