

DI DAVIDE LUGLI
Enrico Brizzi è senza ombra di dubbio l’autore del momento. L’uscita dell’attesissimo “DUE”, seguito a distanza di trent’anni esatti del celeberrimo “JACK FRUSCIANTE È USCITO DAL GRUPPO”, ha fatto davvero tanto rumore e creato tanto pathos a chi attendeva da allora di sapere come sarebbero proseguite le vicissitudini della storia tra Alex e Aidi. Enrico, però, non è solo lo scrittore che ha catalizzato l’attenzione di tante generazioni, ma anche un grandissimo tifoso del Bologna. Un abbonato storico, praticamente dalla nascita e ancora oggi, e questo nonostante non risieda più nella città felsinea da tanto tempo. Uno di quelli, per intenderci, che “Il Bologna è una fede” e che non si perde mai una partita dei rossoblù, anzi. Lui c’era anche quando nel lontano ’92 i felsinei erano tutt’altro che “lo squadrone che tremare il mondo fa” di qualche decennio prima. E proprio da quegli anni siamo partiti a parlare di Enrico e con Enrico per conoscere un pezzo della sua storia letteraria, forse, ai più poco noto; tra calcio e la genesi di “JACK FRUSCIANTE”, fino ad arrivare a oggi, a “DUE”, e a quel Bologna che pochi giorni fa ha giocato nello stadio di Anfield e che, proprio trent’anni dopo, si trova addirittura in Champions League.
Nell’anno domini uno nove nove due cominciava la lenta quanto inesorabile agonia del Bologna, durata poco meno di due stagioni dopo l’amara retrocessione del 1991 in serie B e che, ancora oggi, inutile nascondersi, è un dolore vivo per tutti i tifosi rossoblù. Dalla speranza di tornare immediatamente in paradiso, agli inferi della serie C, arrivati nel 1993. Nel mezzo, una situazione societaria a dir poco critica che terminerà la propria corsa non sul campo, bensì nelle aule di giustizia con l’onta del fallimento. Però, il Bologna è una fede e la fede, cari miei, non la cancella niente e nessuno.
“Sì, è una storia che passa attraverso uno spareggio sfortunato con la SPAL e poi conosce un lieto fine. Un lieto fine che ha il nome di Renzaccio Ulivieri, con il quale la squadra riparte nel secondo anno all’inferno; dalla C, conquista la B e poi la A. infine, si prende addirittura anche l’Europa. È una specie di storia morale che ha a che fare con la voglia di crederci e, alla fine, oh ragazzi, a forza di crederci le cose succedono”.
Nello stesso anno, e nella stessa città, è ambientata la narrazione del giovane Enrico Brizzi che con il suo “JACK FRUSCIANTE È USCITO DAL GRUPPO” conquisterà ben più di una singola generazione, dando vita a un qualcosa che entrerà letteralmente nel mito. E quel mito inizia proprio così…
“Siamo nel ’92, epoca di telefoni fissi e nella quale internet non esiste ancora. Io torno a casa e mia madre mi dice che ha chiamato un editore e che mi aspetta sotto le due torri. Penso subito a uno scherzo dei miei amici e per smascherarli, in bici, attraverso strade secondarie, passando dal ghetto, in modo da poterli prendere alle spalle. Invece, arrivato sotto alle due torri vedo un uomo in attesa che, dal mio punto di vista, è palesemente un editore. Me lo ricordo come la terza cosa più alta di Bologna, dopo Asinelli e Garisenda, nel suo impermeabile da editore, nelle sue scarpe da editore e con i suoi occhiali, anch’essi, da editore. Era Massimo Canalini di Transeuropa il quale, fino a pochi mesi, prima aveva condotto gli esperimenti narrativi della collana under 25 con Pier Vittorio Tondelli che, purtroppo, era mancato alla fine del ’91, ancora giovanissimo. Però, keep the faith. Voleva continuare a far raccontare le storie che conoscevano i giovani e da diciassettenne liceale fui incoraggiato a scrivere ciò che scaldava il cuore a un ragazzo della mia età; amici, la prima ragazza per la quale ti batte il cuore, la prima perdita di un amico che ti sfrange e ti spezza a metà. Jack Frusciante è nato così. Storia scritta in appena tre mesi, perché per me era tutto facile da trovare nelle circostanze della mia vita di allora; quello che era più difficile da trovare fu il modo in cui scriverlo. Tre anni di scrittura, poi altri due di editing, provando a raccontare in terza persona ciò che in precedenza mi era venuto in prima o, al contrario, cambiare dalla prima alla terza. Insomma, Jack Frusciante era un esperimento editoriale di un adolescente bolognese che aveva una vita assolutamente ordinaria, cresciuto tanto grazie al privilegio di poter frequentare le stanze anconetane di Transeuropa in mezzo a tanti altri ragazzi più grandi di me che avevano lavorato con Tondelli e che, con il senno di oggi, erano giovani che avevano 25/26 anni, ma che se tornate a quando ne avevate 17, vi renderete conto che entrare in una stanza con loro era come il ragazzo della primavera che viene convocato in prima squadra. Ricevere la loro attenzione, i loro consigli, per me è stato decisivo. Jack Frusciante è nato così, grazie a storie che mi capitavano intorno e che poi sono evolute grazie ai consigli e all’attenzione di persone più grandi di me”.
Arriviamo a oggi. Trent’anni dopo troviamo il Bologna, bello come non mai, a lottare addirittura per entrare in Champions League. Chi l’avrebbe mai detto in quel lontano ’92? Una squadra che guadagna, addirittura con largo anticipo, il pass per disputare la massima competizione europea e che si trova a giocare nel tempio di Anfield contro nientemeno che il Liverpool. Una Bologna diversa, trasformata, e che in una qualche misura ha letteralmente cambiato il proprio volto e le proprie ambizioni, anche a livello di città, quella che alla prima di Champions fa sentire il boato di gioia sulle note dell’inno ufficiale addirittura fino alla cima di San Luca. Già, chi l’avrebbe mai detto trent’anni fa che avremmo assistito oggi a questo spettacolo?
“Noi consideravamo il massimo raggiungibile la semifinale di Coppa Uefa con l’Olympique Marsiglia, una semifinale sia chiaro, quindi tanto di cappello. L’andata in Francia fu abbastanza movimentata e anche il ritorno a Bologna non fu certo da meno, però in quel momento credo tutti pensassimo di esserci giocati tutte le nostre possibilità in quel lontano ’99. L’ultima trasferta europea del Bologna l’ho vissuta un anno più tardi nel fantastico stadio Ali Sami Ien contro il Galatasaray; finimmo fuori ma rimasi stupito dalla bellezza dell’impianto, al punto da pensare che fosse una gran fortuna poter disputare le coppe europee e poter vedere simili meraviglie. Mai avrei immaginato, da appassionato di calcio e fatalmente di quello britannico, che dopo aver visitato Anfield anni fa da turista avrei avuto la possibilità di varcare quei cancelli nuovamente e bardato da tifoso rossoblù. Invece è capitato proprio la settimana scorsa. Anche se non abito più a Bologna da tanti anni, pur essendo nato e cresciuto a fianco allo stadio, e anche se tante cose nella mia vita sono cambiate, tornare al Dall’Ara da abbonato è una costante, nel mio caso facendo veramente le trasferte. Abito sul lago di Como, e prima ancora ho abitato dieci anni a Rimini, ma il richiamo è troppo forte. L’esperienza ad Anfield da tifoso, dove sono tornato in occasione della seconda giornata di Champions insieme ad amici storici, è stata qualcosa di incredibile da vivere; uno stadio che chiama a uno a uno i 96 caduti di Hillsborough, nome e cognome, con il pubblico che urla “PRESENT”. Uno per uno a ogni partita, prima anche del celebre You’ll never walk alone. Uscire da quello stadio dopo una partita a dir poco ìmpari dove il Bologna si trovava a giocare contro la capolista di Premier League, deve farti capire concretamente come stanno le cose. Perché devi essere molto, ma molto, ottimista a pensare di giocare con il Liverpool, ad Anfield, e pensare di portare a casa qualche punto. Infatti, così è andata. Però, ragazzi, uscire da quello stadio applauditi da tutta la tifoseria avversaria è un’emozione che chi c’era si porterà dentro per davvero tanto tempo”.
E “DUE” esce proprio 30 anni dopo “JACK FRUSCIANTE È USCITO DAL GRUPPO”, mentre il Bologna si ritrova nella massima competizione europea a vivere un sogno. È proprio quest’anno che il non più giovane (termine concordato direttamente con lui) Enrico Brizzi decide di dare un seguito alla sua opera prima, nella quale ritroviamo i nostri Alex e Aidi alle prese con ciò che sarebbe accaduto dopo l’immediato finale del primo libro. 30 anni volati in un attimo e un libro che ci riporta ad allora, proprio all’estate del ’92. Ma perché proprio oggi? Perché “Due” ha dovuto attendere così tanto per vedere la luce e, ancora, perché Enrico Brizzi ha, infine, deciso di raccontare un’altra volta la vita punk/rock di due adolescenti? Tante domande che, forse, non hanno una vera risposta.
“Ain so brisa caro Davide (Non lo so, in dialetto bolognese), questa è la verità. Quello che so è che per tanti anni mi hanno chiesto perché non volessi scrivere il seguito e non c’era dietro una questione di partito preso, bensì sentivo la necessità di scrivere altro, non era mai il momento. L’anno scorso, all’inizio dell’autunno, mi è venuta voglia di leggere il primo libro. Sia chiaro, tutti lo collegano al mio nome ma io non l’ho mai letto dall’inizio alla fine, se non prima di pubblicarlo. Sono partito con un sacco di timori: e se non mi piace e se mi metto a fare editing e se mi viene nostalgia? Invece, è stato tutto molto bello. L’ho letto, l’ho finito, mi è piaciuto, allora mi sono buttato alla scrivania a scrivere di getto come, secondo me, poteva continuare quella storia, pur sapendo che così facendo rischiavo di ferire tante persone che magari volevano finisse lì e basta. D’altronde, come non ho chiesto il permesso a nessuno di scrivere la prima parte, così ho fatto anche con la seconda; ne ho sentita l’esigenza, così come quando non la sentivo dicevo no grazie, non me la sento. Poi, mica è stato comunque facile, perché un conto è scriverlo e un altro volerlo pubblicare. Infatti, prima di decidere di fare questo passo sono voluto salire in cima a una montagna, precisamente alla Marmolada, la più alta delle Dolomiti, dove mi sono goduto il panorama dal punto più alto su tutte le montagne intorno. Un po’ di ore di salita, moschettato, imbragato, e quando sono stato lassù al tramonto mi sono detto “va bene facciamolo”, anche se la gente magari non capirà; in quel momento finalmente me la sentivo. Ho dato, però, una condizione all’editore. Questa è una storia che è il prosieguo di un’altra ambientata negli anni ’90 e allora voglio che lavoriamo come in quegli anni senza editing come oggi via zoom, meet, teams o altre parole inglesi monosillabe, ma andiamo a fare editing come allora, spalla a spalla. Io ho la passione dei cammini zaino in spalla e ho trovato negli anni varie locande, nelle pieghe dell’appennino tosco-emiliano, che hanno il pregio che non prendono i telefoni e tantomeno internet. Ho detto all’editore Carlo Carabba, capo della narrativa di HarperCollins con il quale collaboro da vari anni, se vuoi fare questo libro dobbiamo chiudere lassù. Colazione poi lavoriamo, pranzo poi lavoriamo, cena poi lavoriamo, così fino a notte fonda proprio come si faceva trent’anni fa. Come registrare oggi un disco in analogico anziché in digitale, però con i nastri e gli strumenti di allora. Dopo cinque giorni e cinque notti siamo scesi con la versione pronta per le bozze del romanzo, che poi è diventato “DUE”.
E arrivati alla fine vorremmo scrivere le prime parole del nuovo libro di Enrico, anzi vorrei, ma non crediamo sia questo il giusto commiato. Tanti magari non lo sanno, ma proprio a metà settembre e appena prima dell’uscita di “DUE” è, purtroppo, venuto a mancare Massimo Canalini, l’uomo che più di ogni altro ha creduto in Enrico Brizzi quando era appena diciassettenne. Non abbiamo parlato con Enrico di quel momento, non ci sembrava giusto. Corretto è, invece, ricordare la sua persona, quella che ha sempre creduto nei giovani, nei loro sogni e nella loro voglia di raccontare storie che parlavano proprio di loro, senza filtri. Questa chiacchierata con Enrico Brizzi la vogliamo dedicare a lui, una persona che, senza ombra di dubbio, trent’anni fa ha dato il via a una storia divenuta leggenda che ha conquistato tante generazioni. Nel ringraziare Enrico e la HarperCollins per la gentile disponibilità, ora, siamo davvero pronti per tornare all’anno domini uno nove nove due e scoprire come si concluderà la storia di Alex e Aidi cominciata trent’anni fa.
