

Di Davide Lugli
Non sempre le grandi imprese sono figlie di altrettanti grandi campioni, a volte le storie più belle che lo sport ci regala nascono nel nulla e magari ci rimangono per i motivi più stupidi. Quando però ci vengono raccontate è giusto che diventino un esempio, soprattutto quando il protagonista è il ragazzo della porta accanto, quello che ogni mattina saluti con un semplice gesto della mano e del quale magari non sai nemmeno il nome, non sai nulla. In questo caso il nome lo conosciamo, il protagonista di questa impresa sportiva si chiama Jason Mc Elwain ed è un ragazzino come tanti che vive la sua vita insieme a una forma autistica molto grave che non gli ha precluso però la possibilità di sognare, allenarsi e correre dietro a un pallone da basket. Una malattia che diventa un mezzo, si per abbattere un muro, cancellare in un amen l’ignoranza che purtroppo ancora oggi riempie le nostre vite.
Non è stato facile per i genitori di Jason scoprire la malattia, per loro è stata un’odissea come quella di tanti altri. Entrare in una sorta di giogo infernale, passare da uno specialista all’altro e poi la sentenza, il piccolo è autistico. Jason pronuncerà le prime parole solo a cinque anni ma troverà nel fratello Josh quella sponda che a tanti magari è mancata, e manca ancora oggi, e troverà nello sport il suo mondo, il suo essere uguale agli altri. Il basket, a cui i 2 fratelli giocano in continuazione e che libera da quelle catene invisibili l’essere del ragazzino, lo fa crescere e lo aiuta. Trova sulla sua strada Jim Johnson, un coach della Greece Athena High School che anziché chiudergli la porta lo fa entrare, lo allena e lo fa sentire come tutti i ragazzini della sua età. Ha appena 15 anni quando entra nella palestra e il suo sogno diventa realtà.
Jason accetta di buon grado anche il ruolo nella squadra, si impegna tutta la settimana con i compagni e ad ogni partita si siede a fianco del coach dove segna statistiche e compila referti, questo per tre anni. È il suo modo di essere parte attiva del gioco e non è un peso per lui, certo gli piacerebbe entrare in campo, giocare e segnare, ma quello è il suo ruolo in quel momento e fa di tutto per farlo bene. La sua squadra, intanto, macina vittorie su vittorie e arriva alla fine a giocarsi il titolo di divisione.
Quello che succede in occasione della finale è qualcosa di straordinario, perché coach Johnson stavolta vuole che Jason non sia al suo fianco a segnare punti, ma in panchina come giocatore effettivo con tutti i suoi compagni di allenamenti. In finale la sua squadra è la favorita e i compagni di Jason prendono un largo vantaggio, giocano come se avessero un obiettivo comune a tutti, come se dovessero fare qualcosa di più in quella situazione. La spiegazione è molto semplice, stanno giocando per lui. A 4 minuti dalla fine coach Johnson lo chiama e lo fa alzare dalla panchina, ovviamente Jason rimane incredulo. Entra in campo e non nasconde ai compagni la possibilità di poter segnare almeno un punto per poter comparire anche lui in quel taccuino, ora affidato a un altro, che per tanto tempo era stato il suo. Se per il ragazzo è un momento unico ed esaltante, a far da cornice c’è un pubblico che capisce la sacralità del suo ingresso e lo accompagna in campo con un tifo sfrenato. I compagni cercano sempre Jason per farlo segnare, primo tiro un mattone, secondo anche. Gli avversari fanno la loro, lo marcano, lo tengono sotto tiro, lo raddoppiano, proprio come farebbero con qualsiasi altro avversario e gli rendono la vita sicuramente difficile, ma sicuramente non più di quanto abbia già affrontato.Si, perché chi nella vita ha cullato un sogno, per chi la vita l’ha affrontata in questa maniera a viso aperto come ha affrontato anche la terribile malattia, quei momenti sono pura catarsi. E allora bisogna provarci, ancora una volta.
Jason tenta ancora da tre e questa volta il tiro va a bersaglio, ma non finisce qua. Eh sì, ha aspettato quel momento a lungo il ragazzo, si è allenato duramente, ha accettato di essere l’ultimo quello che segnava solo le statistiche e ora non ha la benché minima intenzione di fermarsi. Jason esulta, sa che in quel frangente quel muro che lo aveva accompagnato per tutta la vita si sta sgretolando. Così continua imperterrito e in meno di 3 minuti segna una dietro all’altra altre 5 triple, più un canestro da 2, che portano il suo score personale addirittura a contare 20 punti a referto. È l’apoteosi. Quando suona la sirena finale non è il punteggio quello che fa la storia, ma la prestazione di Jason sì. La sua squadra vince il titolo e lui viene portato in trionfo come un eroe dai tifosi, le immagini di quello che ha fatto diventano virali e vengono ritrasmesse da tutti i network nazionali e non solo.
Questa potrebbe già essere la più bella fine di questa favola, ma Jason è colui che con il suo coraggio indomito ha dato il via a qualcosa. Si, perché Jason diventa un esempio e riceve anche il premio della ESPN per il momento sportivo più emozionante dell’anno. Il suo ruolo è quello di rompere finalmente quel muro, tramite interviste, facendo conoscere la sua storia e dando il coraggio a chi, come lui, è stato per fin troppo tempo ai margini, nel silenzio di quell’ignoranza che accompagna la vita di tanti ragazzi e delle loro famiglie che convivono e combattono ogni giorno l’autismo e i suoi, stupidi, preconcetti. La storia di Jason è nel libro “The game of my life” e la sua vita continua come testimonial per raccogliere fondi in favore degli studi sull’autismo e per promuovere progetti di carattere sportivo.