

Lo sport ha regalato tante storie, ma alcune vanno la pena di esser raccontate, conosciute e forse anche insegnate a scuola, per il valore umano ed etico che portano. La storia di oggi è una di queste ed è quella di Wilma Rudolph.
Siamo a Roma, è il 1960. Sono le Olimpiadi più belle: è la Roma della Dolce Vita, è la Roma di un’Italia felice, è la Roma delle sue bellezze che tutto il mondo ci invidia, è la Roma di quei tramonti rosso fuoco che provocano brividi ed emozione al solo veder foto dell’epoca. E in questo palcoscenico magico della città eterna dove la ginnastica si svolge alle Terme di Caracalla e dove la Maratona si corre lungo l’Appia Antica tra le fiaccolate dei Romani, si realizza il sogno Olimpico di Wilma, la gazzella nera del Tennessee.
Wilma nasce a Clarksville, nel Tennessee nel 1940 e la sua non sembra una vita fortunata, anzi sembra una vita in cui gli ostacoli sono troppi, insuperabili. Il padre è un facchino nelle ferrovie, la madre è una cameriera: è una vita difficile. Per tutti, non per Wilma. Wilma è la ventesima di 22 figli: una famiglia numerosa in cui ognuno deve guadagnarsi da vivere come può, come riesce. E siamo un Tennesse, famoso per la musica Country, ma anche per esser parte di quel Sud degli Stati Uniti in cui la differenza tra neri e bianchi è forte ed evidente. Wilma ha solo 4 anni ed ha già avuto morbillo e scarlattina quando le viene diagnosticata la poliomielite. E’ l’inizio di un incubo. Il medico dice chiaramente che Wilma non avrebbe mai più camminato; la mamma invece è convinta che la figlia ce la possa fare. Ma servono i sacrifici della famiglia: Wilma trova il modo di esser curata in un ospedale di Nashville (erano pochi gli ospedali che curavano le persone di colore). Sono viaggi lunghi, due volte a settimane, aiutata dai fratelli; poi serve un lungo periodo con il tutore e con necessità di massaggi e sono sempre la mamma e i fratelli ad aiutare. Passano cinque anni e finalmente Wilma si toglie i tutori e inizia a camminare da sola.
Inizia così una nuova vita di Wilma che fin da subito dimostra doti atletiche incredibili. Non camminava fino a pochi anni prima, ora corre più veloce di tutti. Ed Temple e Burt Grey la scoprono in una piccolo campo di atletica e capiscono che Wilma può riscrivere la storia e avranno ragione. Wilma viene convocata per i Giochi di Melbourne e vince una medaglia di bronzo in staffetta. Sono gli anni di Rosa Parks, sono gli anni in cui una medaglia aveva un significato enorme.
Ed eccoci nuovamente a Roma, eccoci ai Giochi del 1960. Wilma è bellissima, la sua corsa ha un’eleganza innata che fa innamorare il pubblico romano e il mondo intero. Il 2 Settembre è il giorno della finale dei 100m: l’Olimpico è pieno, la serata è bellissima. Wilma vince nettamente con 11″18 davanti alla britannica Hyman e all’italiana Leone. Se il pubblico già da prima era innamorato di Wilma, ora è tutto per lei. E’ lei il simbolo di questi giochi. E il 5 Settembre c’è la finale dei 200: è un altro capolavoro di Wilma che vince in modo spettacolare con 24″13 davanti alla tedesca Heine e alla britannica Hyman. Vincerà anche l’oro in staffetta coronando un’Olimpiade fantastica.
Ma quella che fa Wilma in quella meravigliosa Roma è molto di più. E’ la più apprezzata dei giochi, è la più seguita e amata. La sua storia è conosciuta, il suo miracolo sportivo e umano anche. E poi c’è il valore forte di venire da uno stato dove la discriminazione è tanta, dove le lotte stanno iniziando e scoppieranno in modo forte qualche anno dopo. E in una Roma così bella c’è spazio anche per il gossip, forse vero, forse no, ma in fondo cosa cambia. Nello sfondo della città eterna nasce una simpatia tra Wilma e il nostro Livio Berrutti, torinese, vincitore dell’oro storico nei 200m. Non sapremo mai la verità, ma lo ripeto, non ci interessa: nella Roma della Dolce Vita, nella città più bella del mondo anche questo ha creato mito attorno a Wilma Rudolph, forse perchè un amore impossibile.
Wilma ha solo venti anni, potrebbe vincer ancora tanto, ma nel 1962 decide di ritirarsi. Non vuol esser ricordata solo per le vittorie olimpiche ma anche per il suo impegno sportivo e sociale. E così Wilma apre la “Wilma Rudolph Foundation” dove fare promozione all’atletica amatoriale, sarà impegnata come ambasciatrice dello sport e su di lei verranno prodotti film e libri. Poi purtroppo nel 1994 un tumore fulminante al cervello la uccide in pochi mesi lasciando un vuoto enorme in tutto coloro che amano lo sport e non solo.
Roma 1960 è l’Olimpiade più bella e la sua regina ha venti anni. Il Corriere della Sera il 9 Settembre scrive: “Tutte le Olimpiadi creano un mito. Il mito fiorito di questa edizione dei Giochi porta il nome di una ragazza nera di vent’anni, un’americana degli Stati Uniti: Wilma Rudolph. E’ giovane, bella, orgogliosa. E’ la donna più veloce del mondo”.
E’ questa la storia di Wilma Rudolph, una storia che racconta una favola sportiva ma che ci lascia il messaggio che le difficoltà si devono affrontare e si deve fare il possibile per superarle. E’ la storia di un miracolo umano e un miracolo sportivo. Una storia meravigliosa sotto il cielo della Città Eterna