

Di Davide Lugli
Una carriera difficilmente descrivibile quella di Maurizio Stecca, pugile peso piuma da Sant’Arcangelo di Romagna. Un mondiale militare nel ’82, la vittoria in coppa del mondo nel ’83 e quella medaglia d’oro a Los Angeles ’84, sarebbero già sufficienti per descriverla al meglio. A questo si aggiungono due titoli mondiali WBO conquistati nel ’89 e nel ’91, senza dimenticare titoli europei e italiani che hanno contraddistinto tra il ’78 e il ’95 il cognome Stecca salito alla ribalta a più riprese, per restare in ambito pugilistico, insieme naturalmente a quello di suo fratello maggiore Loris.
Un personaggio unico Maurizio, uno di quelli che sai avranno sempre l’ultima parola. Ed è così anche sul ring quando nel ’95, ormai trentaduenne, combatte per il titolo italiano. Naturalmente lo vince e decide in quel momento di ritirarsi da campione, perché lui voleva lasciare così, appunto, da vincitore. L’abbiamo raggiunto nei giorni scorsi per sentire dalla sua viva voce parte della sua storia. Un’ora di chiacchierata e di aneddoti nella quale abbiamo inserito le nostre cinque domande, ma potete crederci che Maurizio ha fornito materiale per poter scrivere un libro. Ha raccontato la sua storia, quella di un ragazzo romagnolo che è riuscito, senza alcun dubbio, a coronare il proprio sogno e andare anche ben oltre.
Quando prima tuo fratello Loris e poi tu avete deciso di cominciare a fare pugilato, come l’ha presa vostra mamma che si è trovata due figli, quasi coetanei, entrambi pugili?
“Guarda, i nostri genitori all’inizio non sapevano nulla. Loris andava in palestra per mettersi in forma, questo aveva raccontato a loro. Hanno imparato che Loris faceva pugilato perché hanno sentito dalla radio che aveva vinto, sono rimasti spiazzati. A loro fondamentalmente importava che noi lavoravamo e ci davamo da fare. Quando ho scoperto che Loris andava in palestra per fare pugilato, ci sono voluto andare io ma lui non mi voleva perché gli stavo in mezzo ai piedi. La nostra famiglia non ci ha mai ostacolato, quando ha visto che Loris è stato chiamato in nazionale e vinceva erano contenti. Con me è andata bene di conseguenza. Quando Loris ha perso il titolo contro Callejas a Rimini, mia madre salì sul ring per andare da lui. L’ha protetto come fa una mamma e mio fratello nemmeno sapeva che lei ci fosse. Mio padre ci ha seguito spesso venendo ai nostri incontri, sempre in disparte. Non hanno mai voluto essere ingombranti.”
Quale è stato Maurizio il momento più alto e quello più basso della tua carriera?
“Le Olimpiadi. Vincere a ventuno anni la medaglia d’oro è qualcosa di straordinario. Loris ha fatto da apripista per me nel mondo professionistico, ho incontrato persone che mi hanno guidato, mi hanno consigliato e aiutato a non sbagliare. Non mi sento di rimpiangere nulla della mia carriera, ho incontrato ottimi manager e organizzatori, io ho fatto il professionista e loro mi hanno sempre supportato.”
Cos’è la sconfitta per un pugile?
“La sconfitta per un pugile? Ero preparato alla sconfitta, perché deve essere sempre messa in conto. Diverso è saperla affrontare, non sapevo quando poteva accadere, ma ero pronto a confrontarmi con quel momento. Per esempio, la sconfitta con Espinoza mi ha fatto crescere. Premetto che scelsi io di fermare l’incontro. Lui mi prese con un gancio all’occhio che non mi permetteva più di vedere e continuare sarebbe stato pericoloso per il prosieguo della carriera. In quel momento, in quei secondi, ho ragionato che se avessi continuato avrei rischiato di appendere definitivamente i guantoni al chiodo. Un anno e mezzo dopo sono tornato Campione del mondo.”
Hai terminato la carriera come volevi tu, da campione. Quale è stato il momento in cui hai deciso di dire basta?
“Avevo trentatré anni. Combattevo da quando ne avevo tredici e il fisico mi diceva di dire basta. Dalla sera alla mattina ho deciso di chiudere un’attività italiana, europea e mondiale non senza delle conseguenze quali la depressione. Ho, però, preso questa decisione perché non potevo più mantenere gli stessi ritmi e le vittorie che fino ad allora mi avevano contraddistinto. Non dovevo dare più niente a nessuno, avevo vinto tutto.”
Oggi formi dei ragazzi, immagina di avere un Maurizio Stecca di tredici anni. Cosa gli diresti?
“Faccio tanti incontri nelle scuole. Con i ragazzi del pugilato non insegno quello che facevo io, mi limito a dare dei consigli. Devono capire che ognuno di loro ha una tecnica, ha il proprio schema e devono ascoltare il proprio maestro. È importante rispettino quello che gli viene insegnato e, soprattutto, le regole. Perché se proseguono e non lo fanno, in questo sport, si prendono le botte e fanno male. Dico a tutti loro che sono già dei grandi a entrare in una palestra di pugilato. Quella palestra li aiuta nella vita a non essere degli sconfitti, perché essere degli sconfitti nella vita non va bene. Deve servire loro per crescere, un luogo di confronto e da cui trarre consigli, insegnamenti. Se uno impara il sacrificio quando vince capisce che quel che ha fatto è il risultato di tutto questo e lo apprezza. Imparano che tutto non è dovuto, bisogna prima mettere davanti il dovere e poi apprezzare il traguardo che si è raggiunto. Oggi, purtroppo, non sempre i ragazzi lo capiscono.”
Maurizio è sempre un fiume impetuoso, uno con il quale staresti a parlare per ore, ascoltarlo senza fiatare perché racconta aneddoti della sua carriera e del pugilato che pochi conoscono e lui, come sul ring, non si sottrae mai. Un campione vero, anche oggi. Uno che ha imparato quanto sia dura la strada per arrivare al successo e che nelle sue parole fa intravedere quel ragazzo tredicenne che nel corso di tanti anni è cresciuto imparando tanto dal ring. Un grazie di cuore Maurizio, per l’uomo che sei e il campione che sei stato.
Foto: profilo Facebook Maurizio Stecca