

RECENSIONE DI A.C., Professore di Lingue e Letteratura Italiana e Latina, Giornalista ed appassionato di sport
Vialli, se l’hai visto giocare, non lo puoi dimenticare. Aveva forza, carattere, talento. Capivi che ci metteva intelligenza e cuore in ogni frazione della partita. E poi faceva gol. Ma non lo puoi dimenticare, Vialli, anche se non l’hai visto giocare, però l’hai seguito dopo che aveva chiuso la carriera di giocatore e di allenatore. Saggio ed equilibrato commentatore su Sky. Carismatico, ma mai invadente, come capodelegazione della Nazionale, sino a quell’abbraccio finale, sul prato di Wembley, con il suo «gemello» Mancini. Dignitoso per come ha affrontato la malattia che l’ha portato alla morte a soli 58 anni, il 5 gennaio del 2023. Un campione di calcio, un grande uomo.
Questo giudizio positivo su Vialli si rafforza ancor più leggendo il suo libro postumo, edito da Mondadori proprio nel primo anniversario della sua morte: «LE COSE IMPORTANTI», a cura di Pier Domenico Baccalario e Marco Ponti, con postfazione di Roberto Mancini e un «saluto» di Massimo Mauro.
Nel 2021 Vialli e Mancini, gli indimenticabili «gemelli sampdoriani», avevano pubblicato «La bella stagione», per ricordare lo scudetto vinto con la Sampdoria esattamente 30 anni prima. Subito dopo, Rai Cinema ne aveva tratto un documentario con lo stesso titolo. Le parole di questo nuovo libro derivano proprio dalla registrazione di quel documentario: un racconto in cui Vialli ricorda e commenta la sua esperienza da calciatore, ma parla anche della sua vicenda umana, sino alla malattia.
Il libro si divide in dieci capitoletti, ciascuno con un proprio titolo, in inglese e in italiano. A me, appena ho visto l’impostazione del libro, è venuto spontaneo accostarlo alle Lezioni Americane di Italo Calvino: «Sei proposte per il prossimo millennio», in inglese: «Six memos for the next millenium». Due mondi molto lontani, quelli di Vialli e di Calvino, due personalità differenti, ma con una caratteristica non secondaria in comune: una grande dignità e una profonda umanità, doti che consentono loro di suggerire valori, si chiamino «cose importanti» o «proposte», sui quali sarebbe opportuno riflettere. Calvino propone: «leggerezza, rapidità, esattezza, visibilità, molteplicità» (la sesta, consistency – coerenza, non ha fatto in tempo a scriverla). Dieci «le cose importanti» che Viali esprime sotto forma di suggerimento: «Sii puntuale, Lavora con onestà intellettuale, Sforzati, Comunica con l’atteggiamento, Sii vitale, Fallo per davvero, Mettici passione, Lasciati allenare, Fai qualcosa in più, Sii preparato». Saggi consigli, che non sono parole al vento, perché in essi è facile scorgere la personalità stessa di Vialli, le sue scelte di vita. Sono i fatti che contano, non le parole: «I nostri figli seguono il nostro esempio molto più che i nostri consigli, e quindi ho cercato di parlare meno e di agire di più».
C’è in tutto il libro un valore che nei titoli non compare per nome, ma che ritorna continuamente: amicizia: «C’è sempre bisogno di donarsi affetto, amicizia, di far sentire agli altri che non saranno mai soli, qualsiasi cosa succeda». Per quanto riguarda la sua vita, l’amicizia con Roberto Mancini, anzitutto. E poi l’amicizia che teneva unito quel gruppo straordinario della Sampdoria del presidente Mantovani e dell’allenatore Boskov, che vinse lo storico scudetto del 1990-91 e l’anno successivo arrivò sino alla finale di Coppa dei Campioni, persa purtroppo a Wembley, dove trent’anni dopo Vialli e Mancini si sarebbero presa la loro rivincita con la Nazionale. All’amicizia si lega la fiducia degli altri, ma prima ancora negli altri: «Io credo che l’errore che si commette spesso sia quello di chiedere agli altri di avere fiducia in te, dimenticandosi invece che la prima cosa da fare è mostrare di avere fiducia negli altri».
C’è un altro tema su cui Vialli ritorna più volte: la propria vulnerabilità, «la consapevolezza di non essere perfetti, ma di avere delle fragilità». Accettare questa condizione, le difficoltà, persino gli errori, è il punto di partenza per reagire e migliorarsi: «È dalle situazioni difficili che si cresce, si evolve: il mare calmo non forgia il bravo marinaio, dalla tempesta bisogna uscire migliori di quando si è entrati».
Da questi temi di carattere generale, «le cose importanti» appunto, il discorso scivola e si allarga, direi naturalmente, al calcio: la Juventus, la Nazionale, il Chelsea, ma soprattutto la Sampdoria, un ricordo indelebile, un amore intenso, tanto che Vialli ha persino cercato di acquistare la società, purtroppo senza riuscirci, quando la Samp è finita in quella crisi che tuttora la divora. E sul calcio Vialli propone tante riflessioni interessanti. Sulla diversa caratteristica dei giocatori, anzitutto, una volta legati alla maglia, oggi destinati a continui cambi di casacca: «Credo fortemente al senso di appartenenza. Una volta uno indossava una maglia e lo faceva come se fosse una divisa e i giocatori erano veramente attaccati alle società, ai presidenti e ai compagni. Oggi i calciatori sono un po’ delle piccole aziende. Più si muovono più guadagnano e quindi il senso di appartenenza viene meno».
Un’altra differenza riguarda i giovani che si accostano al calcio: «Noi passavano ore e ore all’oratorio, in cortile, in casa, in camera, in strada» a giocare a pallone; «I ragazzi oggi giocano molto meno: vanno all’allenamento e poi basta». Non sono accuse: sono constatazioni dei tempi cambiati.
Ma non c’è solo calcio nel libro e nella vita di Gianluca Vialli. C’è la sua famiglia d’origine: i genitori, i fratelli. E poi la scelta di fermarsi a vivere a Londra. Ci sono soprattutto la moglie Cathrin e le due figlie, Olivia e Sofia, che Vialli sognava di portare all’altare «come fanno i papà italiani». E ci sono i progetti a cui si è dedicato dopo la carriera sportiva, proprio per «fare qualcosa in più». Uno su tutti: la Fondazione per la Ricerca e lo Sport, creata nel 2003 con un altro ex-calciatore, Massimo Mauro, «con la missione di finanziare la ricerca sulla SLA, la prevenzione e la cura del cancro, e per promuovere i valori dello sport». Una iniziativa davvero lodevole, che ha portato un milione all’anno alla ricerca, ed ha acceso l’attenzione su una malattia ancora poco conosciuta come la SLA. E proprio alla «Fondazione Vialli e Mauro» vanno i proventi di questo libro.
Non manca, nella parte finale, una riflessione sulla sua malattia, una condizione in cui Vialli ha dimostrato, ancora una volta, la sua grandezza umana: «Io ho scelto di non considerarla una battaglia, perché ho pensato che il cancro fosse un avversario troppo difficile da sconfiggere e quindi l’ho interpretato come un viaggio. Ho immaginato di essere in uno scompartimento di un treno in cui all’improvviso entra questo passeggero». Un viaggio che Vialli ha affrontato con la speranza che il cancro un bel giorno venisse a dirgli: «Ok guarda, Luca adesso io scendo e tu continua pure da solo». Una speranza, purtroppo, naufragata.
Un libro intenso, questo di Gianluca Vialli. Un libro che stimola la riflessione su tanti aspetti della vita, non solo del calcio. Un libro che, una volta arrivati alla fine, si sente il bisogno di riprenderlo in mano, per rileggerne alcuni passi, per sentire ancora «le cose importanti» che Gianluca Vialli ha voluto dirci. Grazie Vialli.