

Intervista di Davide Lugli
Quando ho contattato Assunta Legnante mi sono venute in mente tante domande che le avrei voluto fare. Ho pensato a cosa abbia provato quando quello che per lei era il giorno è diventato una notte perenne, a cosa avrei fatto io se fosse capitata la stessa cosa a me, a mia moglie o a mia figlia. Mi sono fatto tante paranoie mentre pensavo a cosa chiederle. Invece, lei mi ha semplicemente preso per mano e con la sua naturalezza mi ha portato nel suo mondo, ha acceso quella luce che, forse, tante volte noi non vediamo perché semplicemente viviamo nel nostro buio, rintanati nella nostra confort zone, nelle nostre certezze. Mi ha raccontato di sé e di quella che è la sua vita, una vita dedicata allo sport. Quello sport che anche se oggi vive nell’oscurità, dentro di lei è sempre una luce abbagliante e che vuole accendere in tanti altri giovani che hanno dimenticato quanto la vita sia bella. Queste sono le mie cinque domande ad Assunta Legnante, campionessa paralimpica e nella vita di tutti i giorni.
Hai vissuto e stai vivendo due vite da atleta entrambe straordinarie e nelle quali hai sempre dato il massimo. Come hai affrontato la luce e la notte nella tua carriera sportiva?
“L’ho affrontata credendo in quello che avevo fatto prima e che ho fatto dopo. Per mia fortuna avendo fatto sport, il getto del peso e praticato atletica fin da bambina, sapevo ciò che andavo ad affrontare e l’ho fatto grazie al supporto di tante persone, perché io fino a quel momento in cui mi hanno detto puoi fare una Paralimpiade sono sincera la prima domanda che ho fatto è perché una vedente può lanciare un peso? Poi quando mi hanno spiegato il tutto ho detto vabbè tanto io lo so già fare e per mia fortuna lo so fare anche bene. Non ho avuto grande difficoltà da questo punto di vista, diverso invece è stato farlo accettare alle persone accanto a me perché c’è ancora tanta ignoranza, c’era dodici anni fa quando sono diventata non vedente e c’è, purtroppo, tutt’ora”.
Immagina di parlare con i genitori di un bambino che si trovano ad affrontare la disabilità per la prima volta, cosa diresti a un padre e una madre che ti chiedono consigli da atleta per affrontare la situazione?
“Eh, questa è tosta per davvero. Io quando faccio gli incontri nelle scuole per parlare della mia vita, della mia situazione, del mio percorso da atleta normodotata ad atleta disabile, vorrei più aver di fronte i genitori perché i ragazzi affrontano le difficoltà in modo più fresco, più allegro, con il sorriso perché hanno più resilienza. I genitori, invece, dal punto di vista mentale vanno più in sofferenza. Ci sono tanti genitori, tante persone, che quando hanno un figlio disabile quasi se ne vergognano e per difendersi da questo li chiudono in casa. Io ancora oggi ho difficoltà a far capire a mio padre che ho una vita normale, eppure mio padre ha semplicemente 71 anni e vive al sud. Tante persone di quell’età, di quegli anni, fanno fatica a pensare che io possa vivere da sola, cucinare, uscire, fare sport. C’è da insegnare davvero tanto ai genitori ma, soprattutto, che non c’è nulla da vergognarsi perché potrebbero avere un campione, se parliamo di sport, in casa o un musicista, un cantante, un attore. La disabilità alla fine non ti rende impotente nella vita di tutti i giorni”.
Il mondo dello sport diventa ogni giorno sempre più inclusivo e regala storie di atleti che hanno vinto su ignoranza e discriminazione, perché dove la politica fallisce lo sport invece vince?
“Perché comunque la gente si rivede nelle difficoltà delle persone. Le persone, magari, si rivedono in una persona disabile e cominciano a pensare se ce la fa lui ce la posso fare anch’io. A volte noi non siamo soltanto lo specchio della positività, ma magari uno fa l’esempio contrario e dice quello sta messo peggio di me; quindi, se io ho una difficoltà posso superarla perché minore di quella dell’atleta, di Assunta o di chiunque altro. c’è sempre chi sta peggio di me e questo il ragionamento”.
Sei un esempio come atleta e una donna meravigliosa, immagino te l’abbiano detto altri ma ci tengo a metterlo comunque io nero su bianco. Cosa pensa di sé stessa Assunta Legnante?
“Assunta di sé stessa pensa che poteva fare molto di più. Sono molto esigente, potevo fare di più quando ci vedevo e nonostante i miei 46 anni penso sempre che possa fare di più. Non sono mai contenta di me stessa, sono sempre in sfida con la vita non perché mi debba qualcosa, ma per sentirmi viva. C’è una frase che mi dice sempre mio padre quando devo fare una gara o una Paralimpiade, non dimenticarti mai di avere fame e questa cosa mi è talmente entrata dentro che chiedo sempre molto a me stessa”.
Lo sport è un modo per superare le diversità. Oggi abbiamo federazioni con tecnici di altissima qualità che operano in tal senso e offrono tanti ragazzi un’opportunità. Vuoi parlarci di qualche progetto che hai seguito o stai seguendo?
“Personalmente non seguo progetti perché a livello giovanile abbiamo la FISPES, la nostra federazione, che si occupa in particolare modo di un progetto. Noi abbiamo l’accademia, dove i giovani crescono e magari sono ragazzi che non hanno mai fatto sport. Noi glielo insegniamo, in particolare l’atletica leggera. L’accademia accoglie ragazzi con qualsiasi disabilità, fisica, cognitiva, visiva. Non ci prevarichiamo nulla, siamo sempre alla ricerca di giovani perché come dicevo prima ce ne sono tanti che se ne stanno chiusi in casa e noi li vogliamo portare allo sport, farli uscire, portarli a una nuova vita. Questo è il progetto che curiamo come FISPES. Poi, come CIP ci occupiamo di tanti altri progetti, io stessa sono ambasciatrice paralimpica, giriamo per scuole, associazioni, andando a parlare ai ragazzi non solo di ciò che facciamo noi, ma li invitiamo a uscire di casa e vivere una vita normalissima. Perché, alla fine, qualsiasi disabilità tu abbia la vita continua, ed è bella”.
Questo è quanto ci ha raccontato Assunta. Una chiacchierata che ho voluto impostare da padre con una grandissima atleta con la quale mi sono confrontato perché, come dico sempre, uscire dalla propria ignoranza è il primo passo per poter comprendere, capire, quel che magari diamo ogni giorno per scontato, troppo scontato. Assunta mi ha portato nel suo mondo raccontandomi di lei, di quel momento in cui la luce si è spenta e lei è riuscita ad emergere dalle tenebre facendo ciò che ha sempre saputo fare, continuando ad essere quella strepitosa atleta che tutti abbiamo conosciuto. Perché anche quando la notte ci avvolge dobbiamo trovare dentro di noi la luce e Assunta Legnante, come tanti atleti paralimpici, è una atleta, una donna, una stella la cui luce può illuminare il percorso di chi, ancora oggi, pensa che la disabilità sia qualcosa di cui vergognarsi e tenere chiusa in una stanza buia.
Foto: ACSI Italia Atletica