

È stato il primo campione olimpico italiano. Anzi, il primo italiano a vincere quella che oggi sarebbe una medaglia olimpica. È successo a Parigi 1900, seconda Olimpiade moderna. Protagonista dell’impresa, negli sport di equitazione, un nobile vicentino di ventidue anni, Gian Giorgio Trissino dal Vello d’Oro, sottotenente del reggimento Genova Cavalleria. Ma lui, ufficialmente, non ha mai potuto gloriarsi del titolo olimpico. E le medaglie, non le ha mai viste. Anzi è passato oltre un secolo prima che quei successi gli fossero ufficialmente riconosciuti come vittorie olimpiche.
È una storia solo apparentemente assurda, quella di Gian Giorgio Trissino. Una storia che, però, è giusto ricordare proprio nell’anno in cui le Olimpiadi ritornano nella capitale francese. Lo ha fatto, con rigore e passione, il suo pronipote, Giorgio Bottalo Trissino dal Vello d’Oro, con un piacevole libro (Editoriale Delfino), il cui titolo e sottotitolo sono quanto mai eloquenti: «PARIGI 1900, I PRIMI ALLORI ITALIANI. Storia di un cavaliere che si scoprì olimpico».
Il libro, arricchito da un piacevole inserto fotografico e con riproduzione di documenti del tempo, si avvale di una «Premessa» di Mauro Checcoli, attuale presidente dell’Associazione Olimpica Nazionale Italiana e, prima ancora, della Federazione Italiana Sport Equestri, nonché vincitore di due medaglie d’oro a Tokyo 1964, e di una «Prefazione» di Marco Impiglia, giornalista e scrittore, tra i fondatori della Società Italiana di Storia dello Sport.
L’autore, dopo aver brevemente ripercorso la storia della sua nobile famiglia, le cui origini più lontane risalgono addirittura al sesto secolo, all’epoca del generale Belisario, al quale l’imperatore Costantino «commendò l’armi», per usare l’espressione di Dante, introduce la figura di questo suo bisnonno, che già «in gioventù aveva imparato bene a montare a cavallo e ad affrontare gli ostacoli, sia nel recinto di allenamento che nelle uscite in campagna aperta».
Arruolatosi nel reggimento Genova Cavalleria, ebbe come maestro Federico Caprilli, vero dominatore della scena equestre di quel tempo, nonché abile intrattenitore nei salotti galanti della Torino di fine secolo. Caprilli aveva ideato il cosiddetto «sistema naturale» di equitazione, che consisteva essenzialmente nella convinzione che «il cavaliere dovesse quanto più possibile assecondare le dinamiche del cavallo in movimento» e non viceversa, come allora si insegnava. Sotto la guida di tale maestro e seguendo il suo metodo, Gian Giorgio Trissino divenne un cavaliere provetto, ottenne molti successi e a ventidue anni, sfruttando una licenza, prese parte alla manifestazione parigina, dove in due giorni conquistò, appunto, due medaglie, le prime di un italiano (oltre a due quarti posti). Il 31 maggio, si classificò al secondo posto nel salto in estensione («saut en longueur»), guadagnando tremila franchi, ed il 2 giugno successivo risultò vincitore nel salto in alto («saut en hauteur») a pari merito con il francese Dominique Maximien Gardères; i due si divisero la vittoria e i conseguenti quattromila franchi del premio.
Ma, nonostante il successo parigino, Gian Giorgio Trissino dal Vello d’Oro, come detto, non poté mai vantarsi ufficialmente di aver vinto un titolo olimpico. Il motivo è semplice e l’autore lo spiega con chiarezza: sino alle Olimpiadi di Barcellona 1992, i partecipanti ai Giochi dovevano essere assolutamente dilettanti e non percepire compensi in denaro. Per questo motivo, le gare equestri di Parigi non erano considerate parte dell’Olimpiade. A Parigi, anzi, si svolsero come uno spettacolo parallelo all’interno di una serie di manifestazioni, tra cui l’Olimpiade, create in concomitanza con l’Esposizione Universale. Solo dopo Barcellona ’92 gli storici dello sport iniziarono «a individuare i nomi dei campioni a tutti gli effetti olimpionici, fino a quel momento non presenti negli albi d’oro ufficiali». E così sono state annoverate come «olimpiche» anche le gare equestri di Parigi 1900 e a Gian Giorgio Trissino dal Vello d’Oro sono stati riconosciuti gli onori che gli spettavano, prima dal CIO, poi dal CONI, che anzi nel 2015 ha voluto inserire una targa con il nome del primo campione olimpico italiano nella «Walk of fame» dello sport italiano, presso il Foro Italico. Peccato che l’ex sottotenente di cavalleria avesse ormai da tempo concluso la sua vita terrena.
Questa, in sintesi, la vicenda sportiva di Gian Giorgio Trissino dal Vello d’Oro, che però nel libro è arricchita da piacevoli aneddoti (il lettore li scoprirà personalmente), che illustrano lo spirito del tempo ed anche alcune ipotesi, ormai smentite, che sembrano quasi parte di un romanzo giallo.
Ma la vicenda umana di Gian Giorgio Trissino non si conclude qui. Abbandonato l’esercito e l’attività equestre, è riuscito ad affermarsi in altre attività, in un certo senso legate a quella tradizione artistica della famiglia che ha come massimo esponente un altro Gian Giorgio Trissino, il letterato autore di «Sofonisba», la prima tragedia italiana (1524) in endecasillabi sciolti, detta «regolare» perché riprende i canoni della tragedia greca, nonché importante teorico sulla questione della lingua nella prima metà del secolo XVI. Il campione olimpico, infatti, nei primi decenni del secolo scorso fu autore musicale (la Ricordi pubblicò i suoi spartiti e li incise per i primi grammofoni a manovella), poi fu autore e regista di ben sei cortometraggi, i cui titoli figurano negli elenchi ufficiali della cinematografia mondiale, ma le bobine sono andate distrutte o smarrite. Si è in prativa rovesciato il destino: Gian Giorgio Trissino dal Vello d’Oro non ha mai visto le sue medaglie olimpiche, noi non possiamo vedere i suoi film.