

La storia di un giapponese, un maratoneta, uno che è riuscito a entrare insieme nella storia e nella leggenda senza aver vinto alcuna medaglia. Cosa direste di un atleta che ci ha messo ben 55 anni a completare la propria gara? Eppure, è andata proprio così. Non c’entra la fantascienza, ma una storia di altri tempi di cui forse si è persa memoria ma che per quanto possa sembrare assurda è altrettanto incredibilmente vera. Se Shizo Kanakuri nel 1967 ha festeggiato quel traguardo mai tagliato ai giochi di Stoccolma del 1912, è perché le Olimpiadi sono anche questo, un connubio unico di leggende e belle favole che spesso vedono l’eroe riuscire a raggiungere la necessaria catarsi, anche se, in questo caso, un po’ fuori dal tempo massimo. Ma cosa accadde a Stoccolma e a Kanakuri in particolare modo?
La storia dell’atleta è sin dal suo inizio avvincente e narra di un ragazzo che amava correre, utilizzava proprio lo sport come via di fuga dalle costrizioni di una rigida famiglia che aveva deciso il suo percorso di vita. Loro si, lui un po’ meno. Il suo profondo senso del dovere lo porta, ovviamente, a rispettare il volere del padre, ma accade che in suo aiuto arrivi qualcosa di impensabile, addirittura l’intervento dell’imperatore giapponese Mutsuhito. Perché? Ai giochi di Stoccolma vuole poter far brillare la bandiera giapponese e per questo chiede che vengano effettuate selezioni per trovare i migliori atleti del paese. Nemmeno a dirlo, per la maratona viene selezionato proprio il giovane Kanakuri e figurarsi se quest’ultimo se lo fa dire due volte, ci mancherebbe. Il problema essenziale è ora conciliare allenamento e studio, un’ora al giorno è quanto accordato in prima battuta dal rettore dell’università che deve, però, rivedere il tutto concedendo una dispensa dalle lezioni per gli atleti interessati, seguito intervento del ministro che certamente non vuole essere il capro espiatorio di un eventuale fallimento ai giochi.
Succede così che per il giovane atleta del Sol Levante si apra uno scenario del tutto favorevole, non è obbligato a seguire le lezioni e può passare il suo tempo ad allenarsi. E i risultati arrivano anche, proprio poco prima dell’inizio dei giochi, quando conquista il miglior tempo mondiale nella maratona in 2 ore e 32 minuti. Tutto sembra girare nella maniera giusta, se non fosse che alle Olimpiadi le gambe tremano e il peso delle responsabilità, spesso, diventa insostenibile. Il viaggio per raggiungere Stoccolma si rivela di per se già un’odissea. Shizo e Yahiko Mishima, l’altro atleta selezionato nella velocità, raggiungono la città svedese dopo 18 giorni di viaggio in condizioni a dir poco improvvisate, passando da un treno a un traghetto e poi alla transiberiana. Arrivano distrutti, ma appena in tempo per poter partecipare alla cerimonia di apertura che per i due atleti giapponesi è già un evidente successo. Il problema è che se la pressione è tanta, i risultati del compagno di viaggio di Kanakuri sono letteralmente demoralizzanti visto che si trova a confrontarsi con atleti di ben altro lignaggio e la differenza di livello è tale da non portare alcun segno del suo passaggio.
La responsabilità del successo della spedizione è ora sulle spalle di Shizo che si trova, però, a dover fare i conti anche con le rigide regole dell’organizzazione, tra le quali nessun ristoro e nessun tecnico al proprio fianco. Non bastassero i ferrei diktat della gara, il giorno della maratona ci sono anche 32 gradi inconsueti per la città svedese e si parte alle 13.45. insomma, se qualcosa poteva affossare anche chi aveva uno spirito indomito, tutto quel che poteva essere visto negativamente stava accadendo. 68 i partecipanti e sin dalla partenza c’è bagarre, con proprio il giapponese e il finlandese Tatu Kolehmainen protagonisti. A metà gara l’atleta scandinavo molla e si ritira, restano davanti Kanakuri e il sudafricano Ken McArthur a fare la gara. Quando McArthur decide di scappare, a Shizo non rimane che stringere i denti e provare a gettare il cuore oltre l’ostacolo in una gara a dir poco selettiva e che porta anche alla morte di un concorrente. Il sudafricano, intanto, si allontana agevolmente mentre le gambe del giapponese cominciano a diventare sempre più pesanti.
L’impensabile accade quando Shizo arriva nel borgo di Sollentuma, perché è proprio lì che si perdono le sue tracce. Qualcuno dirà che è impossibile, invece è davvero accaduto. Il motivo è stato spiegato dallo stesso giapponese che arrivato nei pressi di un’abitazione stremato, viene aiutato e invitato a entrare per ristorarsi e riposarsi. In realtà Shizo cadrà stremato in quella casa e si riprenderà solo a corsa ampiamente finita, venendo addirittura dato per disperso dall’organizzazione che avrà, nel frattempo, registrato il record di ritiri a causa delle già citate stringenti regole. Mentre la polizia lo cerca ovunque, senza trovarlo, il giapponese addolorato e umiliato progetta il rientro in patria sotto falso nome per evitare la gogna pubblica. Il suo rientro è altrettanto traumatico, perché una volta in patria scopre di non poter fare nemmeno ammenda e chiedere perdono all’imperatore in quanto quest’ultimo è morto qualche giorno prima. Per Kanakuri tutto quello che poteva era andato decisamente storto e scelse così di ritirarsi mestamente a vita privata.
Il Giappone, però, offre una seconda e una terza possibilità al coraggioso Shizo, prima alle olimpiadi di Anversa del ’20 e poi a quelle di Parigi del ’24. Ma il nipponico non è più quello di prima, ferito nell’animo e svuotato dalla tragica esperienza svedese non va oltre un sedicesimo posto in Belgio e ancor peggio in Francia dove si ritira. Sparisce nel nulla, meglio rimane a vivere nell’anonimato per quasi quaranta lunghissimi anni fino a quando da Stoccolma, e questo è il vero colpo di scena, un giornalista si mette sulle sue tracce. Il perché è semplice, Kanakuri in Svezia è ancora dato per disperso ed è diventato una sorta di leggenda popolare per la quale in tanti cercano una risposta. Shizo, nel frattempo, insegna geografia, è diventato padre di 6 figli e nonno di 10 nipoti. Non è certo nei suoi pensieri parlare di quanto accaduto 40 anni prima, ma in Svezia evidentemente la pensano diversamente.
L’occasione di redenzione, almeno in parte, arriva nel 1967 perché da Stoccolma arriva l’invito ufficiale a Kanakuri di tornare in Svezia per un solo motivo che scopre al suo arrivo. Il comitato olimpico svedese gli racconta che nel paese scandinavo è una sorta di leggenda e gli fanno una proposta molto particolare. Vogliono possa concludere quella gara mai finita e il giapponese accetta. È ora di chiudere i conti con il passato e a 76 anni di rimettere a posto quel qualcosa che in tutti questi anni l’ha tormentato. Raggiunta Sollentuma, a poco a poco percorre quei chilometri che lo separano dallo stadio olimpico, sprinta e, finalmente, taglia quel traguardo. Dopo può finalmente sorridere e dire “è stato un lungo viaggio”. La gara di Shizo Kanakuri è finita dopo 54 anni, 8 mesi, 32 minuti e 20 secondi. La sua storia è una delle leggende più belle e con un lieto fine che le Olimpiadi ci abbiano mai regalato.
Foto: Shizo Kanakuri, 1912, 1966. Credit Foto Eurosport