

A Tokyo, nel 1964, è tutto pronto per la prima volta alle olimpiadi per il judo. Uno sport eternamente dominato dai nipponici, fino almeno ai mondiali di Parigi del 1961, dove però lontano da casa la sconfitta nella pregiata categoria open ha fatto certamente meno male e ha portato meno eco. È stato un caso, qualcuno dice. Stavolta, però, la medaglia d’oro non deve sfuggire e deve andare al collo di un giapponese, non è ipotizzabile il contrario. Si gioca in casa, le regole le hanno fatte loro e sono indubbiamente i migliori al mondo, almeno fino a quel momento è ciò che credono. Ed è così che quel giorno di ottobre si prepara la celebrazione di una vittoria che non è possibile mettere in discussione, figurarsi se può poi farlo un atleta europeo. Ci mancherebbe altro.
Un’olimpiade, quella organizzata dal paese del Sol Levante, curata nei minimi dettagli, giusto precisarlo. Basti pensare che furono introdotti proprio Judo e Pallavolo in quell’occasione per autocelebrarsi. E se il primo era lo sport per eccellenza dei giapponesi, inventato proprio a domicilio nel 1880, per il secondo si era creato un gruppo di ragazze d’élite, le cosiddette streghe d’oriente, che si allenavano, e vivevano, da anni dalle 8 alle 12 ore al giorno in fabbrica senza soste per arrivare pronte al traguardo. Non era pertanto ammesso il minimo errore, questi sport erano stati fatti entrare proprio perché avrebbero garantito medaglie d’oro e visibilità. Ah, perché sia chiaro, i giapponesi su queste cose mica scherzano, l’onore prima di tutto e la parola sconfitta non esiste.
Proprio quell’onore e quella sconfitta che qualche anno prima nel 1961 ai mondiali francesi, fu fatta assaggiare ai nipponici addirittura da un atleta europeo, l’olandese Anton Geesink. Un gigante di 2 metri la cui statura era comparabile solo alla forza fisica. Giusto ricordare che a causa dell’annullamento degli europei austriaci, il ragazzo si era addirittura dilettato nella lotta greco romana, per puro divertimento, vincendo il titolo nazionale a 22 anni. Ma, come tante volte accade, il problema era stato ampiamente sottovalutato e il Giappone era certo di prendere facilmente le 4 medaglie d’oro per le rispettive categorie, la più importante proprio nella categoria open considerata la classe regina per quello sport. E dire che proprio Geesink aveva compiuto un’autentica strage di maestri giapponesi in quel mondiale e qualche dubbio sarebbe dovuto venire. Proprio qualche anno prima, esattamente a Pearl Harbour, la storia aveva già una volta avvisato il Giappone di non sottovalutare “il gigante che dormiva” e anche allora sappiamo come era poi andata. Evidentemente quella lezione non era bastata.
Accade così che il 23 ottobre del 1964 il Nippon Budokan è letteralmente gremito per assistere al “cappotto” giapponese nel judo. Una dietro l’altra arrivano le prime 3 medaglie d’oro, pesi leggeri, medio-massimi e massimi. Si attende solo la finale della categoria open considerata, appunto, come la regina perché aperta a tutti i pesi senza distinzione. Ed è lì, storicamente, che si vede chi è il più forte. In pedana ci sono l’atleta di casa Akio Kaminaga e, manco a dirlo, proprio il gigante olandese: già nei gruppi i due si erano affrontati ed era stato proprio l’europeo a prevalere per decisione arbitrale; quindi, la campanella d’allarme era già ampiamente suonata. Tanto è vero che l’idolo di casa aveva anche dovuto passare dai ripescaggi per poter giungere in finale. Ed era anche suonata nuovamente nelle semifinali, quando l’olandese aveva impiegato appena 12” per sbarazzarsi di Boronovskis, mentre al nipponico c’erano voluti oltre 4 minuti per vincere il proprio duello con Glahn. Eh, ma al Budokan, con il pubblico a rumoreggiare e fare il tifo solo per uno dei 2 sarebbe andata diversamente, come no. Lo psicodramma di un paese intero era appena stato messo in forno.
Ovviamente il pensiero unico era che in Giappone nessun judoka straniero aveva mai portato a casa lo scalpo. C’è anche da dire, a parziale discolpa del campione di casa, che quest’ultimo avrebbe nascosto un infortunio ai legamenti alla propria federazione patito prima dei giochi, dando così un vantaggio a chi decisamente non ne aveva proprio bisogno. Immaginatevi la scena, un gigante di 2 metri contro il giapponese che era poco più di un metro e 80 e per giunta debilitato. Un intero popolo contro l’olandese, si può riassumere così. Lo spirito di abnegazione dell’atleta di casa è l’unica cosa a tenere in vita le speranze del pubblico e mette pressione all’europeo che sa bene che arrivare alla decisione arbitrale, in quelle condizioni ambientali, potrebbe rivelarsi molto nocivo. Geesink cerca decisamente la soluzione prima del limite proprio per questo motivo e dopo 9’ e 22” riesce a inchiodare l’avversario con un “kesa-gatame” che ammutolisce e traumatizza il Nippon Budokan. Lo psicodramma è servito.
Cosa accadde dopo? si passa dal rientro in patria da eroe dell’olandese, al sorvegliare a vista il giapponese. Si, perché mentre Geesink viene accolto con tutti i crismi del trionfatore al rientro a casa, per Kaminaga è depressione pura, tanto è vero che in tanti temono possa commettere il classico harakiri per lavare il proprio onore. Certo la stampa locale non aiuta il giapponese che viene criticato e bollato come causa del mancato en plein olimpico nel judo. Si ritira subito l’anno dopo e diventa allenatore, un buon tecnico sia chiaro ma anche qua il destino sarà molto beffardo. Prima un distacco della retina lo porta a dover abbandonare ogni attività, poi un cancro se lo porta via ad appena 56 anni.
Geesink, accolto appunto da trionfatore, continua invece a fare quello che gli riesce meglio fino a fine carriera. Vincere e figurarsi se non si ritira da vincitore dopo gli europei del ’67 a Roma che sanciscono anche il suo ventunesimo alloro internazionale e dove, per altro, bronzo è il suo pupillo Willem Ruska, quello che nel ’72 andrà a vincere 2 medaglie d’oro alle olimpiadi di Monaco e unico atleta a riuscirci in 2 categorie differenti.
Anton muore nel 2010 ad Utrecht, la città dove era nato 76 anni prima, e la sua leggenda continua ancora oggi a vivere ed è seconda solo a quella di un suo concittadino detto il cigno, tale Marco Van Basten.
Foto: Keystone/Hulton Archive/Getty Images