

Di DAVIDE LUGLI
Parlare con Monica Graziana Contrafatto, atleta paralimpica e I° Graduato dell’Esercito Italiano, è un qualcosa che quando ti capita difficilmente puoi dimenticare o mettere in un cassetto. Una donna incredibile, con la quale abbiamo intrapreso un viaggio attraverso le tappe importanti della sua straordinaria vita e per tramite delle sue vive parole. Dal suo primo amore, quello verso la mimetica e i bersaglieri, passando per l’attentato in Afghanistan che le ha cambiato la vita, fino alla sua rinascita come atleta paralimpica. Sia in campo militare che sportivo Monica ha sempre dimostrato uno spirito indomabile e una dedizione al sacrificio senza eguali. Un’italiana, un soldato e un atleta, un motivo di orgoglio per tutto il nostro paese.
Una volontà ferrea quella di Monica, quella di una donna forte e determinata nel perseguire sempre i propri obiettivi, una di quelle che ha sempre avuto le idee chiare. Fin dalla più giovane età culla il desiderio di entrare nell’esercito. Un amore sbocciato nella sua Gela in occasione dell’operazione dei vespri siciliani quando, appena quindicenne, vede per la prima volta i bersaglieri e decide, in quel momento, che quella sarà la sua vita. Eppure, il suo sogno rischia di essere subito infranto. Il perché? Semplice, quando Monica ha 15 anni le donne non possono ancora entrare nell’esercito.
“In realtà da bambina giocavo a fare la poliziotta, poi sono arrivati i vespri siciliani e i primi ad arrivare in Sicilia furono proprio i bersaglieri. Lì mi sono innamorata della mimetica e del fez, il loro caratteristico cappello, ed è stato in quel momento che mi sono ripromessa che se le donne avessero potuto entrare nell’esercito sarei entrata in questo mondo e avrei svolto la mia attività come bersagliere. Proprio quando mi sono diplomata, in contemporanea, questo è diventato possibile. C’era, però, scarsa informazione e io non sapevo nemmeno come arruolarmi e ad onore del vero, io cento ne dicevo e poi non riuscivo a farne nemmeno una; quindi, quando dissi a mio padre che volevo intraprendere questo percorso fu lui a fermarmi perché prima dovevo laurearmi e poi provarci. Certo, non fosse che io non mi sono poi mai laureata perché a Catania, iscritta a scienze motorie, mi sono divertita tantissimo ma di studiare proprio non c’era la volontà e seppur arrivata a una decina di esami dal traguardo avevo già chiara la mia strada. Così, un giorno, senza dire nulla ai miei genitori ho presentato la domanda per arruolarmi. Mio padre ne fu felice, mia mamma un po’ meno. Sai, lei mi vedeva a lavorare in banca o comunque intraprendere un’attività più tranquilla; io in tailleur non mi ci vedevo proprio e continuo a non vedermici nemmeno ora. A giugno 2006 sono arrivata ad Ascoli Piceno e lì è cominciata la mia avventura. Il giorno del giuramento c’erano anche i miei genitori ed è stato in quel momento che, anche loro, vedendomi così felice compresero come quella fosse stata la scelta giusta. C’è da dire una cosa, nessuno avrebbe scommesso su quella mia vita perché in ambito militare ci sono delle regole e io, sovversiva dalla nascita, non godevo certo di stima diffusa nell’essere osservante di alcuna in precedenza. Ero vulcanica, cercavo sempre di fare a modo mio e tutto il contrario di quello che mi veniva detto. Invece, quelle regole all’interno dell’esercito mi piacevano anche se a volte mi innervosivano; ero anche più adulta e comprendevo di più certe cose rispetto a qualche anno prima. Così ho realizzato il mio sogno, poi ho fatto un anno nell’AVES e successivamente il VFP4 che mi ha portata alla mia destinazione finale, a ciò che avevo sempre voluto, entrare nei bersaglieri a Cosenza in uno dei reparti più operativi in Italia”.
La sua storia come atleta non poteva altresì essere lineare; anzi, nasce totalmente all’incontrario rispetto a quella di tanti altri sportivi. Lei, infatti, è prima di tutto un militare al servizio del nostro paese e precisamente un I° Graduato in forza ai bersaglieri che nel 2012 si trova in missione in Afghanistan per la seconda volta. È il 24 marzo e quel giorno la sua vita svolta completamente.
“Eh, sì…però raccontare dell’attentato lo trovo noioso. Sai perché? La parte più bella viene dopo. Ti posso dire che quel giorno dei colpi di mortaio sono entrati dentro alla base e uno ha preso me strisciandomi. Si, perché la cosa più evidente è la perdita della gamba, ma ci sono state altre conseguenze. Quando fui colpita una scheggia mi recise l’arteria femorale e fu la mia fortuna, hai capito bene, perché cauterizzò immediatamente la ferita mandando però, di conseguenza, in necrosi la gamba. Ho perso anche parte dell’intestino e tanto altro, però in quel momento la mia vita è cambiata. Sia chiaro, non dico che è migliorata anzi andava benissimo anche prima, però potessi ritornare indietro rifarei le stesse cose senza alcun dubbio perché quella vita mi piaceva, era ciò che volevo fare. Come, anche se sembra strano, rivivrei anche l’attentato perché ritengo sia stato un passaggio obbligato per ciò che sarebbe accaduto dopo.”
In seguito all’operazione per l’amputazione della gamba destra, durante il ricovero, assiste alle Paralimpiadi di Londra 2012 ed è in quel momento che vede in televisione la gara dei 100 metri alla quale partecipa, e vince l’oro, Martina Caironi.
“Infatti. Quello era l’anno delle Paralimpiadi di Londra e io a tutto pensavo in quel momento tranne che anche senza una gamba potessi mettermi a correre, non conoscevo proprio quel mondo. Premetto, da bambina avevo una zia che aveva avuto la poliomielite e ne scontava le conseguenze, ma per me al tempo era un qualcosa di normale anche se la vedevo camminare claudicante, non ho mai pensato a lei come a una disabile. Comunque, ero sul letto di ospedale insieme a una mia amica e nel fare zapping mi sono soffermata sulle Paralimpiadi, proprio su quella gara che sarebbe, poi, diventata la mia gara. Sai quando vedi l’inquadratura che da un dettaglio si allarga sempre più? Ecco, io ho visto prima la protesi e poi queste atlete alle quali mancavano una o entrambe le gambe che stavano per dare il via ai 100 metri. In quel momento vedendo quella gara poi vinta da Martina, ho visto un qualcosa che ha acceso in me la voglia, ancora una volta, di mettermi alla prova e accettare una nuova sfida. Dire che non ho mai amato l’atletica, non amavo correre e nei bersaglieri, invece, si correva eccome. È stato quello l’attimo in cui ho realizzato che pur non amando quello sport desideravo anch’io una gamba artificiale per poterci provare e partecipare alle Paralimpiadi.”
Un nuovo inizio, nel quale bisogna avere pazienza, tanta, e imparare nuovamente tutto daccapo o quasi. Convivere con una protesi significa ricominciare da zero e anche imparare a camminare è una sorta di avventura, figurarsi correre. Per Monica questa è una seconda vita tutta da scoprire e nella quale, anche, accettarsi.
“Non ci ho messo, in realtà, molto ad accettarmi. Ero ricoverata in un ospedale militare nel quale ero la prima donna ferita in una missione militare e il mio spirito da casinara mi ha portato a rallegrare l’ambiente. Ho generato il caos in quel nosocomio, non credo di aver mai fatto tanto putiferio in vita mia come in quel ricovero durato da marzo a settembre. Giravo in carrozzina con annessa trombetta e facevo le rampe come fossi in una gara, facendo danni a non finire in quell’ospedale. Per questo ti dico che non mi sono mai sentita diversa, ho sempre visto il bicchiere mezzo pieno e sono sempre stata quella che sono, una persona positiva anche se i momenti di sconforto non sono mancati e non mancano ancora oggi, anzi. Ti pervadono, ad esempio, quando d’estate non ti puoi permettere di fare lunghe passeggiate con il caldo in quanto rischi di farti venire delle piaghe che sono molto dolorose, così come di inverno, quando è freddo, e quando ti alleni la protesi può generarti egualmente dolore perché è come se avessi attaccato un pezzo di ghiaccio. All’inizio era un problema anche il mare, non per come mi sentivo io bensì per come mi guardavano gli altri perché avevo sempre gli occhi addosso. Ora ci gioco, non me ne frega più niente, guardatemi dico, guardate come sono bella. Il problema vero è stato il primo anno quando non avevo ancora la protesi perché giravo con le stampelle e mi mancava un pezzo. Venivo squadrata quasi fossi un marziano, con la diffidenza verso chi è diverso. Non era un problema mio, ma degli altri. Pensa che quando ho preso il mio cocker la gente non ci faceva più caso, guardava il cane, quanto fosse bello e di me, fondamentalmente, non interessava più nulla. All’inizio è stato un po’ difficoltoso imparare a gestire la protesi perché anche quello che ritieni più semplice come aprire una porta può diventare un problema. Quando fai questa semplice operazione usi tutto il corpo mentre con la protesi devi reinventarti nei movimenti e non è facile abituarsi alla nuova gestione nell’uso del tuo corpo. Quando me l’hanno messa è stato un momento emozionante, anche se erano più emozionate mia mamma e la mia amica Stefania, colei che mi ha fatto conoscere le Paralimpiadi quel giorno in ospedale. Se per me era un passo avanti verso la normalità, per loro è stato un momento di pianto di felicità per il vedermi, finalmente, nuovamente camminare. È stato più faticoso correre, perché tra camminare e correre c’è un’enorme differenza. Quando cammini hai una protesi elettronica che riesci facilmente, per modo di dire perché di semplice non c’è niente, a controllare perché più stabile mentre quando corri devi imparare a trovare la stabilità. La prima volta che ci ho provato con Nadia Checchini è stata lei che mi ha dato prima la mano, poi ha tolto via via le dita per lasciarmi andare. Fu una sensazione unica, perché ti senti libera e, infatti, la prima volta che ci ho provato da sola sono immediatamente ruzzolata per terra. Mi chiedevo cosa ci volesse a farlo, lo facevo già prima, ma con la protesi è davvero tutta un’altra cosa. Però è decisamente più bello correre che camminare, quando dopo l’attentato sono riuscita a farlo per la prima volta è stato qualcosa di indescrivibile.”
Nel mentre diventa la prima donna soldato ad essere decorata con la medaglia d’oro al valore dell’esercito. Un riconoscimento che non viene dato per caso, ma a chi come Monica si è distinta per aver compiuto un’azione eroica mettendo a rischio la sua stessa vita per salvare quella di altri. La motivazione merita, senza dubbio, di essere riportata e letta: “Bersagliere, nel corso di un vile attentato perpetrato a una base operativa avanzata da parte di insorti mediante armi a tiro curvo, anteponendo l’incolumità dei colleghi alla propria, dopo l’arrivo di una prima bomba da mortaio faceva sgomberare la propria tenda, indicando ai propri commilitoni di recarsi nei bunker e salvando loro, di fatto, la vita. Mentre si portava al proprio mezzo per attuare le azioni di contrasto, rimaneva gravemente ferita dall’esplosione di un’ulteriore granata che colpiva la stessa area e, malgrado il lancinante dolore, con spiccato coraggio rifiutava le prime cure e incitava i propri commilitoni alla reazione, prima di accasciarsi stremata”. Insomma, il I° Graduato Monica Graziana Contrafatto ha salvato con il proprio sacrificio la vita ad altri esseri umani, altri soldati come lei. Non serve aggiunger altro, però possiamo dire che è la prima medaglia del suo nuovo inizio, un altro punto di svolta e non solo per lei ma anche per tante donne soldato che ogni giorno sono impegnate sul campo in zona di guerra.
“(E qua Monica ha un momento di commozione, datele torto) Guarda, io penso di aver fatto solo il mio lavoro. Non ho fatto qualcosa per ricevere in cambio una medaglia, anzi, e anche se non me l’avessero data sarebbe stato uguale per me. Ho fatto quello che ho fatto perché era il mio dovere, quello che ho sempre sognato di fare e che ho sempre onorato. L’ho fatto con il cuore. Certo, sono cose bellissime che non mi aspettavo, potrei dire che non ho fatto nulla di più per meritarmele di quello che ero chiamata a fare. Le medaglie al valore, le onorificenze, sono un qualcosa che è arrivato svolgendo il mio lavoro. La soddisfazione ci sarebbe stata anche senza alcun riconoscimento. Diverso è per le medaglie in gara, perché quelle sono il frutto di un impegno per il quale ti alleni al fine di arrivare a quell’obiettivo.”
È Il secondo tempo della vita di Monica nel quale trova altre medaglie, questa volta però su una pista di atletica. È il 2016 e a Rio, alle Paralimpiadi, vince il bronzo sui 100 metri, proprio in quella gara e su quella distanza che quattro anni prima aveva riacceso la scintilla del suo spirito indomito e la sua voglia di rimettersi in gioco, seppur in altre vesti. A Rio, nella finale, sbaglia tutto ma nel suo destino è sempre scritto qualcosa, anche in quell’occasione.
“A fine gara, a Rio, ero felicissima. Avevo raggiunto l’ennesimo traguardo che mi ero posta nella mia vita. Il bello è stato dopo le interviste quando i miei allenatori mi hanno detto che sì il risultato era quello che contava, ma che in quella gara se c’era qualcosa che avevo fatto era di sbagliare tutto dalla partenza alla fine. Un po’ era stata l’ansia e un po’ l’emozione. Fino ad allora, infatti, avevo fatto solo un mondiale in cui ero arrivata quinta e non ero francamente ancora pronta, anche a reggere lo stress che la gara stessa comportava. Bisogna considerare che correvo da appena un anno e proprio a Nadia, post gara, dissi guarda ho sbagliato tutto, ma in fondo è andata bene e voleva dire che le altre avevano sbagliato di più. Insomma, ero arrivata dove volevo arrivare e l’emozione per esserci riuscita era davvero tanta, era l’unica cosa che contava in quel momento. Molti mi chiedono quale sia delle tre medaglie paralimpiche la più importante quando in realtà in ogni occasione sono stata travolta da sentimenti diversi. A Rio perché era la prima, a Tokyo perché siamo arrivate a fare la tripletta con Martina e Ambra, per finire con Parigi dove è arrivata una medaglia dopo la caduta e nel mentre il mio pensiero era solamente rivolto ad Ambra perché avevo paura di averle fatto male e non me lo sarei mai perdonata. Quest’anno a Parigi ero in formissima e il problema è stata ancora una volta la partenza nella finale, perché come accade sempre nelle gare più importanti le canno veramente tutte. Ho tentato un recupero straordinario, poi c’è stata la caduta di Ambra nella quale sono stata coinvolta. Ecco, in quel momento della medaglia non me ne interessava davvero nulla perché quando l’ho vista tenersi la mano sul volto avevo solamente paura di averle fatto male e, nonostante il dolore che avevo al piede, mi sono subito sincerata di non averla colpita prima di andare a sedermi e pensare a me stessa. Poi è arrivata quella medaglia, giusta a termini di regolamento. Ci tengo a precisarlo perché tanti pensano che sia stata una sorta di riparazione alla caduta piovuta dal cielo, quando invece il caso nel quale sono stata coinvolta è proprio previsto e definito da regolamento internazionale. Al netto di questa medaglia, tornando un passo indietro, mi è dispiaciuto tantissimo per Ambra perché per me è come una figlia, io sono la sua mamma sportiva e avendo lei attraversato un momento difficile ci tenevo veramente che facesse bene a prescindere da come potesse andare la mia gara. Ha vent’anni e abbiamo affrontato insieme un percorso sportivo che mi ha portato a legarmi molto a lei, per questo il mio primo pensiero è stato che non le avessi fatto male. Poi è arrivata la medaglia, come detto, ed è stata bellissima perché ho 43 anni e forse potrebbe essere stata la mia ultima Paralimpiade. Finire così non sarebbe stato bello per nessuno”.
Non me ne voglia Monica se può sembrare una mancanza di rispetto ma, appunto, a 43 anni ha un palmares personale, tra medaglie al valore militare, Europei, Mondiali e Paralimpiadi, che parla per lei. Ha saputo essere una donna di valore in campo militare e altrettanto in campo sportivo, ha vissuto due vite che sono diventate una la continuazione dell’altra, è caduta è si è letteralmente rialzata. Sempre. Una cosa non so del I° Graduato Monica Graziana Contrafatto, lo sa quanto è forte?
“Dentro di me ho una grandissima forza di volontà, quella che mi spinge a rialzarmi sempre. Molte volte c’è bisogno di tempo per ritrovarla e ognuno ha i suoi tempi. La vita è bella e non ci si può lasciare abbattere dagli ostacoli che ci pone davanti, bisogna sempre affrontare le sfide con il sorriso. A volte vanno bene, a volte no, l’importante è provarci e non lasciarsi mai andare.”
Ho provato a raccontare step by step la storia di Monica sperando di averle reso onore che è ciò che più mi interessa. In queste righe c’è una parte della sua vita, il meglio lo trovate nella sua autobiografia “Non sai quanto sei forte” uscita nel 2018 e che vi invito a leggere. Perché la storia di Monica non può essere semplicemente riassunta e merita di essere conosciuta. Fidatevi, la sua è una storia davvero straordinaria.