

Recensione di A.C., professore di lingua e letteratura italiana e straniera, giornalista e appassionato di sport
Aveva «diciannove anni, cinque mesi e un giorno», Franco Bonera, il 26 agosto 1970, quando entrò per la prima volta nella sede della «Gazzetta dello Sport» per inseguire il sogno di diventare giornalista, come gli aveva pronosticato la maestra di quarta elementare. Ne è uscito esattamente dieci anni dopo, nel dicembre del 1980, quando, giornalista ormai affermato, decise di intraprendere nuove strade professionali. Alla «Gazzetta dello Sport» sarebbe poi rientrato nel 2000, prima per fondare e dirigere il magazine «Sportweek», poi come vicedirettore del quotidiano sportivo milanese.
Questi dieci anni iniziali della sua carriera, Franco Bonera li ripercorre ora con un libro, edito da Ultra Sport, che si intitola, direi necessariamente, «PEZZI DI COLORE», il genere di giornalismo che l’autore prediligeva e nel quale si è affermato. Parlare della propria vita, della propria carriera, comporta sempre un doppio rischio: di esaltare la propria figura, facendone quasi il centro dell’universo, oppure di sminuire, per una forma di falsa modestia, il proprio ruolo, falsificando così la realtà storica dei fatti. Franco Bonera evita abilmente entrambi i rischi. Ovviamente le sue vicende professionali e, in minima parte, personali, sono il filo conduttore del racconto, quello che dà un senso al tema specificato nel sottotitolo: «I campioni e le grandi firme degli anni Settanta nei racconti di un giornalista cresciuto con loro».
Il primo aspetto che colpisce il lettore è l’ambiente giornalistico che Bonera descrive. È un giornalismo d’altri tempi, anzitutto sul piano tecnologico, prima dell’arrivo dei computer, di internet, dei social, quello in cui Bonera è entrato nel 1970. Di questo giornalismo egli descrive, a me sembra anche con una certa nostalgia, l’atmosfera che si viveva in redazione. Il suo ingresso come «abusivo», ossia senza contratto e retribuito in nero, e il lungo apprendistato prima che la sua firma apparisse sotto un articolo scritto da lui. L’incontro con giornalisti già affermati, come Gualtiero Zanetti, il direttore, Bruno Raschi, Angelo Rovelli, Luigi Gianoli e Franco Mentana, padre di Enrico, che, non a caso, ha scritto la prefazione al libro; ma anche con giornalisti poco più anziani di lui, ma già avanti nella carriera, come lo scanzonato Maurizio Mosca e il grande Gianni Mura, cui si sarebbe aggiunto ben presto Alberto Cerruti, il «gemello» di Bonera.
L’autore, di questi colleghi, chiamati spesso con il soprannome in uso nella redazione, descrive abilità, astuzie, manie, comportamenti. Descrive soprattutto il rapporto reciproco con loro: Mura gli regala un libro di poesie e lo invita a casa propria per presentargli Eddy Merckx e poi, già uscito dalla «Gazzetta», telefona al direttore per suggerirgli di mandare come inviato alla Marcialonga proprio Bonera, che così riesce finalmente a firmare il primo servizio; Mosca lo intervista al telefono mentre sta facendo il militare, ma poi aggiunge nell’articolo frasi che Bonera non aveva pronunciato; Franco Mentana gli affida l’incarico di scrivere per «Paese Sera» la cronaca della partita in casa di Milan o Inter, firmandola però come Franco Calabrese, lo pseudonimo che Mentana stesso utilizzava quando scriveva per il quotidiano comunista romano. Ma ci sono anche giornalisti non della «Gazzetta»: Candido Cannavò, con cui Bonera va alla scoperta di Buenos Aires durante il Mondiali del 1978; Gianni Brera che lo rinomina «giovane padano», Willy Molco. Gian Paolo Ormezzano ed altri ancora.
Durante il decennio descritto cambierà molto il giornalismo, cambierà molto anche la «Gazzetta dello Sport», non solo la sede, da piazza Cavour a via Solferino, ma anche la proprietà, lo stile giornalistico. E cambieranno di conseguenza i direttori, sino ad arrivare a Gino Palumbo, il direttore al quale Bonera comunicherà la decisione di abbandonare la «rosea».
Altre due caratteristiche del giornalismo emergono dal racconto di Franco Bonera. Anzitutto il maschilismo. Quando, al Giro del 1974, la «Gazzetta» utilizzò per la prima volta una donna, Rosanna Marani, come inviata al seguito della corsa, il fronte maschilista si ribellò sino ad ottenere la cacciata immediata dell’intrusa. La seconda caratteristica è l’autocensura a cui i giornalisti furono costretti durante i mondiali argentini del 1978: il tassista e le hostess parlavano apertamente di migliaia di «desaparecidos», ma i giornalisti non poterono scriverne. E su questa strada, ossia sul mondo giornalistico del tempo, si potrebbe continuare a lungo, perché molti aneddoti sono davvero gustosi. Li scoprirà il lettore.
Accanto al mondo del giornalismo, ci sono ovviamente i campioni che Franco Bonera ha conosciuto in quegli anni. Gianni Rivera, a cui dedica uno scoop che fa imbestialire il capitano del Milan, il quale però, quando al giornale arrivò il «riveriano» Gino Palumbo, gli concede un’intervista esclusiva. Giacinto Facchetti, di cui Bonera evita di scrivere ciò che il capitano interista gli ha confidato fuori intervista. Marco Terdelli, «il giocatorino con il numero 4» del Como, che gli confida di temere il passaggio ad una grande squadra: meglio andare al Cesena. Ivano Bordon e Aldo Maldera, che diventano i suoi informatori telefonici di ciò che succede nelle squadre milanesi, in modo da evitargli i viaggi alla Pinetina o a Milanello. Paolo Rossi, rincorso per mezza Italia nella speranza, vana, di fargli dire che sarebbe andato volentieri al Napoli, come sperava il direttore Palumbo. Nereo Rocco che risponde di mala voglia al telefono, mentre Helenio Herrera sembra aspettare con ansia le telefonate dei giornalisti, ma di Bonera non riuscì mai a pronunciare il nome correttamente; le confessioni dello «Ayatollah» Eugenio Bersellini; il salto vincente di Sara Simeoni a Mosca 1980, vissuto in diretta a casa dei suoi genitori. Tante storie, tanti personaggi, descritti sempre con l’agilità e l’eleganza del grande giornalista.
Chi, per ragioni anagrafiche, ricorda quegli anni e quei personaggi, ritroverà e gusterà nel racconto di Franco Bonera una parte della propria gioventù. Chi, per le stesse ragioni anagrafiche, non ha vissuto quegli anni, vi scoprirà una miniera di informazioni interessanti e personaggi che hanno segnato la storia del giornalismo e dello sport italiano. E potrà valutare quanto, rispetto ad allora, siano cambiati il giornalismo, il calcio, i rapporti con i campioni. Come sia cambiato, in definitiva, tutto il nostro mondo.