

DI DAVIDE LUGLI
Quattro moschettieri azzurri, tutti atleti facenti parte del Gruppo Sportivo Fiamme Gialle, quelli capaci di riuscire nell’impresa di vincere la quinta medaglia della storia nel quattro di coppia di canottaggio, distante ben 16 anni dall’ultima nella specialità conquistata a Pechino 2008 e anche allora, lo ricordiamo, fu splendido argento. Una medaglia per e con dedica allo sfortunato Filippo Mondelli, scomparso per un tumore nel 2021, che fece parte dell’equipaggio ante Tokyo 2020 e che proprio nell’anno olimpico dovette sospendere la propria attività per combattere la sua sfida più difficile. E proprio ai genitori del loro ex compagno hanno voluto dedicarla appena dopo averla conquistata.
Giacomo Gentili, Luca Rambaldi, Andrea Panizza e Luca Chiumento avevano un debito con il destino e non solo, avevano un quinto membro dell’equipaggio con loro su quella barca e intenzione alcuna di deluderlo. Proprio come ci ha detto anche Luca Rambaldi, uno dei nostri quattro ragazzi d’argento del quattro di coppia, che abbiamo raggiunto per parlare di quell’impresa ma non solo. Luca, con molta pazienza, ci ha aperto un mondo, ha cercato di spiegare quanti e quali siano le dinamiche per arrivare al successo nel canottaggio e cosa significhi fare parte di un equipaggio. Ragazzi buona lettura e credetemi, sembra semplice a vederlo in televisione ma non lo è assolutamente.
Intanto, Luca, come è iniziata la passione per il canottaggio?
“È nato tutto un po’ per caso. Praticavo calcio e nuoto, poi mi sono reso conto che non mi davano ciò che cercavo. Un giorno è arrivato a casa un volantino che pubblicizzava la possibilità di provare il canottaggio sulle rive del Po e ho deciso di andarci. Pensa, i miei genitori pensavano facessi canoa. Comunque, mi è piaciuto subito e il poter stare a contatto con la natura ha fatto il resto”.
Ora, immagina di essere davanti a un bambino. Perché gli consiglieresti questo sport e di quali caratteristiche necessita?
“Intanto, la domanda principale è se consiglierei questo sport. Scherzo, naturalmente. Il canottaggio mi ha dato tanto, ma non è un gioco. La fatica è tanta e quello che dai non sempre ti torna indietro, ti aiuta nella vita ad essere testardo, a perseverare, ad arrivare al tuo limite. Non è uno sport che ti forma il carattere, quello ce lo devi già avere. un bambino quando comincia, anche a undici anni, deve essere disposto a spingersi subito verso l’agonismo, sportivamente parlando, ad andare già contro sé stesso. Io lo consiglio chiaramente, ma bisogna mettere in guardia chi lo vuole praticare, questo perché fisicamente puoi avere le qualità ma se manca la forza mentale, la testa, quella o ce l’hai o non ce l’hai. Il canottaggio, come detto, non ti forma il carattere ma devi già avere delle basi solide, questo è ciò che serve per cominciare diversamente sarà difficile riuscire”.
Quali sono le qualità fondamentali per fare parte di un equipaggio e che legame si instaura tra i componenti?
“Sicuramente ci deve essere una grande quota di rispetto. Mi spiego. Se entri a far parte di un equipaggio e sbagli qualcosa, tutto si riflette anche sugli altri membri. Ci vuole fiducia sportiva, devi contare su chi sta al tuo fianco in maniera reciproca, sapendo che chi è al tuo fianco sta dando tutto quello che può dare, proprio come fai tu. Non si può partire solo dall’amicizia, è una cosa in più quando fai parte di un equipaggio. Prima viene il rispetto reciproco e la fiducia quando si è in barca, l’amicizia è un qualcosa che è al di fuori di questo contesto. È andarsi a prendere una birra insieme, andare in giro o farsi una vacanza. Bisogna essere prima sportivamente leali con i compagni, guadagnare la fiducia reciproca, poi c’è tutto il resto”.
Come si supera un momento difficile sia individualmente che nel gruppo?
“Una bella domanda alla quale ognuno ti darà una risposta diversa. Sicuramente bisogna prendersi del tempo per metabolizzare ed elaborare cosa ti ha portato a un momento di crisi. Senza avere la foga di uscirne, occorre fermarsi e cercare di capire cosa c’è che non gira. Il tempo lenisce, il giusto supporto lenisce, la compagnia lenisce. Piano piano si riesce a ad arrivare a quell’equilibrio che ti fa vedere più chiaramente dove devi intervenire e cosa c’è da sistemare. Personalmente superare la debacle di Tokyo non è stato semplice, ho avuto bisogno della mia famiglia e delle persone care, del tempo in particolare modo che ha aiutato, appunto, a lenire quel momento. Nel gruppo, quando si rompe qualcosa, è ancora più difficile. Nel nostro caso lo è stato ancora di più, perché siamo stati tre anni senza remare insieme e siamo tornati in barca solamente tre settimane prima delle Olimpiadi di Parigi. In questi anni abbiamo sbollito la rabbia sportiva, siamo maturati, ci siamo tutti guardati dentro e alla fine siamo riusciti a riavvicinarci e ci siamo fatti trovare pronti per l’appuntamento più importante, portando a casa questo meraviglioso argento. Noi italiani, poi, siamo un popolo latino, di passione, caldo. Queste cose le viviamo, non siamo freddi calcolatori come altri e le sentiamo molto di più”.
Cosa ricorderai, anche extra gara, di questa esperienza olimpica?
“Purtroppo, extra sport non c’è molto da raccontare. Eravamo fuori dal villaggio olimpico, a circa dieci minuti dal campo gara per evitare il caos degli spostamenti ad esso collegati. Siamo andati lì con l’obiettivo di prenderci la medaglia, la dovevano vincere anche per Filippo, per la sua famiglia e per il nostro Gruppo Sportivo che ci ha sempre sostenuti anche, e soprattutto, nelle difficoltà. Tutto il resto, davvero, non contava. Quello che mi ha sbalordito positivamente è stato vedere quanta gente ci fosse durante la nostra gara. Già dai mille metri, a metà gara, sentivamo il tifo arrivare prima dalla riva e poi, a mano a mano che ci avvicinavamo al traguardo, dalle tribune piene stipate poste a circa quattrocento metri dall’arrivo. Una cosa strana, nuova, quel qualcosa che a Tokyo mancava. Sentire l’incitamento del pubblico è stato qualcosa di molto bello, mi porterò sempre dentro quei momenti unici, indimenticabili”.
Luca Rambaldi, vi assicuro, è un ragazzo veramente brillante, uno di quelli che non si limita a fare un’intervista ma impiega il tempo in cui ci parli cercando di spiegarti per davvero cos’è il canottaggio e cosa implichi praticare questo sport. Mai banale e sempre sul pezzo, un atleta che cerca di farti entrare, per quello che si può, nel proprio mondo. Luca e i suoi compagni delle Fiamme Gialle ci spiegano con il loro sport quanto sia importante il rapporto di fiducia e il rispetto nei confronti del proprio compagno di squadra, la reciprocità che c’è alla base di un successo a lungo inseguito. Il cadere e poi il rialzarsi, in modo diverso, con percorsi altrettanto diversi che alla fine confluiscono in un’unica squadra che è composta si da quattro elementi ma sulla barca diventano davvero una cosa sola. Un grazie di cuore a Luca Rambaldi per il tempo che ci ha dedicato e una dedica anche da parte nostra a Filippo Mondelli che da lassù ha visto i suoi compagni di squadra conquistare una splendida medaglia olimpica e avrà sicuramente fatto il tifo per loro, spingendoli verso quel meraviglioso traguardo d’argento.