

DI DAVIDE LUGLI
Una serie di passaggi di testimone emozionanti attraverso ben trentadue anni e un viaggio che comincia ai giochi di Barcellona ‘92. Prima è Pierpaolo Ferrazzi alle Olimpiadi spagnole a vincere uno storico oro nella canoa slalom, poi vent’anni dopo da mentore di Daniele Molmenti rivive grazie a quest’ultimo a Londra ‘12 le stesse emozioni. Per finire in bellezza è il nativo di Pordenone, da direttore tecnico della nazionale o coach come piace a lui essere definito, a chiudere idealmente questo cerchio con Giovanni De Gennaro a Parigi, dove il bresciano conquista ancora il gradino più alto del podio olimpico. Un’epopea quella che i tre italiani ci hanno fatto vivere di cui abbiamo parlato proprio con Daniele Molmenti, figliol prodigo di Ferrazzi e mentore di De Gennaro agli ultimi giochi.
Qual è la differenza tra gli ori di Ferrazzi, Molmenti e De Gennaro? La prossima vittoria sarà ancora il 1° agosto?
“Questa è la dimostrazione del “Legacy” che Luciano Buonfiglio, Presidente della Federazione Italiana Canoa Kayak, è riuscito a costruire per il nostro movimento. Chi vince un oro olimpico sa come si fa e può insegnarlo o mostrarlo con l’esempio. Questi ori sono frutto di una ricetta unica, ma non valida per tutti: dedizione costante, impegno straordinario e tanto, tanto lavoro. Ferrazzi ha trasmesso a me la sua esperienza, e io l’ho condivisa con De Gennaro, offrendoci reciprocamente la nostra competenza a chi era pronto per farcela. Non so se a LA28 la finale sarà il 1° agosto, ma sicuramente lavoreremo per ripeterci”.
Com’è cambiata la canoa e cosa serve per vincere oggi?
“Nel corso degli anni sono cambiati i regolamenti, le dimensioni delle imbarcazioni e l’interpretazione dei passaggi delle porte. Tuttavia, la base necessaria di efficacia ed efficienza nella pagaiata rimane fondamentale per raggiungere l’alto livello. Per vincere, serve una solida padronanza dei fondamentali della canoa, un aspetto spesso sottovalutato o non compreso appieno da molti tecnici. A partire da questa base, il resto è lavoro: circa mille ore di allenamento l’anno, che devono essere non solo quantificabili, ma anche di massima qualità. La ricetta per vincere è chiara, dimostrata da tanti atleti e tecnici, e documentata in molte interviste e libri, ma non tutti sanno come applicarla”.
Ti aspettavi questo risultato alle Olimpiadi di Parigi? E la federazione?
“L’ultima volta che un atleta ha vinto il Campionato Europeo nell’anno olimpico, ha poi vinto anche le Olimpiadi, ed ero io. Perché non pensare che la metodologia e la programmazione che hanno funzionato non possano ripetersi? Con Giovanni ho reinterpretato il quadriennio precedente a Tokyo, dove era già il più forte, adattando i tempi e i giusti obiettivi per il percorso verso Parigi. Ho iniziato da una base sicura e consolidata, ovvero la metodologia di lavoro sviluppata negli anni da una federazione che, con Perli e Baron prima, poi con me, ha portato una continuità di metodo e cultura del lavoro. A quanto pare, per chi la segue, funziona. Naturalmente, tutto viene aggiornato con tanto studio e analisi. C’è molto lavoro di organizzazione e pianificazione; nulla è lasciato al caso. Guardandomi attorno, siamo davvero in pochi a lavorare con metodo. Tuttavia, non conosco altro modo per vincere”.
L’Italia ha una tradizione nel K1, non nel C1. C’è un motivo?
“Per anni le società hanno messo gli atleti meno talentuosi nel kayak in canadese, considerandola una disciplina di serie B. Solo recentemente si è iniziato a vedere la disciplina con occhi diversi, il che ha impedito lo sviluppo di una vera tradizione. Nel mio staff ho voluto al mio fianco un tecnico della vecchia guardia, Erik Masoero, medaglia mondiale in canadese bi-posto da atleta, olimpionico e ora uno dei migliori tecnici, con una sensibilità analitica davvero utile e di qualità. In pochi anni, è riuscito a elevare la categoria canadese, sia femminile che maschile, sia direttamente come allenatore sia indirettamente come responsabile di settore. Abbiamo qualificato i C1 alle Olimpiadi, un traguardo non scontato, e ottenuto la prima medaglia mondiale, portando i nostri atleti a ridosso dei grandi della canoa canadese. È un lavoro lungo, che richiede continuità di metodo e una filosofia didattica solida. Tuttavia, nel sistema nazionale federale, con i cambi di vertice spesso legati più alla politica che al merito tecnico, c’è sempre il rischio di perdere quanto di buono si è appreso.
Sui social abbiamo visto una foto con la regina della canoa, Jessica Fox. Come la descriveresti?
“Jessica è un’atleta straordinaria, sicuramente fortunata a nascere da genitori campioni e a vivere la canoa sempre d’estate, ma è anche un esempio incredibile di dedizione e cultura del lavoro. È una fonte di ispirazione per tutti noi tecnici che da anni cerchiamo di insegnare ai nostri giovani che non è solo una questione di talento o fortuna: è tanto, tanto lavoro!”
E la programmazione di cui parla Daniele è alla base anche dell’argento nel C2 conquistato sempre a Parigi da Carlo Tacchini e Gabriele Casadei. Un’Olimpiade, quella francese, che ha dimostrato chiaramente quanto il movimento sia in costante crescita e ci siano solide basi sulle quali lavorare in ottica LA2028. Un grazie di cuore a Daniele Molmenti per la sempre generosa disponibilità a mettersi a disposizione di chi, nel suo piccolo, racconta storie di sport, segue i protagonisti dello sport e cerca, sempre nel suo piccolo, di far conoscere a tanti quanto lavoro ci sia dietro a una medaglia, perché proprio come dice il coach il successo non è solo questione di talento e fortuna.
Foto: Federcanoa