

Abbiamo tifato per lei, è stata la nostra portabandiera ai giochi invernali di Torino 2006, una dea sul ghiaccio che ogni volta che si esibiva catturava immediatamente l’attenzione di chiunque. Intervistare una meraviglia della natura come Carolina Kostner è un qualcosa che non credevo sarei mai riuscito a fare. Poi, un giorno, ci provi e conosci dall’altra parte una ragazza semplice, gentile e cordiale, una che potrebbe tranquillamente essere una tua amica da sempre. Ed è stato in quel momento che le ho chiesto se avesse avuto piacere di rispondere alle mie cinque domande, un po’ in maniera anche sfacciata, ma d’altronde quando mi sarebbe ricapitata un’occasione del genere? E lei, Carolina, non si è certo tirata indietro e quanto segue è quanti ci ha raccontato circa la sua vita e la sua straordinaria carriera.
Hai indossato i pattini ad appena quattro anni e, in parallelo, ti sei anche dedicata allo sci. Cosa sognava di fare da grande la Carolina bambina e come è nato il legame indissolubile con il pattinaggio?
“Dico sempre che non ho scelto io il pattinaggio, è il pattinaggio che ha scelto me. Ho praticato diverse discipline sportive, tra cui il tennis e lo sci ma il pattinaggio ha rubato il mio cuore. Danzavo per casa, inventavo coreografie ascoltando Mozart e disegnavo su piccoli cartoncini i miei futuri costumi da gara. Non riuscivo a fare le scale di casa senza una piccola piroetta. Le medaglie e le vittorie non sono mai state molto presenti nei sogni. Piuttosto, la sensazione del vento sulle guance quando pattini con velocità, oppure un salto atterrato per la prima volta con successo, costituivano miei desideri e mi facevano sentire libera. Libera di essere me stessa. Tenevo dentro di me la curiosità costante di imparare a fare nuovi esercizi e una grande voglia di migliorarmi ogni giorno un po’ di più. Devo anche aggiungere che ho avuto la fortuna di avere vicino casa il palazzetto del ghiaccio (fino al 1999, poi danneggiato da una frana e mai ricostruito) e l’aiuto insostituibile die miei genitori. Loro sono stati i primi a credere in me, ad aiutarmi e a trasmettermi il coraggio di intraprendere la strada dell’atleta”.
Il tuo è uno sport nel quale provi e riprovi, se cadi ti rialzi e sei cosciente che anche il più piccolo errore può compromettere una gara e vanificare i sacrifici di anni. Tanti giovani oggi alle prime difficoltà, nello sport così come accade anche nella vita, si lasciano spesso sopraffare dal senso di non farcela. Cosa diresti a chi si trova ad affrontare degli ostacoli e si convince di non riuscire a superarli?
“Bisogna imparare che nella vita ci aiuta il tempo. Impossibile fare tutto subito ma con l’impegno costante, giorno dopo giorno, si possono raggiungere traguardi inaspettati. L’ingrediente fondamentale è innamorarsi in quello che fai quotidianamente e non soltanto nel sogno che hai nel cassetto. La vera vittoria è il viaggio. Sono le persone e gli amici che hai incontrato, i posti che hai visitato, le emozioni che hai provato e i ricordi indelebili che hai vissuto che danno il vero valore al tuo personale percorso sportivo. Le lezioni più importanti le impari sbagliando. Sono gli errori, a volte anche difficili da accettare, che ti danno l’opportunità di cambiare rotta, di correggere i piani e di ripartire con un bagaglio di esperienza in più, con la consapevolezza nuova che una sconfitta, ti può, forse, rallentare ma non ti distrugge, se non glielo permetti. Inoltre, bisogna tenere l’equilibrio tra riuscire a sognare l’impossibile e la costante e razionale consapevolezza del presente e dei limiti su cui lavorare”.
Il legame con la propria famiglia è un elemento fondamentale per chi intraprende una carriera sportiva. D’altronde è da quella che tante volte traiamo la forza per superare le difficoltà. I nostri genitori compiono anche tanti sacrifici per poterci dare il meglio. Al contrario troviamo anche chi pretende dai propri figli il risultato ad ogni costo e crede ciecamente, ed erroneamente, possano diventare campioni. Questo porta spesso tanti ragazzi ad allontanarsi dallo sport che tanto hanno amato. Cosa diresti a un genitore che ti chiede come supportare i propri figli nell’avviamento allo sport?
“Io ho avuto un supporto eccezionale dai miei genitori. Hanno saputo percepire il mio interesse per il pattinaggio e li ringrazio per avermi dato la possibilità di poterlo praticare. Sicuramente per loro non è sempre stato semplice. Mi sono trasferita in Germania in collegio dopo il crollo del palaghiaccio di Ortisei a 13 anni. Tra allenamenti e scuola ho vissuto poco il tempo in famiglia, ma non mi è mai mancata la loro vicinanza. Mi ricordo le volte che chiamavo mia mamma per dirle che avevo la febbre e lei prendeva la macchina, guidava quattro ore per venire a starmi vicino. Non ho mai sentito pressioni da parte loro. Mi hanno aiutata a comprendere che la disciplina e la costanza è fondamentale, che nulla è regalato e i loro consigli e insegnamenti mi hanno dato la forza e il coraggio. Se un giorno sarò genitore vorrei che miei figli imparassero ad ascoltare se stessi e io ad ascoltare loro. Soprattutto vorrei insegnare loro che il viaggio stesso è la vera meta”.
Come dicevamo un errore può compromettere una gara e, in taluni casi, anche un’intera carriera. È capitato a te, così come a tanti altri. Fa parte anche quello della vita come dello sport e quando uno sceglie di mettersi in gioco sa che può succedere. Tu hai avuto la forza di rialzarti, anche se in quel momento (Torino 2006) posso solo immaginare cosa ti sia passato per la testa. Appunto, cosa passa nella testa di un atleta che prepara per mesi, o anche anni, una gara in particolare e commette quell’errore che pregiudica il tutto e come è necessario affrontarlo per ripartire?
“Accettare l’errore o una sconfitta è una delle prime cose che impari nello sport. La possibilità di fare un errore nell’esercizio è sempre presente, basta una minima disattenzione, un millisecondo di distrazione e voilà. Questo lo conosci in allenamento tutti i giorni. La sfida vera è di vivere l’errore non come catastrofe ma come possibilità di imparare e trovare un approccio o soluzione migliore. Torino 2006 è stata una grande sfida. È stata la prima volta in cui sono venuta a contatto con la sensazione di portare il peso di una nazione intera sulle spalle. Mi sentivo un po’ come un pesce fuor d’acqua, perché fino ad allora ho solo pattinato, si, con la voglia un giorno di essere una campionessa, ma non avevo idea che essere campione non significhi soltanto avere talento e allenarsi moltissimo. Si vede che avevo ancora tante cose da imparare e il dispiacere di non riuscire a presentare gli esercizi senza errori con il tempo è stato sostituito dalla voglia di migliorare non solo l’aspetto tecnico ma anche quello mentale. Molto spesso abbiamo troppa fretta. Ci lasciamo trasportare dal sensazionalismo, dai record e dimentichiamo di formare l’essere umano dentro. Ci vuole tempo e pazienza, ci vogliono anche esperienze meno belle per aiutarti a comprendere quanto sia davvero bello vincere”.
Riavvolgiamo il nastro della tua vita e anche della tua, inimitabile, carriera sportiva chiaramente. Se ti dessi la possibilità di rivivere tre momenti che ricordi come i più belli, e non necessariamente legati allo sport, quali sarebbero e perché?
“Non è semplice scegliere…
Mi ricordo come da bambina ad agosto la mia famiglia si trasferiva in baita in montagna per un paio di settimane. Io mi svegliavo presto al mattino partivo a piedi dall’alpe di Siusi, scendevo con la funivia ad Ortisei e andavo ad allenarmi sul ghiaccio. A fine allenamento riprendevo la funivia e risalivo su a 2000 metri per raggiungere i miei fratelli e le mie cugine. Raccoglievamo mirtilli e lamponi nel bosco e andavamo a prendere il latte alla baita Sanon. In compenso la Sig.ra Maddalena spesso ci regalava un ghiacciolo! Le settimane estive in montagna sono un ricordo bellissimo specialmente i colori dei tramonti e la connessione con la natura senza mai però saltare un allenamento!
Non posso, poi, non menzionare l’entrata nello stadio con la bandiera Italiana in mano alla cerimonia di apertura dei giochi olimpici di Torino 2006. Un’emozione fortissima che vale più di qualsiasi medaglia.
Infine, un ricordo indelebile è stato il programma corto del mondiale di Milano 2018. Era il mio mondiale numero quattordici. Provo immensa gratitudine per l’affetto e il riconoscimento che mi ha dimostrato il pubblico del Forum, sold out, quel pomeriggio. Ho fatto la prestazione della mia vita ed è dedicata all’intera nazione che mi ha seguita, sostenuta e motivata negli anni a trovare la miglior versione di me stessa come atleta e, soprattutto, come essere umano. Al pensiero che fra meno di due anni si disputeranno proprio lì le gare di pattinaggio su ghiaccio dei giochi invernali di Milano Cortina 2026, mi commuovo e spero che le atlete e gli atleti potranno vivere l’amore per lo sport gareggiando e rappresentando la loro nazione, come lo vivo io tutti i giorni”.
Le parole di Carolina sono quelle di una ragazza e anche di un’atleta che si intersecano tra loro dando una bella visione della campionessa. In queste poche risposte ci ha raccontato tanti aneddoti della sua vita, si è fatta vedere per la ragazza che è e non solo per il pattinaggio su ghiaccio e per il suo amore per questo sport. Ci ha fatto entrare nel suo mondo, nei suoi pensieri, nel suo essere stata bambina con le proprie speranze e i tanti sogni. Ci ha raccontato che quando si cade bisogna guardare oltre, migliorarsi e fissare il prossimo obiettivo. Carolina è una campionessa come la intendo io, una che ha dimostrato tanto talento al pari e forse più di quanto sia stata vincente, ma che ha capito, in fondo, che essere campioni non è soltanto questo ma veramente molto di più.
Foto: Autore: Ivan Sekretarev | Ringraziamenti: AP