

Di Davide Lugli
Giamaica, isola caraibica che regala a chi la visita paesaggi a dir poco da lasciare a bocca aperta e che è nello sport terra di velocisti e di straordinari campioni come Usain Bolt, Merlene Ottey o Shelley Fraser-Price, solo per citarne alcuni. Una terra magica che nel 1988 partorì qualcosa che nessuno avrebbe mai pensato fosse realizzabile, almeno fino a quel momento e a quella latitudine. Un’impresa che non solo ha ispirato un film, ma che incarnava i veri valori alla base dello sport, quegli ideali, forse anche un po’ utopistici, che sono fondanti del pensiero di Pierre De Coubertin.
Proprio lui, immaginate cosa avrebbe pensato se negli anni 30 se gli avessero detto che alle Olimpiadi avrebbe partecipato una squadra di bob proveniente da un’isola caraibica. Forse, sarebbe stato impensabile anche per lui, ma la bellezza dello sport è proprio che, certe volte, riesce a stupire e concretizza belle favole come quella della partecipazione ai giochi invernali del ’88, a Calgary, della nazionale di bob a quattro giamaicana.
Nonostante il film del ‘93 “Cool Runnings” della Disney, in italia uscito con il titolo “quattro sottozero”, sia una versione piuttosto romanzata dell’improbabile presenza giamaicana alle olimpiadi invernali, quella reale ci racconta come il paese caraibico abbia il merito di aver riscritto le regole dello sport.
L’idea nacque da George Fitch, addetto all’ambasciata americana a Kingston, vedendo le corse dei carretti che si disputavano nelle strade dell’isola caraibica. Il principio era lo stesso del bob, una prima fase di spinta e una seconda in cui con il proprio peso i conducenti dovevano regolare velocità e traiettoria. L’idea c’era, ma non fu facile concretizzarla, anzi. Fitch con la collaborazione dell’uomo d’affari William Maloney e di Ken Barnes, ufficiale dell’esercito e padre del noto calciatore del Liverpool John, decise di sondare gli atleti locali candidati per Seul ’88 e in particolare i velocisti per raccogliere adesioni all’insolito progetto. Fu un fiasco, chiaramente. Nessuno voleva cimentarsi in uno sport di cui a prima vista emergeva unicamente l’estrema pericolosità e non c’era alcuna storicità nel paese. Per nulla scoraggiati, gli ideatori della folle impresa aprirono provini per candidarsi rivolti principalmente agli atleti dell’esercito.
Mike White, velocista della squadra dell’esercito, Devon Harris, ottocentrometrista, e Dudley Stokes, pilota di elicotteri, furono gli uomini che emersero dalle selezioni. Proprio Stokes, morto di covid a marzo nel 2021, ricordò la genesi di quell’impresa in poche ma significative parole: “Sentii parlare di bob la prima volta nel ’87, a metà settembre ne vidi uno, a ottobre ci salii sopra e a febbraio eravamo alle Olimpiadi”. E andò più o meno così. In pochi mesi Fitch ingaggiò due allenatori, l’austriaco Sepp Aidacher e l’americano Howard Siler. Gli atleti non si prepararono prettamente in pista, tutt’altro, era più una preparazione mentale, dovendo abituarsi alle basse temperature, e atletica, per la quale il paese caraibico è sempre stato considerato ideale per via delle condizioni climatiche favorevoli.
Quando sembrava tutto fatto arrivò l’ostacolo più grande, il CIO. Il Comitato Olimpico Internazionale temeva, non proprio a torto, che la partecipazione della squadra giamaicana potesse delegittimare il valore del percorso di qualificazione. Una remora che anche se, in parte, poteva essere fondata, andava contro qualsiasi principio alla base dei giochi olimpici stessi. La squadra giamaicana trovò il sostegno un po’ di tutti, in particolare del principe Alberto II di Monaco, appassionato e praticante di bob, e il CIO dovette prendere atto che il progetto giamaicano, per quanto a prima vista improbabile, meritasse una possibilità.
Il 23 febbraio 1988, a Calgary, White e Stokes riscrissero la storia diventando i primi due atleti giamaicani a partecipare alle olimpiadi invernali. Chiusero trentesimi nel bob a due dopo le quattro prove previste, ma era un inizio, anzi, a dirla tutta la conferma che avevano in primis il diritto di partecipare e che, forse, i dubbi suscitati dalla loro partecipazione fossero ingiustificati. Fitch, visto il risultato, si convinse a presentare anche la squadra a quattro. Il problema erano i fondi per l’iscrizione, l’americano è bene ricordarlo aveva messo tutto di tasca propria. L’entusiasmo per l’impresa era però tale che tramite la vendita di magliette commemorative, ideata dalla moglie di Fitch, vennero immediatamente raccolti i soldi necessari. Mancava però un membro per completare la squadra e Stokes chiamò suo fratello Christian, un velocista in forza all’università dell’Idaho.
La gara non andò per niente bene in pista, ma fu uno dei più grandi messaggi che i giochi olimpici abbiano mai trasmesso. Durante la terza prova, a causa dell’elevata velocità e della poca pratica, il bob giamaicano si ribaltò suscitando momenti di paura per il terribile schianto che coinvolse gli atleti caraibici. Fitch, in cuor suo, dichiarò anni dopo che pensò addirittura di averli uccisi. In realtà, dopo i primi attimi di sgomento generale, i quattro giamaicani uscirono pressoché illesi e a piedi portarono il bob fino al traguardo, tra l’incitamento del pubblico e diventando delle vere e proprie icone. L’ammirazione suscitata da quel gesto, ancora oggi, è ricordata dal CIO come uno dei momenti più rappresentativi dello spirito olimpico. La storia della nazionale giamaicana e quell’impresa non furono un caso, ma un inizio.
A Lillehammer, nel ’94, la compagine caraibica riuscì ad arrivare quattordicesima, un vero trionfo a pensarci bene. In seguito ai risultati convincenti fu costituita in Giamaica una federazione per gli sport invernali e la partecipazione ai giochi diventò per il movimento una costante realtà con quattro partecipazioni consecutive. Nel 2010 a Vancouver i giamaicani esordirono nello ski cross con Errol Kerr e nel 2018 arrivò il momento del primo equipaggio al femminile nel bob, le ex velociste Jazmine Fenlator e Carrie Russell. Le parole più corrette per descrivere il peso sportivo di quanto avvenuto a Calgary e del cambiamento che ha portato con sé, arrivano proprio da un ex protagonista di quella storica partecipazione, oggi a capo della federazione, quel Christian Stokes chiamato all’ultimo per partecipare alla gara di bob: “Non mi concentro sulla prestazione del bob giamaicano, ma sull’idea del bob giamaicano. Una visione, un sogno in mezzo a circostanze molto avverse. Ma la forza di quel sogno è così potente da mettere tutte le cose al loro posto”. Provate un po’ a dargli torto.