

DI DAVIDE LUGLI
È il 28 gennaio 2001. Vincennes è una distesa di bandiere tricolori, oltre 6000 italiani presenti. È dal ’47 che un cavallo nostrano non vince l’Amerique, la corsa per intenderci che nella vita di un trottatore fa la differenza tra l’essere un ottimo cavallo e l’essere leggenda. Gli occhi, manco a dirlo, sono tutti puntati su Varenne e Minnucci, il tandem italiano che anche questa volta è atteso dal solito squadrone francese pronto a mettere loro i bastoni fra le ruote. Mancano pochi secondi alla partenza e se a Parigi c’è il tutto esaurito, in Italia non è da meno con le sale Snai invase da appassionati adunatisi per non perdere l’evento.
La partenza vede subito General du Pommeau andare in testa, ma al suo fianco compare immediatamente un’ombra che porta il pettorale numero 16 e veste colori inconfondibili. È Varenne che in men che non si dica sopravanza il diretto rivale e si mette alla testa della corsa. La tattica di Minucci è chiara, l’anno scorso ci avete spinto all’esterno per tutta la corsa, ora vediamo se reggete questo ritmo. Il Generale non può fare altro che seguire in corda il campione italiano che nel frattempo continua a condurre le danze controllando e respingendo gli avversari. Chiunque si affacci può solo accompagnare il cavallo italiano, Minnucci a questo giro ha deciso di far spendere a tutti l’impossibile un po’ come a voler dire “se riuscite a passare, siete veramente bravi”.
All’imbocco dell’ultima curva il driver romano “stappa” il suo allievo e sembra quasi lo lanci verso la meritata gloria. Gli avversari rimangono tramortiti dall’allungo di Varenne che entra in retta sollecitato ma con un discreto vantaggio. In mezzo allo sventolio di tricolori, Minnucci chiama a suo modo all’adunata il pubblico italiano. Il sogno è realtà, Varenne ha appena vinto l’Amerique. Un puledro che appena quattro anni prima era destinato al mattatoio è entrato, con pieno diritto, nella leggenda.
Vincennes è uno sventolare di bandiere italiane festanti per una vittoria che mancava da 54 anni e che racchiude in sé un trionfo tutto Made in Italy. Sul palo, si intravede in alcune foto, c’è anche un giovane festante bolognese di quasi 2 metri, vestito come se fosse stato spedito in missione al polo Nord. È Matteo Zaccherini che diventerà negli anni a seguire sei volte campione italiano gentlemen. I giornali sportivi italiani, Gazzetta in testa, il giorno seguente metteranno da parte tutto il resto e titoleranno “Magnifique”, riempiendo le loro prime pagine del racconto dell’impresa. Varenne diventa una sorta di Napoleone, si è preso la corona ed è diventato l’imperatore del trotto mondiale.
Giusto, c’è ancora un conto da saldare prima di finire un anno in cui il capitano rivincerà ancora il Lotteria per la gioia del patron Giordano per poi volare fino nella lontana America. Ad aspettarlo all’Elitlopp, per completare il grande slam, ci sono Victory Tilly e i 35 mila svedesi al seguito. Ancora una volta è proprio il portacolori di casa a partire avanti, un marchio di fabbrica ormai conosciuto a tutti vista la necessità a correre in testa dello svedese. Varenne si mette nella sua scia, fa una continua mezza ruota che mette pressione a Joansson che non può far rifiatare un attimo il suo allievo. Sulla retta di fronte Minnucci rompe gli indugi e si mette a caccia dello svedese che prova ad allungare ma non riesce a staccarsi di dosso gli italiani. A metà dell’ultima curva è un ruota a ruota che vede i contendenti entrare in retta di arrivo appaiati. Varenne è tutto in mano e ne ha decisamente di più, demolisce anche Victory Tilly e fa sua la corsa svedese dimostrando, ove ce ne fosse ancora bisogno, che è davvero il miglior trottatore al mondo.
Già il migliore al mondo. Se vuoi esserlo davvero esiste un passaggio obbligatorio, una sfida nella sfida. La Bredeers Crown, una corsa diversa da quelle europee sia per la distanza che per le condizioni climatiche a cui sono solitamente abituati Varenne e Minnucci. È una tappa quasi obbligatoria, perché se è innegabile che Varenne sia l’imperatore del trotto mondiale, ancora più vero è che vincere oltreoceano significherebbe togliere qualsiasi dubbio. Sapete, sia mai gli americani sostenessero il contrario. Ebbene, si va in America dove ad attendere il portacolori italiano ci sono migliaia di italoamericani che vedono nel Capitano una sorta di nuovo Rocky Marciano, una nuova fonte di riscatto dell’italianità tanto vituperata dall’inizio del Novecento ad oggi da quelle parti. E anche stavolta, la storia naturalmente si ripete.
Varenne non ha letteralmente avversari, corre senza dare mezza chance ai suoi pari. Sì, perché al cavallo italiano e a Minnucci non interessa fondamentalmente vincere, quello forse non era mai stato nemmeno in dubbio se vogliamo proprio dirlo. Ciò che vogliono veramente è il record mondiale. Gli ultimi 100 metri sono qualcosa di incredibile con Giampaolo che guarda l’unico avversario che ha al suo fianco, il tabellone luminoso che segna il tempo. Ed è proprio record mondiale. Anche oltreoceano le bandiere italiane accompagnano Varenne e Minnucci in questa nuova straordinaria impresa che sancisce senza dubbi come il Capitano sia il leader indiscusso del trotto mondiale.
Si torna in Europa e all’alba del 2002 l’obiettivo dichiarato, tanto perché ci hanno preso gusto, è rivincere l’Amerique in terra francese