

Di DAVIDE LUGLI
Un’ora di chiacchierata è davvero difficile da riassumere, soprattutto quando dall’altra parte trovi una ragazza e, oggi, una mamma che ha scritto il suo nome nella storia del nuoto di fondo italiano, europeo e mondiale. Si, perché quando a raccontarti la sua storia è una bolognese che si chiama Martina Grimaldi, ci troviamo senza dubbio al cospetto, per quanto lei ne dica il contrario, di un atleta che ha scritto ben più che solo un “pezzettino” di storia. In forza dal dicembre 2009 alle Fiamme Oro, Gruppo Sportivo Polizia di Stato, è stata la prima italiana a vincere una medaglia olimpica nel fondo, senza dimenticare ori mondiali ed europei. Una vita, la sua, che ci siamo fermati ad ascoltare, ci ha appassionato e che dimostra, se ce ne fosse stato bisogno, come Martina sia un concreto esempio di impegno, abnegazione e umiltà. Questa è la sua storia, quella di una bambina che ha sempre amato i profumi intensi e l’acqua cristallina del mare e che grazie ad esso ha realizzato il sogno di una vita.
Come è nato l’amore per il nuoto e perché hai scelto una disciplina come il fondo?
“Da piccola andavo sempre in vacanza con i nonni sulla riviera Adriatica e con i miei genitori in Sardegna. Io ero sempre in acqua e quando i miei hanno capito che mi piaceva mi hanno portata in piscina. Nel mentre facevo anche ginnastica, mi trovai però a dover scegliere perché a nuoto mi chiesero di passare nella squadra agonistica dell’Arcoveggio. Piano piano, grazie ad allenatori che compresero come io non fossi decisamente una cinquantista, cominciai a cimentarmi nei duecento. Da lì ho cominciato ad allungare sempre più, sino a quando nel 2003 ho fatto la mia prima tre chilometri in vasca. Ovviamente fare la distanza in vasca e in acque libere sono due cose estremamente diverse, così dall’anno successivo ho cominciato a provare le gare in mare fino ad arrivare nel 2005 ad entrare nella nazionale juniores per gli europei. Nel 2006 avevo i tempi per la nazionale maggiore e ho deciso, visti anche gli imminenti mondiali, di partecipare agli europei senior. In quell’anno il CIO decise di introdurre la dieci chilometri nel programma dai giochi olimpici di Pechino. Io lavoravo per la cinque chilometri acquisendo pratica con le acque libere e post mondiali abbiamo deciso di lavorare per allungare la distanza. Nel 2007, a marzo, c’era il mondiale a Melbourne e io mi trovavo anche in quinta superiore. Conciliare lo sport con l’impegno scolastico non è stato semplice e in quell’occasione mi sono cimentata nuovamente nella distanza più breve perché non c’erano i tempi tecnici per fare una nuova selezione. Dall’estate ho cominciato a lavorare sulla distanza più lunga e a Vienna è giunta la mia prima vittoria in coppa del mondo. Da quel momento la mia distanza è stata sempre la dieci chilometri”.
Quando eri piccola cosa sognavi di fare?
“Non ricordo esattamente che cosa sognassi. Mi piacevano le gare di nuovo e le guardavo, magari fantasticando di poter arrivare in nazionale. Sono sempre stata una che aveva l’obiettivo di non illudersi e restare con i piedi per terra, anche perché quando ero nelle giovanili non avevo i tempi per ambire a medaglie. Quelle sono arrivate negli anni successivi quando ero già negli juniores, quando sono cresciuta. Tutte le mie amiche avevano fatto i tempi con facilità per andare ai giovanili e io no; quindi, sognare in grande era un po’ difficile per me”.
Sei stata la prima a vincere una medaglia olimpica nel fondo. Cosa hai provato quando hai realizzato di aver cominciato a scrivere la storia?
“Il traguardo delle Olimpiadi ho cominciato a sognarlo quando nel 2008 sono andata a Pechino. Mi sono detta che di strada ne avevo fatta tanta, ma non ero tra le grandi e forse non lo sono mai stata. Però ne ho passate e fin lì ci ero arrivata. Mi sono detta, vediamo se costruendo sempre di più e lavorando meglio riesco ad ottenere qualcosa. Nel 2009 è arrivato il bronzo ai campionati mondiali di Roma, nel 2010 l’oro di specialità in Canada e nel 2011 l’argento mondiale a Shanghai che mi ha permesso di qualificarmi per Londra. Un risultato conseguito in acque calde, quando io invece prediligo acque più miti intorno ai 18/20 gradi. A Londra sentivo la pressione, venivo da tre medaglie mondiali consecutive e avevo come avversaria la bicampionessa mondiale Payne. Era una gara che sapevo arrivare ogni quattro anni e non sapendo se ci sarei stata la volta dopo, e infatti a Rio non c’ero, la pressione la sentivo. Poi, mettici anche che il nuoto azzurro non aveva ottenuto medaglie, ovvio come gli occhi fossero tutti puntati su di me. È andata bene. Ero da una parte contenta e dall’altra mi sono potuta finalmente rilassare dopo un quadriennio come quello. Un pezzettino di storia l’ho scritto, ma dal mio punto di vista non mi considero tra le migliori di sempre”.
Non solo quello storico bronzo olimpico, ma anche due titoli mondiali e quattro europei (Wikipedia ne ha dimenticato uno…). In una carriera meravigliosa, quale è stato il punto più alto e quello più basso?
“Nella carriera sportiva ci sono sempre alti e bassi. Il mio anno buio è stato il 2015 dove ho interrotto a metà anno il rapporto con il mio allenatore e il percorso che avevo intrapreso. Tutte le medaglie per me sono belle e hanno un ricordo ad esse legato. A Roma, era in casa, è stato uno dei miei primi mondiali a livello di maturazione. Il mondiale di Roberval è stato il mio primo oro iridato, poi c’è stato l’argento di Shanghai ottenuto in condizioni che, come ti ho spiegato prima, non erano il massimo per me. Quella medaglia è stata importante per tutto il lavoro che avevo fatto e perché mi ha dato la possibilità di andare a Londra. Londra 2012, perché ovviamente era l’Olimpiade e quindi il sogno dei quattro anni precedenti. Nel 2013, anche, quando ho fatto tutte e tre le gare individuali ai mondiali con le prime due che non erano andate bene, poi è arrivato l’oro nella distanza dei venticinque chilometri, per cui nutrivo amore e odio, vinto per un decimo e unica medaglia italiana. Il momento più emozionante, però, dove ho anche pianto con il mio nuovo allenatore è stato l’oro del 2016 agli europei. Mi ero trasferita a Roma e avevo intorno persone che credevano in me più di quanto io credessi in me stessa, un risultato che metteva a tacere tutte le voci che mi davano per finita. Quell’anno era stato veramente pesante per me, tra articoli di giornale e parole negative spese nei miei confronti”.
Nella tua vita hai conquistato altri due ori, i più importanti a mio modo di vedere, Matilde e Vasco. Che mamma sei?
“Che mamma sono? Spero di essere per loro una buona mamma, di dare loro tutto l’amore che posso dare. A volte è abbastanza stancante perché mio marito fa il cuoco e alcune sere mi trovo da sola con loro, c’è la mia stanchezza contrapposta alla loro voglia di giocare, parlare. Non nego che sia complicato in alcuni momenti. Le priorità cambiano, vorrei che stessero sempre bene e che non succedesse loro nulla, ma sono bambini e come dice mia mamma, a volte, mi allarmo per niente. Ringrazio, anzi, i miei genitori che cercano di aiutarmi in tutto, come quando ad esempio devo assentarmi per un evento sportivo come i campionati italiani. Quando io non ci sono c’è un’organizzazione dietro notevole, quando ci sono io, invece, cerco di gestire tutto e spero sempre che non capiti mai nulla ai miei genitori. Parlandone con Arianna Errigo, che è tornata dopo essere diventata mamma e ora va a Parigi e sarà anche portabandiera, le ho sempre detto che ha tutta la mia stima e lei mi ha risposto che solo io e lei sappiamo cosa voglia dire. Abbiamo entrambe organizzazioni millimetriche, ma lei ha fatto qualcosa di straordinario perché è tornata. E come è tornata. A me è capitato di dover stare con mio figlio ricoverato in ospedale per quindici giorni, ho dovuto attrezzarmi senza potermi muovere perché era ancora periodo di covid con mio marito e i miei genitori che lavoravano. Vasco aveva bisogno di me e io ho cercato di organizzare anche tutto quello che c’era fuori, mi sono anche sentita inutile ma in quel momento lui era la mia priorità”.
I genitori sono spesso i veri artefici del successo di un atleta, compiono sacrifici restando nell’ombra anche quando arriva il successo. Quale è stato il ruolo della tua famiglia nella tua crescita umana e sportiva?
“Sono sempre stati presenti, soprattutto quando si è trattato di aiutarmi per andare agli allenamenti e conciliare lo sport con lo studio. Sono sempre stati prodighi di consigli per evitare che potessi lasciare indietro l’uno rispetto all’altro e in questo senso anche il portarmi e venirmi a prendere, insieme anche a mia nonna, mi ha permesso di distribuire meglio il tempo. Ci sono stati sia nei momenti belli che in quelli brutti, dove erano i primi a capire il mio stato d’animo. Abbiamo fatto un patto con i miei genitori post 2008, quello di non venire alle mie gare anche se devo dire che al mondiale di quell’anno feci una gara pessima, da lasciare perdere, e lì sono stata contenta fossero con me perché avevo perso la possibilità di qualificarmi alle Olimpiadi e potevo sperare solo nei ripescaggi. Sono venuti anche al mondiale del 2009, era a Roma e come facevo ad impedirgli di esserci. Dopo sono venuti solo alle Olimpiadi di Londra, questo soprattutto perché zio, quando ha visto che ero arrivata seconda e passavano le prime dieci, aveva già prenotato tutto quello che c’era da prenotare. Il mio sogno era quello di arrivare tra le prime tre a Londra e in quel momento i miei genitori volevano esserci, sia che andasse bene o meno, perché appunto sono un’occasione che capita ogni quattro anni e magari poteva non esserci più quella possibilità”.
A 23 anni eri già un punto di riferimento per il fondo italiano e mondiale, cosa diresti oggi a un giovane che comincia la propria carriera sportiva?
“Io gli direi, qualsiasi sia il suo sport, di perseguire il proprio obiettivo ed essere disposto anche ai sacrifici. Io non ho mai visto come tale, ad esempio, il non poter uscire tutti i sabati sera con i miei amici, perché magari avevo la gara il giorno dopo o, semplicemente, dovevo recuperare il tempo per studiare. Ritengo molto importante fare sport perché aiuta a formarsi e ti insegna anche a organizzarti. Chi fa sport e va a scuola deve imparare a ottimizzare i tempi, sapersi gestire, io avevo la media del sette e volevo arrivare a giugno senza materie da portarmi dietro in modo da potermi allenare due volte al giorno, arrivare alle gare preparata, insomma senza portarmi fardelli. Poi, io avevo mia madre che era insegnante, quindi mi ha sempre spinta a cercare di dare il meglio di me, non avere problemi con la scuola e potermi così dedicare senza problemi all’attività sportiva. Avevo lacune anche io, per esempio andavo bene nelle materie scientifiche come la matematica e meno in altre, ma se fai sport e hai un percorso regolare di studi, hai meno pensieri che ti riempiono la testa”.
Manca meno di un mese dall’inizio delle Olimpiadi. Abbiamo per la prima volta almeno un atleta qualificato per ogni federazione. Come pensi potranno andare questi giochi per i colori italiani?
“Essendo scaramantica io faccio un in bocca al lupo a tutta la delegazione e spero che da tifosa da casa mi facciano divertire. Poi, quel che viene viene. Però so che qualsiasi atleta parteciperà alle Olimpiadi darà il 100%, se non di più. Quello che raccoglieremo sarà il frutto di questi tre anni ma, mi ripeto, sono certa che tutti scenderanno sul proprio campo gara per tirare fuori il massimo da sé stessi per la maglia azzurra, per il CONI, per la propria federazione e per l’Italia”.
Sei nata e cresciuta a Bologna, dove sei tornata anche dopo i tuoi successi e hai costruito la tua famiglia. Cos’è che ti lega a questa città?
“Bologna è una città bellissima, non una metropoli come Milano e Roma. Una città più piccola, possiamo dire a misura d’uomo. Conosco tanti atleti che venivano da fuori e sono rimasti a Bologna perché si sono trovati bene. Si vive bene e il bolognese è ospitale, aperto. Anche quando tornavo da Roma il passeggiare sotto i portici e per i vicoletti di questa città mi dava tranquillità. Nel 2012 avevo preso un piccolo appartamento a San Luca e mi sentivo in pace. Ogni volta che sono tornata sono sempre stata accolta bene dalla mia città e mi sento legata ad essa”.
E da parte nostra cara Martina un enorme grazie per tutto ciò che hai dato nella tua carriera di atleta, per tutte le volte che sei scesa in acqua per difendere i colori italiani facendoci emozionare e, perché no, anche soffrire. Si dice che la storia di uno sport la facciano i vincenti, ma a volte anche chi sogna fa la storia. E quel pezzettino di storia che dici di aver scritto è quella che ci ha fatto tutti sentire orgogliosi di essere italiani e che sarà di stimolo per le generazioni future. Grazie di tutto campionessa per tutto ciò che ci hai regalato.