

Di Davide Lugli
A volte capita di trovarsi a parlare con persone con le quali ti trovi subito, parli la loro lingua ed è un attimo entrarci in empatia. Alessia Filippi è sicuramente una di quelle. Ti fa entrare nel suo mondo come parlasse con il suo migliore amico e ti racconta, senza bisogno di farle nemmeno la domanda, ciò che vorresti sapere della sua vita, della sua carriera. Una donna e una mamma oggi ritornata alle origini nello Sport Club Roma 70 di Tor Bella Monaca, come supervisore della scuola nuoto, nel quale proprio lei aveva iniziato a nuotare una vita fa. Alessia è una persona veramente forte, una che ha sempre affrontato la vita di petto, non si è mai lasciata sopraffare e ha trasformato i momenti negativi nel riscatto che l’ha portata ad arrivare fin sul tetto del mondo. Insomma, dietro all’atleta Filippi c’è veramente tanto da raccontare, una storia che speriamo sia di esempio a chi, troppe volte, vede gli ostacoli che la vita gli pone davanti come un qualcosa di impervio e non riesce a trovare quella spinta che gli permette di superarli. Questa è Alessia e questo è ciò che lei ci ha raccontato.
La vita di un atleta non è eterna ed è, solitamente, contraddistinta da un apice e da uno o più momenti nei quali viene voglia di mollare. Come vanno affrontati?
“Per quanto riguarda la mia persona è stata una carriera lunga ma breve allo stesso tempo, perché io ho smesso molto presto, a 25 anni, ma ho anche cominciato a 3 anni a nuotare. A 6/8 anni ho cominciato a fare le prime gare quindi, facendo i calcoli, non è che sia stata proprio brevissima anche se tutti mi dicono che ho smesso molto presto. È un percorso sempre di alti e bassi. Io, fortunatamente, di momenti bassi ne ho avuti soltanto a fine carriera, gli ultimi 3 anni, perché durante il percorso mi piaceva talmente tanto che i momenti negativi non li ho visti come tali, bensì come momenti di crescita e formazione. Adoravo il mio sport e quindi anche i momenti di difficoltà, e ce ne sono stati, venivano anestetizzati dalla passione che mandava avanti il motore della macchina. Per affrontarli occorre magari un aiuto all’esterno come la famiglia, ma sei tu in primis a doverli superare. Io ci sono riuscita esclusivamente con la mia passione”.
Sei una mamma e sei stata un atleta di primo piano. Tanti genitori vedono nei propri figli dei campioni, a volte hanno ragione e a volte hanno torto, magari pretendono il massimo da loro senza accorgersi così di allontanarli dallo sport stesso. Qual è il consiglio che ti senti di dare a un padre o una madre per essere di aiuto all’attività sportiva dei propri figli?
“Ho visto scene di genitori che venivano agli allenamenti quando avevo 14 anni, quindi relativamente presto, e prendevano i tempi ai propri figli. Tu non sei un allenatore, tu sei un genitore. Il genitore deve mettersi da parte, essere dietro di te, alle tue spalle, in modo da farti capire che c’è, ma sta dietro, al massimo al fianco, ti può accompagnare. Il percorso bisogna che te lo faccia da solo insieme al tuo tecnico, perché il genitore non è il tuo allenatore. Bisogna affidarsi alle persone giuste, il genitore ti può aiutare, magari darti un consiglio, non ti può dire come andare meglio o dare di più. Per questo c’è il tuo allenatore. Il genitore non deve mai screditare la figura di chi ti sta insegnando, ad esempio io ho mia figlia che ha cominciato a fare nuoto agonistico l’anno scorso e io non mi sono mai permessa di dire nulla, non sono la persona giusta. Questo anche se il suo allenatore mi ha detto che potevo darle consigli tecnici, ma non è giusto. Lei ha chi le insegna e io mi limito a guardarla dagli spalti, la accompagno e la riporto a casa. Questo è il mio ruolo. Io ci posso essere quando riguarda la scuola, le amicizie, il lavoro, il fidanzato. Lo sport deve essere solo divertimento”.
Lo sport in generale richiede regole e sacrifici per arrivare al successo. Dietro a un campione ci sono storie che tanti non conoscono, qual è la tua?
“Io ho una storia abbastanza travagliata. Ho avuto un periodo molto particolare alle elementari nel quale ho avuto qualche problema con la mia maestra, una persona difficile che mi ha portato a un trauma tanto che anche i miei genitori se ne sono accorti e ho cambiato scuola. Ero una bambina come tante, spensierata, che viveva felice e a causa di quello che avevo subito cominciai a balbettare e a non parlare più con nessuno. Fu il nuoto ad aiutarmi ad uscirne fuori. Trent’anni fa non c’erano percorsi psicologici in aiuto di situazioni come questa, oggi ce ne sono tanti, forse anche troppi. Oggi si ricorre fin troppo allo psicologo, quando magari basterebbe parlare di più con i propri figli, ascoltarli. La mia era una situazione un po’ particolare, il nuoto è stato terapeutico, mi ha salvato e la piscina è stata il mio psicologo. Vengo, poi, dalla generazione dei devi stare attento a questo o a quello e io vivevo anche in un quartiere di periferia, anche se non ho mai assistito a brutte scene ma il nuoto è stato anche in quella situazione un modo per emergere, darmi la forza per dare il meglio di me stessa. Una rivalsa”.
Tanti giovani non si avvicinano allo sport per percorsi di vita non proprio semplici. Quali interventi si potrebbero attuare per migliorare l’inclusività e l’interazione tra sport e giovani?
“Io collaboro con Sport e Salute, loro da questo punto di vista sono fantastici e portano avanti tanti progetti. Per citarne uno, ad esempio, stanno allestendo nei parchi della città di Roma strutture sportive aperte a tutti, anche e soprattutto rivolte a quelle persone che magari non si possono permettere di praticare sport per problemi economici. Luoghi aperti a tutti, senza limiti di età, in cui potersi aggregare. Ora, inoltre, si sta intervenendo anche sul tema scuola perché noi, purtroppo, facciamo fare troppo poco sport ai bambini durante l’orario scolastico. Abodi da questo punto di vista ci ha visto lungo, abbassando l’età per praticare attività motoria e passando da un’ora e due ore settimanali fin dalla quarta elementare, quando prima si cominciava solo alle medie. Da quel che so ora vuole scendere ancora fino ad arrivare alla prima elementare ed è un qualcosa di importante. I bambini devono cominciare a fare sport presto e devi fornire persone formate e educatori per fare questo, altrimenti fai passare un messaggio sbagliato”.
Hai vinto tanto e sei arrivata fino al tetto del mondo. Riavvolgiamo il film della tua vita, quali sono i tre momenti che se potessi, come in Ritorno al Futuro, vorresti rivivere?
“Assolutamente l’europeo del 2006, è stata la mia prima vittoria importante e avevo solo 19 anni. È stato bellissimo. Mi piacerebbe tornare anche a Pechino 2008 e rivivere quell’argento olimpico, senza dimenticare naturalmente l’oro mondiale di Roma del 2009, vinto in casa, e non c’è da aggiungere il perché. Questi sono i 3 momenti più importanti della mia carriera che se potessi vorrei rivivere, anche solo 10 minuti. L’ho sempre detto”.
C’è chi dice, come ci ha raccontato anche lei, che la sua carriera sia stata relativamente corta. Parlandone, invece, emerge chiaramente come Alessia abbia dato il meglio di sé stessa nel momento migliore della sua vita di atleta. Ha brillato in un momento in cui il nuoto italiano non raccoglieva successi come oggi, anzi è stata anche lei in qualche modo a ridare vita al movimento con le sue vittorie. Basti pensare come nel 2006 sia stata la prima italiana a vincere un oro europeo in vasca lunga, nessuna ci era riuscita prima. Nessuna. Nel ringraziare di cuore Alessia per il tempo che mi ha dedicato, ci tengo a sottolineare come il raccontarsi a volte possa essere difficile anche per un campione mondiale e magari risvegli anche brutti ricordi. Per lei non lo è stato, perché Alessia la vita l’ha saputa affrontare, proprio come una vera campionessa.