

Di DAVIDE LUGLI
Ogni volta che sento il cognome Maddaloni, francamente, mi emoziono. Un po’ per il bellissimo oro olimpico e la carriera di Pino, poi per tutto quello che ha fatto e significato la famiglia di papà Gianni per Scampia. Ciò che ha fatto Gianni e che continua a fare lo sappiamo tutti, lui e tanti altri sono uno di quegli esempi che meriterebbe maggiore visibilità, essere preso come riferimento per tante altre realtà e, senza nemmeno pensarci, replicato dove occorre. Pino, poi, è un ragazzo incredibile. Gli chiesi un favore post alluvione e mi chiamò ma non riuscii a rispondere. Gli mandai un messaggio, tra l’altro scrivendo una sciocchezza di cui mi sono accorto solo oggi, perché non conoscevo il numero chiamante e lui mi scrisse “Scusami, sono Pino Maddaloni”. Ricordo quel momento di giugno 2023 come fossi oggi. Ero in autostrada, attesi la prima piazzola di sosta e mi fermai immediatamente gli scrissi “Come faccio a dirti di no!”. Lo chiamai pensando, tra me e me, che uno degli sportivi che maggiormente ammiravo mi aveva chiesto scusa per avermi chiamato. Incredibile.
E Pino è davvero incredibile. Un ragazzo di una disponibilità e semplicità unica. Uno che poche volte lo vedi in tv, ma quando capita ti fermi ad ascoltarlo perché dice cose chiare e in maniera diretta, non ha bisogno di girarci intorno. Ed è per questo che è apprezzato da tante persone, certo soprattutto per il suo impegno civico ma anche e in particolare modo per il suo essere veramente genuino. Immaginatevi io, in quel frangente. Ricordai che lo avevo incontrato in un’altra vita, tanti anni prima, ma era un’altra storia. Mi sono trovato a parlare con lui, uno che dagli esordienti agli juniores non ha mai perso, 13 volte campione italiano e, poi, campione europeo nel ’98, nel ’99 e oro olimpico a Sydney 2000, senza dimenticare tanto altro. Mi sono letteralmente bloccato, quando invece avrei voluto chiedergli mille cose, avrei voluto rubargli quei minuti preziosi per fargli qualche domanda. Ma quel tempo che gli avrei preso lo avrebbe dovuto togliere ai suoi allievi. E il tatami non può attendere, così come i suoi ragazzi. Un anno dopo circa ho voluto rubarglieli quel tempo per fargli le mie cinque domande. Secondo voi ha rifiutato? Figurarsi. Lui è Pino Maddaloni, non occorre aggiungere altro.
Come è stato il rapporto con tuo padre quando hai iniziato con il judo? È stato più padre o più un tecnico?
“Più tecnico, non tecnico, no. Più maestro. Penso di aver avuto più un maestro che un papà. Poi ho avuto una grande mamma (Caterina).”
Il momento più alto e più basso della tua carriera, quali sono stati?
“Ci sono stati tanti momenti alti. Di sicuro adesso che dedico il mio tempo ai bambini sia come papà che come istruttore di judo, ma anche come testimonial di valori dello sport. Non ricordo un momento basso.”
Se tu incontrassi un Pino Maddaloni ragazzino oggi e volessi spiegargli cos’è il judo?
“Come ho detto a Caivano, ai bambini che si stanno avvicinando alla mia disciplina, il giorno che metterai il tuo piedino su quel tatami sentirai delle sensazioni meravigliose che io non sono all’altezza di spiegarti”
Se avessi potuto praticare un altro sport, quale ti sarebbe piaciuto fare e perché?
“Tutti. L’importante è che all’epoca, o anche adesso, mi potevi garantire un maestro con un cuore come quello di mio papà.”
Per il movimento nei prossimi anni per quanto riguarda l’Italia, le Olimpiadi o i Mondiali, che speranze hai?
“Il judo italiano dal punto di vista agonistico va fortissimo e andrà sempre più forte. Mi auguro che venga fatta una forte promozione non solo per quello agonistico ma per tutta l’ideologia e la filosofia che c’è dietro. Deve essere fatta una promozione per il judo come metodo educativo.”
A margine desidero evidenziare una cosa e non me ne voglia Pino se faccio questa aggiunta. Quando ho posto la prima domanda nelle sue parole ho sentito l’emozione e gratitudine nei confronti di papà Gianni e mamma Caterina. Ho evidenziato a Pino che tante volte chi guarda il campione si dimentica sempre che dietro c’è, molte più volte di quelle che pensiamo, una famiglia che ha fatto e fa tanti sacrifici di cui non sappiamo nulla. Noi guardiamo il campione, ma spesso dimentichiamo quei genitori, quelle persone, quei maestri (come mi ha ripetuto proprio Pino), che forgiano il campione. Maestri come Gianni e tanti altri, che in silenzio, ci consentono di vivere vere emozioni di sport.
Grazie Pino e grazie a tutta la famiglia Maddaloni per quello che avete fatto, state facendo e farete per tanti ragazzi.
FOTO: da Coni.it