

Di Davide Lugli
Luca Mazzone non sarà solo il prossimo portabandiera, insieme ad Ambra Sabatini, alle paralimpiadi francesi ma è anche per davvero un atleta vero, uno di quei Campioni con la C maiuscola. Un palmares strepitoso con 18 titoli mondiali, 8 medaglie ai giochi tra nuoto e handbike di cui 3 ori conquistati tra Rio e Tokyo. Tutto questo senza dimenticare, davvero, tanto altro. Una vera forza della natura che rende l’idea di quanto le sue imprese sportive siano proporzionali al suo essere uomo prima che atleta. Con le sue parole ti fa capire quanto ami lo sport, quanto il praticarlo sia al centro della sua stessa vita e anche come abbia affrontato tante difficoltà prendendole di petto, come si dovrebbe sempre fare quando la vita ti pone davanti degli ostacoli. Luca è un atleta che spiega come si fa sport, impiega il suo tempo con me fornendo utili feedback su quali siano i punti focali della sua carriera, dell’essere atleta e come affrontare ogni sfida con la consapevolezza di mettercela tutta. È davvero difficile da spiegare a parole quale sia la forza che ti infonde quando lo ascolti, mai banale e sempre puntuale su quelli che sono i punti chiave per diventare ciò che lui è diventato.
Ho chiacchierato con Luca per una mezz’ora prima di porgli cinque domande e ne sono uscito, francamente, decisamente arricchito. Ignoravo tante cose, anche magari banali per qualcuno, ma che raccontate da chi dedica la propria vita alla preparazione psicofisica per affrontare i giochi o i mondiali, offre un quadro preciso di quanto conti il duro lavoro per realizzare il proprio sogno. Luca infonde in chi lo ascolta quel plus che a tanti, magari, manca o è mancato per crederci, provarci. Quello che mi ha raccontato va ben oltre l’essere o meno disabile, sono principi univoci per chi vuole praticare sport e credo fermamente possa essere di esempio per tutti quelli che trovano davanti ai propri sogni degli inciampi, quelli che ogni tanto la vita ci pone davanti. Luca ne sa qualcosa e se ce l’ha fatta lui, per citarlo, perché non ce la dovremmo fare tutti?
Sei andato oltre i limiti aprendo a tanti un mondo e diventando un esempio. Cosa diresti oggi a un giovane che si trova a dover affrontare una disabilità o, più semplicemente, un momento in cui la vita gli pone davanti un ostacolo?
“Io gli direi come un fratello di vivere la vita, perché la vita è una cosa meravigliosa, è una cosa bella. I nostri genitori hanno investito tanto per vederci crescere e con la gioia di vivere sin da quando eravamo bambini. Non va sprecata, assolutamente. Non deve essere sprecata e va vissuta nel modo più congeniale, più bello possibile nel limite delle proprie possibilità. Io ero appassionato di sport e l’ho usato come scudo, come un’arma per farmi forza, soprattutto non facendo caso agli sguardi e alle paure che la gente poteva trasmettermi vedendo un ragazzo che prima era forte e poi costretto quasi all’immobilità. Gli direi di non aver paura, non aver alcun timore e uscire fuori di casa per fare quello che gli piace. Io ho praticato sport ma consiglio di fare tutto quello che è bello. L’importante è uscire di casa, penso ai viaggi, ad andare in discoteca, fare tante cose. Non rinchiudersi in casa a giocare alla playstation e ad auto ingabbiarsi, da cosa nasce cosa, si conosce gente e possono crearsi nuovi stimoli. Io sono di parte e consiglio di praticare uno sport di endurance quale ciclismo, handbike o il nuoto, perché aiutano a produrre endorfine e dopamina. Le endorfine per calmarti ed essere più sereni, la dopamina per alzare il livello di attenzione.”
Quale è stato il momento più bello della tua carriera e quale il più brutto?
“Momenti belli ce ne sono stati tanti. Con il curriculum che mi ritrovo, 18 mondiali, 8 medaglie paralimpiche, difficile scegliere un momento. Ricordo con gioia la mia prima medaglia ai giochi, a Sydney, sui 200 stile libero una distanza sulla quale non avrei mai pensato di prendere medaglie perché agli inizi della carriera sportiva, nel nuoto, avevo proprio difficoltà a tenere le gambe su. Quindi fare i primi 50 metri in quelle condizioni è stato davvero difficile e vincere l’argento battendo il record di Luca Pancalli, mio idolo, è stato veramente un bel momento. Poi c’è anche il primo oro paralimpico e il primo mondiale con l’handbike. Non dimenticherò mai quell’oro a Rio, mi sono scese le lacrime. Mesi prima avevo perso nettamente dal mio rivale americano mentre in quella circostanza sono arrivato primo. Il momento più brutto è stato l’anno scorso, nel 2023, al mondiale di Glasgow. Eravamo in lotta per l’oro e sono andato contro una transenna. Era un argento sicuro e purtroppo l’handbike nella parte posteriore, a causa del porfido umido, ha preso una pietra e ho fatto un testacoda urtando le transenne e rompendo il carro posteriore. Mi è dispiaciuto tanto, soprattutto per i miei amici che tenevano tanto a quell’argento e io con il mio incidente ho penalizzato anche loro. Nel 2016 e nel 2021 avevamo vinto le paralimpiadi e anche i mondiali. È stata veramente un’amarezza tremenda perché oltre a perdere io, ho fatto perdere ai miei amici questa soddisfazione. Un altro dei momenti belli, indelebile, è stata la vittoria a Rio al team relay quando Alex Zanardi si è buttato sopra me e Antonio Podestà in un abbraccio che sembrava un unico corpo. È stato proprio bello quel momento.”
Spesso quando si elogia un atleta paralimpico ci si sofferma più sullo sforzo compiuto per aver superato la disabilità che non sul risultato sportivo in sé. Come ti senti quando il focus si accentra su questo e non sull’impresa stessa?
“Sinceramente non mi sento bene perché lo vivo come una discriminazione. Lo sport è lo sport, se uno accetta di fare fatica e di impegnarsi, superare i limiti, lo fa perché ha passione, amore per lo sport e non perché si noti che ha superato la disabilità. Si, ovviamente le persone notano questo, però secondo me deve passare in secondo piano e non in primo piano questo sforzo di avere superato la disabilità. Prima di tutto devono vedere il risultato sportivo come uno che gioca a calcio e l’altro a pallamano, uno pedala con le gambe e l’altro con le braccia. Lo sforzo è identico, così come l’impegno, il superare i propri limiti, la fatica e le rinunce sono le stesse. A me piacerebbe più che mi elogiassero per l’impresa sportiva.”
Com’è la tua giornata tipo e quali consigli forniresti a chi si vuole mettere alla prova come hai fatto tu e intraprendere il tuo percorso?
“Se dessi dei consigli mi prenderebbero per matto. Lascerei fare a chi ha voglia, a chi ha passione. La mia giornata è molto impegnativa. Il paraciclismo, grazie al cambiamento avvenuto nello sport paralimpico dopo le Olimpiadi del 2012 dove c’è stato veramente un cambio di rotta, mi ha permesso di intraprendere la mia attività proprio come un professionista mentre prima nel nuoto, pur allenandomi con professionisti, non avevo riscontri di tipo economico. Ora posso permettermi di svegliarmi la mattina e pensare ad allenarmi, alla cura della bici, a riposarmi, andare dal fisioterapista perché il corpo facendo sport si usura. La mia giornata è piena, comincia la mattina alle sette e finisce alle dieci di sera quando vado a dormire. La dedico all’allenamento, alle gare e a prendermi cura del fisico, curando ogni aspetto con il mio allenatore. Il riposo e l’alimentazione ricoprono un ruolo fondamentale, oltre all’allenamento. Per me è molto importante l’alimentazione e consiglio a chi vuole intraprendere questo percorso di non curare solo l’aspetto dell’allenamento, ma di curare, molto, l’aspetto dell’alimentazione e quello del riposo. Ovviamente, per chi vuole intraprendere un percorso con l’handbike, consiglio di scegliere per allenarsi strade poco trafficate e dove c’è tanto tanto verde e zone boschive. Io abito vicino all’Alta Murgia e quindi mi alleno in zone dove c’è tanto verde e poco traffico. L’handbike è uno sport meraviglioso che ti mette a contatto con gli altri e con la natura. Tante volte quando sei da solo, sei a contatto con te stesso.”
Un problema comune a tanti che vogliono fare sport è trovarsi davanti ostacoli causati dalla mancanza di strutture o legati al costo dei materiali da acquistare. Quale potrebbe essere una soluzione/agevolazione per chi desidera fare sport e si scontra con queste problematiche?
“Questa è una bella domanda che va al di là delle solite domande perché pone, appunto, il problema dei costi. Il mio sport fatto ad alti livelli e con attrezzature all’avanguardia è molto costoso. Tante volte dico che è assurdo una handbike in carbonio costi anche 20 mila euro. Per i tanti mondiali vinti ho degli sconti sulla bicicletta, sui pezzi in carbonio, ma sono comunque costi esorbitanti. Poi sei ci metti che devi pagarti l’allenatore, le trasferte, gli allenamenti in altura perché qua in Puglia fa caldo e devi farli al fresco, ci vuole un bel budget per affrontare una stagione agonistica. Il governo e le regioni vengono incontro per affrontare queste problematiche facendo dei bandi per avviare i giovani a queste attività. Pagano le handbike e le attrezzature per fare sport, però si potrebbe fare di più per portare a larga scala il nostro sport parlandone sui giornali, in televisione, sui mass media, così che un ragazzo che arriva ad alti livelli possa permettersi di fare fronte alle spese tramite degli sponsor. Per dire, io che ho vinto tanto ho comunque difficoltà a trovare degli sponsor, anzi ringrazio il Circolo Canottieri Aniene, e il mio sponsor Barile Flowers che ha preso a cuore il mio sogno. L’azienda di Terlizzi, che commercializza fiori in tutto il mondo, mi aiuta dal lontano 2013. Senza loro non credo avrei mai potuto raggiungere questi risultati, perché i costi sono esorbitanti e c’è anche una famiglia da mantenere. Luca Pancalli, dopo tante battaglie, è riuscito a farci avere pari dignità permettendo ai giovani fino ai 35 anni di entrare nelle forze armate; quindi, un passo in avanti affinché si affaccino allo sport. Un’altra soluzione potrebbe essere quella che le AUSL facessero una joint venture con le società sportive e chi vuole praticare sport. Lo sport visto come una terapia per stare bene, così da fornire attrezzature per poterlo praticare. Questa è un’idea che mi è sempre piaciuta, perché lo sport tiene lontane le persone dagli ospedali e, quindi, comporterebbe anche un risparmio per la sanità pubblica.”
Desidero ringraziare Luca di cuore, perché in cinque semplici domande credo abbia detto tutto quello che c’era da dire. Le sue risposte ci hanno permesso di addentrarci in un mondo che, forse, per i più è sconosciuto. Le sue vittorie, la sua storia e quelle di tanti altri atleti paralimpici, e non solo, vogliamo siano di ispirazione per tutti coloro i quali trovano sulla propria strada delle difficoltà, degli ostacoli. Perché come dice Luca “la vita è una cosa meravigliosa” e sempre come ha detto lui tanto tempo fa, riferendosi a Luca Pancalli, “Se ce la fa lui, perché non posso farlo io?”. Grazie a te Luca e a tutti gli atleti che quest’estate rappresenteranno l’Italia e gli italiani ai giochi olimpici e paralimpici di Parigi.