

Di DAVIDE LUGLI
Un oro olimpico che è stato la fine di un lungo viaggio, il secondo di sempre al femminile, dopo quello di Giulia Quintavalle a Pechino 2008. Alice Bellandi, bresciana, classe ’98 del Gruppo Sportivo Fiamme Gialle, ha trionfato nei 78kg a Parigi 2024 e quel giorno ha idealmente chiuso un cerchio che nulla ha a che fare con il proprio sport. Nel 2020 ha visto sé stessa rotolare verso il basso, si è trovata schienata dalla vita e con le spalle al muro. Ed è stato proprio allora che, come l’araba fenice, è risorta dalle sue ceneri e ha rimesso insieme i pezzi della sua vita, ripartendo da zero. Il suo avversario più difficile? Non è stato sul tatami, ma quel buio che tanti di noi tendono a sottovalutare e che quando ti prende è veramente dura, tanto dura. Con Alice abbiamo parlato di questo, dei suoi inizi e di tanto altro, ma ritenevamo doveroso centrare l’attenzione su questo punto e farlo con una campionessa olimpica che vede quella vittoria come la più importante della sua vita e che, vi assicuriamo, ha saputo descrivere al meglio cosa si prova.
Immaginate di avere una meravigliosa bambina, veramente vivace, carica come una molla e con un’energia innata. Cosa fareste voi? Tutti cercheremmo di trovare un modo per incanalare questa sua qualità in un qualcosa di costruttivo oppure, più semplicemente, che funga da valvola di sfogo. E il legame tra il judo e Alice comincia più o meno così, quando da piccola dimostra di avere veramente tanta vitalità da spendere e comincia a praticare diversi sport.
“Esatto. Quando ero piccola ero veramente super vivace e ho cominciato judo molto presto, proprio per questo motivo. È capitato perché, andando a scuola, la madre di un mio compagno lo suggerì alla mia come modo per farmi scaricare. È un aneddoto molto simpatico della mia vita e anche quando ne parlo con mio padre mi conferma sempre che ero una bambina veramente attiva, che amava giocare all’aria aperta. Se vedevo qualcuno con un pallone o che praticava sport volevo farlo anch’io, così come se vedevo giocare a basket, a calcio o andare in skateboard. Non ho mai chiesto la playstation o altri giochi, io volevo sempre ciò che occorreva per praticare uno sport”.
Il judo diventa ben presto il pane quotidiano di Alice, sembra avercelo proprio scritto nel DNA. A livello giovanile la bresciana vince, e anche tanto, due europei tra cadetti e juniores, fino ad arrivare al titolo iridato di categoria che segna anche il suo passaggio tra i senior. In mezzo, il lungo viaggio da Brescia e dalla storica Cappelletti, fino ad arrivare, appena diciassettenne, a Roma. Un percorso per crescere sia personalmente che sportivamente.
“Sì, io vengo dalla Cappelletti di Brescia, una società dal nome storico che, purtroppo, ha subito il depauperamento di numeri e di qualità, che ha riguardato tutta la Lombardia negli ultimi anni. Pur venendo da una piccola realtà, posso dirti che non è da dove vieni che ti fa diventare campione, bensì quello che hai dentro e che ti porti dietro. Ho fatto tanti sport da piccola ma il judo è sempre stato nel mio cuore; dopo i due titoli giovanili, appunto a diciassette anni, ho avuto la possibilità di entrare nelle Fiamme Gialle, che ringrazio per aver creduto in me, e mi sono trasferita a Roma, dopo gli esami di maturità, dove vivo tutt’oggi”.
Già, tutto sembra andare alla grande, ed è proprio quando tutto va bene che gli ostacoli, anche quelli che non vediamo ma che sono dentro di noi, possono fermarci e diventare qualcosa di ben più difficile da affrontare di una finale olimpica. Diventano avversari invincibili e la vita appare come la più improba delle scalate alpine, soprattutto quando ad affrontarla si è soli contro sé stessi. Ad Alice accade proprio questo, quando ha poco più di vent’anni; dentro di lei si fa strada il buio, come ha raccontato in diverse interviste. Quello che però non sappiamo, è come sa riuscita a superare il suo ostacolo più grande. Perché quello che ha passato Alice non è un qualcosa che hai o non hai, ma un demone che può prendere chiunque e che bisogna conoscere per poterlo affrontare, ma anche per poter aiutare chi ci è vicino e magari non sa come chiedere aiuto.
“Intanto grazie per aver toccato questo argomento a cui tengo particolarmente e che, appunto, è un qualcosa che non riguarda solamente me, ma tante persone che ci si possono trovare. È un qualcosa che non auguri a nessuno, nemmeno al tuo peggior nemico; è un qualcosa che è nato per una serie di circostanze che, però, se non avessi vissuto, oggi non sarei qua. È stato un momento di solitudine nel quale nulla andava nel verso giusto, e mi sentivo come una palla che andava in discesa, era un rotolare sempre più verso il basso. Quando raggiungi il fondo e ti trovi sdraiato per terra hai solamente due opzioni: lasci tutto oppure ti rialzi. Dentro di me ho sempre avuto un qualcosa che mi diceva di avere fede e, anche se non è stato facile, io ci ho creduto; mi sono rialzata mettendo in discussione tutto, cambiando tutto, pur sapendo che così sarebbe anche potuto andare peggio. Ma mettermi pienamente in discussione mi ha permesso di ricollocare i pezzi del puzzle e oggi posso dire che, più della medaglia olimpica, ciò che porto orgogliosamente dentro di me è aver superato quel momento. Non ci si deve mai vergognare di chiedere aiuto. Pensiamo troppo spesso di conoscere il nostro corpo, saperlo controllare, ma è qui che sbagliamo. A volte occorre qualcuno che ti prenda la testa, la giri e ti dica, guarda è quella la strada giusta”.
Anche la notte più lunga, però, lascia sempre spazio alla luce del mattino. Questo è quanto è accaduto anche ad Alice, che tra il 2022 e il 2023, conquista medaglie pesanti sia a livello europeo che mondiale. Anzi, questo è solo l’inizio. Il meglio arriva nel 2024 quando si presenta da numero uno del ranking all’Olimpiade francese dove vuole essere protagonista. Vuole? Lo pretende, perché è l’apice del suo, chiamiamolo così, secondo tempo sportivo e, perché no, anche umano. L’oro olimpico a vederlo dalla tv pare quasi essere una formalità; invece dietro c’è tanto, non solo sportivamente parlando. Però, possiamo dirlo? Quella corsa finale di gioia racchiude tutto il significato di quella medaglia.
“Sì, la medaglia è la medaglia, è il risultato finale. Ma la medaglia è stato l’ultimo mattoncino di questo lungo percorso. È stato il completare quel castello che avevo cominciato a costruire e che è stato il mio modo per rinascere, completarlo passo dopo passo, partendo da dove ero. Tanti dimenticano dove fosse Alice quattro anni prima ma chi era con me in quel periodo buio, dopo l’Olimpiade, mi ha scritto che è stata davvero la conclusione della storia perfetta. Alice è ripartita dal nulla, dai pianti, dagli occhi vuoti, da quel punto dove non c’era davvero più nulla. Ho sempre creduto in me stessa anche quando nessuno l’avrebbe fatto e ho riletto il mio passato guardando quei momenti difficili dopo la mia medaglia. Il mio successo più grande, quello che mi rende orgogliosa, non è tanto quella vittoria, ma essere riuscita a completare quell’equazione senza la quale, mi ripeto, oggi non sarei qui. Certo, poi è arrivata anche la medaglia, ma quel che più importa è che io ho sempre creduto in me stessa, sapevo che ce l’avrei fatta, e tre anni dopo ho chiuso il cerchio”.
A proposito e per concludere. Magari c’è una domanda che nessuno ha mai posto ad Alice e che invece le sarebbe piaciuto le avessero fatto. Chiediamolo direttamente a lei: quale sarebbe la domanda alla quale vorrebbe rispondere la campionessa olimpica Alice Bellandi e che non le è ancora mai stata posta?
“Forse che cosa comporta il successo. Probabilmente non è la domanda giusta, però vorrei servisse per fare capire una cosa. La medaglia d’oro è un qualcosa di meraviglioso e stupendo, ma è la conclusione di un lungo viaggio. Sicuramente è stato un momento molto bello, però poi c’è anche il rovescio della medaglia, quello di cui la società ti veste, mettendoti in una nicchia di altri esseri umani, dimenticandosi che sei una persona con le sue emozioni e i suoi sentimenti. Magari ti chiedono, perché sei triste? Sei la campionessa olimpica, no? Quasi come se la felicità fosse unicamente tutta in questo risultato, attribuendola a un qualcosa di materiale. Io quel giorno ero felicissima, ma dopo sono tornata a vivere il quotidiano, e come ogni persona normale posso avere i miei momenti sì e quelli no. Alice è un essere umano, una persona come tante. Alice è viva”.
Non vorremmo aggiungere altro, ha detto tutto lei, ma quando senti parlare Alice la voce è quella di una persona che venticinque anni proprio non li dimostra. Una ragazza decisa, risoluta, che non nasconde le proprie ferite, anzi. Abbiamo conosciuto una persona vera che si è raccontata apertamente e non si è nascosta dietro a un dito, ma ha mostrato tutto di sé comprese le sue fragilità e i suoi sentimenti. La storia dell’Alice campionessa olimpica prescinde direttamente dalla sua storia umana; citando le sue parole: “ha risolto un’equazione” e quando ce l’ha fatta è arrivata all’appuntamento sportivamente più importante della sua vita veramente pronta. L’oro olimpico è stata la fine di un lungo viaggio che Alice ha affrontato da sola, fatto di momenti amari e lacrime e che è stato il suo successo vero, il più importante della sua vita. Il primo agosto di quest’anno sul tatami è salita quella bambina vivace e piena di vita che voleva fare tanti sport, quella che non ha avuto paura del buio e che, alla fine, è riuscita a sconfiggerlo.