

DI DAVIDE LUGLI
Sono passati 28 anni da quel giorno di marzo del 1997: l’Italia batte per la prima volta la Francia, a Grenoble, e conquista la Coppa Europa. Ricordo come fosse ieri come tutti pensassero a una debacle, meglio a una passerella della squadra transalpina fresca vincitrice del Cinque Nazioni dove non aveva solo vinto, ma stravinto conquistando il grande slam. Qualche settimana fa, in occasione del suo compleanno, decisi di contattare Stefano Bordon, uno di quei ragazzi che furono autori dell’impresa per chiedergli il suo punto di vista su quella partita. Una chiacchierata lunga e costruttiva che ha fatto riaffiorare non solo quanto accadde a Grenoble, ma anche ciò che è stato il rugby nella sua vita. Il racconto di un evento che diventa quello di una carriera nata da un sogno inseguito sin da bambino e quel 22 marzo 1997 in cui si trasforma in realtà e il cerchio, idealmente, si chiude.
Stefano è uno che ne ha viste tante nella sua carriera di rugbista. È stato uno degli eroi di Grenoble e che ha portato in Italia la Coppa Europa sconfiggendo quella Francia che mai era stata battuta prima, ma prima di arrivare a quel momento c’è stato un percorso da completare, una lunga strada, a volte anche irta di ostacoli.
“Guarda, oggi voglio raccontarti qualcosa di diverso rispetto alla sola partita, qualcosa che riguarda me e ciò che mi è accaduto poco prima di quel 22 marzo. Infatti, il 6 gennaio di quell’anno giocammo contro l’Irlanda e, dopo appena venti minuti, mi ruppi il collaterale del ginocchio sinistro. Il fisioterapista mi fasciò il ginocchio dicendomi: Prova a giocare finché riesci. Rimasi in campo fino alla fine della partita. Dal giorno successivo, per me, cominciò l’obiettivo Francia, anche se in quel momento sembrava lontano: io però dovevo sottopormi a una risonanza e, soprattutto, recuperare. Mi dissero di indossare il tutore per trenta giorni, ma alla fine di gennaio decisi di anticipare i tempi e iniziai la fisioterapia e il lavoro in palestra. Ripresi il lavoro fisico nonostante il dolore al ginocchio e rientrai in campo due settimane prima della partita contro i transalpini, giocando in campionato contro il San Donà. In quell’occasione era presente anche il CT Coste, venuto appositamente per valutare la mia possibile convocazione.
Quel periodo fu davvero duro: ci tenevo moltissimo a essere presente, ma l’infortunio rischiava di compromettere la mia possibilità di giocare. Quando Georges mi disse che sarei stato convocato, provai una grandissima soddisfazione. Quella convocazione non solo rappresentava il frutto dell’impegno di quei mesi, ma di anni di lavoro, non solo sul piano fisico, ma anche mentale.
E poi, immagina la mia soddisfazione quando, dopo quell’impresa, mi ritrovai addirittura inserito nel miglior quindici della settimana su Midi Olympique. Impagabile!”
Giusto, prima di arrivare a quel momento, però, uno se lo deve conquistare. Anni di fatiche, sudore, infortuni e tanto altro. Un percorso irto di ostacoli, lungo e che prevede tanti step prima di realizzare ciò che uno sogna.
“Prima di arrivare a quel momento, c’è stato davvero tanto altro. Pensa: fino a vent’anni giocavo come terza linea e in quel ruolo ho percorso tutta la trafila delle nazionali giovanili, vincendo anche uno scudetto con la Rugby Rovigo nel 1988. Poi, quando arrivai in nazionale B e fui convocato ai primi raduni della maggiore, l’allenatore di allora decise che le terze linee dovevano essere alte almeno un metro e novanta. Io, invece, ero “solo” un metro e ottantacinque. A quel punto ero disperato, ma fu l’allora allenatore della Rugby Rovigo a offrirmi una soluzione, anzi, “la soluzione”: cambiare ruolo.
Nelie Smith mi disse che il rugby si stava evolvendo e che, nel ruolo di trequarti centro, avrei potuto esaltare le mie caratteristiche, farmi valere e conquistare il posto in nazionale. Certo, non sarebbe stato facile, ci sarebbe voluto tanto impegno. Passare da terza linea a trequarti centro significava cambiare completamente modo di pensare: da un ruolo in cui sei coinvolto nelle fasi di conquista e nel breakdown, a uno in cui devi occupare lo spazio, leggere il gioco e farti trovare sempre pronto sia in difesa che in attacco.
Il 1989 fu il mio primo anno nel nuovo ruolo, un anno molto difficile: non venni convocato in nessuna nazionale. Nel 1990 conquistai il mio secondo scudetto, questa volta come centro, e finalmente arrivarono le prime chiamate: prima per il torneo Seven di Hong Kong, poi per la preparazione alla qualificazione ai Mondiali del 1991 in Inghilterra. Fu proprio in quell’occasione che esordii con la maglia azzurra, a Padova, contro la Romania. Quella partita rappresentò per me il risultato di un lungo e difficile lavoro di adattamento al nuovo ruolo, un percorso pieno di ostacoli che riuscii a superare anche grazie al supporto dei miei compagni.”
Un sogno cominciato da piccolo, quello di un bambino che pensava già in grande, alla Nazionale e a tanto altro. Poi, arriva quel momento in cui tutti i pezzi del puzzle cominciano a incastrarsi alla perfezione.
“Vedi, alla fine è un cerchio che si chiude attorno a quella partita. Nel 1978 avevo dieci anni e fui convocato come raccattapalle per la partita Italia-Nuova Zelanda. Era la prima volta che la Nuova Zelanda veniva a giocare in Italia, e fu lì che nacque il mio sogno: giocare contro di loro, e quindi in nazionale. In uno stadio strapieno vidi per la prima volta la Haka da vicino, e fu come un segno del destino. Da lì cominciò tutto: la trafila nelle nazionali giovanili, la prima partita con l’Under 15, una vittoria per 13-10 contro il Galles al Flaminio nel 1983, e poi la lunga rincorsa fino ai vent’anni, quando mi ritrovai addirittura a cambiare ruolo pur di arrivare alla maglia“.
E poi arriva quel 22 marzo 1997. Il giorno che hai atteso per una vita è finalmente davanti a te. Ti trovi a fronteggiare ciò che hai sempre sognato, in un contesto in cui, tra l’altro, gli italiani ti vedono come una sorta di Avenger. Battere la Francia a domicilio, qualcosa di impensabile fino a pochi anni prima.
“Si, quel giorno, quel 22 marzo, in cui – per la prima volta – riuscimmo a battere la vera Francia. E non una Francia qualsiasi, ma quella che aveva appena vinto il Grande Slam nel Cinque Nazioni. Guarda, a dire il vero, ho solo un rammarico: non aver potuto giocare nemmeno una partita nel Sei Nazioni. Arrivai infortunato e dovetti lasciare Tolone, dove mi ero trasferito per giocare, a causa di problemi familiari. Quella sarebbe stata la ciliegina sulla torta, ma evidentemente doveva andare così. Grenoble è una bellissima città. La Francia, avendo appena stravinto il Cinque Nazioni, voleva portare la formazione migliore. Non aveva intenzione di sottovalutare l’evento, e l’intento era quello di fare sfoggio del recente trionfo, anche perché, francamente, non so da quanti decenni non giocassero una partita ufficiale da quelle parti. Era un’occasione per celebrare con un successo il momento magico in un luogo dove, forse, il rugby a livello di nazionale non era stato tanto presente.
A Grenoble c’era anche una forte presenza italiana, e la partita era vista come uno splendido evento da entrambe le parti, per creare un giorno di festa comune. Gli italiani che vivevano lì erano persone umili, e, per loro, quella partita rappresentò qualcosa di straordinario. Anche nei giorni precedenti sembrava di essere a casa. Gente semplice, che ci ha accolto con grande entusiasmo, pur sapendo che giocare contro la Francia sarebbe stata una partita da missione impossibile, o quasi.
Noi siamo entrati in campo con la consapevolezza che ce la dovevamo giocare, non partivamo affatto battuti. Sapevamo che avremmo dovuto dare tutto, giocare con il coltello tra i denti. È stata una partita in cui, a dire il vero, ci è riuscito davvero tutto. Loro, probabilmente, ci hanno anche sottovalutato, ma sai cosa ti dico? Quello è stato un problema loro.”
Già, la partita della vita o quasi. Un’occasione che può innescare tanto altro, come effettivamente è poi accaduto. Una squadra mai battuta prima che si presenta vestita a festa, a casa propria, e finisce per rimanere con l’amaro in bocca.
“Avevamo tante energie, ci veniva tutto bene e loro, i francesi, avevano gli occhi sbarrati perché non capivano cosa stesse accadendo. Io, come detto, ero uscito dalla partita con l’Irlanda e rientrato di fatto solo in quell’occasione. La soddisfazione per come stava andando la partita cresceva minuto dopo minuto. Siamo stati praticamente sempre avanti, mentre loro non riuscivano a trovare le contromisure, e parliamo della squadra che aveva appena conquistato il grande slam. Anche se c’è chi sostiene che in precedenza avevamo già battuto la Francia, non avevamo mai giocato conto la squadra formata da ‘quelli forti.
Avevamo vinto contro di loro nel ’91, ma quella Francia era una nazionale A, composta sì da giocatori di buon livello, ma in tutto e per tutto una squadra non di pari grado a quella che partecipava al Cinque Nazioni. A dirla tutta, non venivano nemmeno assegnati i cap per quelle partite. A quei tempi, squadre come la Nuova Zelanda o l’Australia venivano in Italia ogni cinque/dieci anni a giocare, mentre altre mascheravano squadre piene di riserve facendole passare per nazionali maggiori.
Quella vittoria, contro quella Francia, ci permise di conquistare sul campo il rispetto che fino a quel momento ci era mancato, e che ci relegava a giocare la Coppa Europa contro squadre B. Squadre che, pur avendo talento e buoni giocatori, non avevano nulla a che vedere con quelle che giocavano test match o competizioni di alto livello.
Quella era la Francia che dieci giorni prima aveva fatto il Grande Slam e veniva a giocarsi la Coppa Europa per vincerla e dimostrare di essere la più forte, non una squadra messa lì solo per fare presenza.
Ed era effettivamente la squadra più forte d’Europa. Il loro allenatore Pierre Villepreux aveva preparato la partita per vincerla e considerava l’Italia un’avversaria degna di affrontare i migliori. Questo è un aspetto fondamentale, perché fu proprio da quel momento che le altre squadre europee cominciarono a considerarci seriamente, e fu il viatico per entrare, poi, nel Sei Nazioni”.
Crederci è già una vittoria, ma per vincere ci vuole tanto altro. Spesso occorre anche trovarsi di fronte a un avversario che pensa di aver già vinto, magari anche lasciarglielo credere. In tutto questo, però, non è il finale che conta, bensì il percorso.
“Già, noi avevamo fatto un percorso, avevamo un allenatore che credeva davvero nel nostro gruppo ed eravamo consapevoli di poter, al massimo delle nostre potenzialità, giocarcela a viso aperto. Siamo stati anche un po’ incoscienti, giocando a un altissimo livello e in modo spavaldo, perché quelle erano le nostre armi per poter cercare di vincere contro una squadra considerata poche ore prima imbattibile. Certo, loro probabilmente ci hanno anche sottovalutato e quando si sono trovati di fronte una squadra come la nostra non hanno saputo trovare le contromisure.
La Francia che ha affrontato l’Italia quest’anno, invece, non ha affatto sottovalutato la partita. Al contrario, ha giocato esaltando le proprie qualità e sfruttando i punti deboli della nostra nazionale, spingendo al massimo per segnare il maggior numero di punti possibile e dimostrare la propria superiorità.
Contro l’Inghilterra, al contrario, la Francia è apparsa sottotono, senza riuscire a esprimersi al meglio. Di fronte ha trovato una squadra estremamente concentrata e combattiva, capace di metterla in difficoltà su ogni punto d’incontro e, alla fine, di conquistare la vittoria. Alla base di una sconfitta, anche quando sei il più forte, c’è sempre la sottovalutazione dell’avversario, perché non puoi entrare in campo pensando di aver già vinto, in nessuno sport”.
E noi ricordiamo con una foto iconica quel momento, un passaggio indimenticabile per il rugby italiano che, come ci ha detto Stefano, quel giorno si è guadagnato ben più della possibilità di entrare in quello che è diventato, poi, il Sei Nazioni. Quel giorno, l’Italia non ha solo conquistato la Coppa Europa, ma il rispetto sul campo da parte di tutte le altre grandi Nazionali europee. Grazie Stefano, a te e tutti i ragazzi che quel giorno hanno con il loro spirito indomito scritto la storia.