

DI DAVIDE LUGLI
Ho avuto in due periodi diversi l’occasione di parlare, chiacchierare e conoscere due campioni del tiro a volo come Diana Bacosi e Gabriele Rossetti, la coppia d’oro nello skeet misto delle ultime Olimpiadi di Parigi dello scorso anno e, entrambi, già vincitori nello skeet a Rio 2016 a livello individuale. Uno li vede con il fucile ogni quattro anni e magari dopo se li dimentica anche; invece, posso dirvi che sono due atleti che andrebbero conosciuti, il cui bagaglio sportivo è un qualcosa che ha genesi in una tradizione con radici lontane e le cui gesta, ne sono certo, un domani porteranno alla nascita sportiva di tanti altri campioni come loro. Con Gabriele, come accaduto con Diana prima, ho conosciuto come è nata la passione sportiva, i momenti difficili che possono cambiare una storia e quelli in cui la forza di volontà aiuta ad emergere. Una chiacchierata dalla quale è emerso come Gabriele Rossetti, atleta del GS Fiamme Oro, sia arrivato al tiro a volo e abbia affrontato un lungo percorso prima di arrivare, fino, in vetta all’Olimpo.
Una storia che inizia tanti anni fa con un altro sport, il richiamo del tiro a volo è, però, troppo forte: Gabriele ce l’ha nel sangue e mai come in questo caso si tratta di qualcosa insito nel profondo della sua stessa anima. Ancora prima di muovere qualche passo in quel mondo, il suo è uno di quei destini che più li allontani e più stratificano quella strada che è già scritta e porta a un successo figlio di anni di lavoro e di quel qualcosa che o ce l’hai o non ce l’hai.
“Indubbiamente è una tradizione e una passione di famiglia visto che sono figlio d’arte e mio padre fu bronzo olimpico a Barcellona ’92 (papà Bruno scomparso nel 2018, riteniamo giusto ricordarlo, fu anche due volte campione mondiale e cinque europeo). Sono un uomo di sport, vivo per lo sport, ma come tanti ho cominciato con il calcio per poi rendermi conto che ero più portato per un percorso individuale e allora mi sono buttato nel tennis. Gli anni passavano e avendo il campo da tiro di famiglia ho chiesto il permesso ai miei genitori e provato a sparare per testare dove la mia passione mi guidasse. In quel momento ero molto giovane, mi trovai a praticare contemporaneamente due sport, questo finché ho fatto quell’ideale gradino che mi ha permesso di rendermi conto quale fosse tra i due quello che mi trasmetteva maggiori emozioni e dove riuscivo meglio. Naturalmente, inutile dirlo, fu il tiro a volo. Così decisi di lasciare il tennis, mettere anima e cuore in questo sport con i risultati che non hanno tardato ad arrivare visto che già a quattordici anni mi sono trovato a partecipare al mio primo campionato mondiale”.
È in quel momento che inizia un’epopea di cui tutti chiaramente conosciamo l’evoluzione, quel che è meno noto di questo sport è, però, quanto sia difficile arrivare al risultato, come ci si debba comportare in caso capiti la classica giornata storta. In tanti ambiti sportivi ci sono tempi di recupero, c’è il modo di rifarsi, nel tiro a volo no, perché è tutto molto concentrato e la possibilità, quando si sbaglia, di recuperare il terreno perduto non è a portata di mano.
“Assolutamente è così. Tra l’altro tante cose sono cambiate nei regolamenti negli ultimi trent’anni, solo ad esempio mio papà gareggiava su tre giorni e con duecento piattelli, oggi noi facciamo centoventicinque piattelli in soli due giorni. Da qua è facile dedurre che meno giorni di gara, meno piattelli e meno serie, determinano come ci sia molto meno margine di recupero. Questo permette in qualche gara e su un percorso così breve che possa emergere qualche outsider, mentre quando aumenti i piattelli e le giornate di gara si vede chi rimane sempre al vertice. Le regole sono queste e bisogna cercare di essere sempre sul pezzo. Se la gara gira male non hai tempo e modo per fare grandi cambiamenti, la tua preparazione l’hai fatta, gli allenamenti anche e non puoi stravolgere tutto. Quando è capitato alle ultime Olimpiadi che la mia gara individuale è andata male, non ho fatto altro che fermarmi e riflettere. Ero dispiaciuto, chiaramente, perché nel mio caso quei tre errori su venticinque piattelli non li avevo fatti in nessuna occasione nell’ultimo mese di gare; eppure, è andata così. Mi sono detto che era andata male e ho pensato che dovessi mettermi tutto alle spalle, la mia Olimpiade non finiva lì e dovevo recuperare, era necessario farlo per me stesso. Ci sono atleti per i quali i giochi sono un sogno che rincorrono per una vita senza mai arrivarci, io ero lì e dovevo dare il massimo, non potevo mollare. Ho scaricato tutta la tensione, ho accettato quella serie fatta male consapevole di essermi preparato al meglio e senza strafare o cambiare chissà che cosa sono arrivato in fondo senza sbagliare più nulla”.
Nel mixed, poi, è stata tutta un’altra storia. Bacosi e Rossetti, Diana e Gabriele, più che una certezza e sulla carta la medaglia sapevamo tutti fosse alla portata di questo binomio che offriva ampie garanzie (chi scrive ci avrebbe giocato sopra la casa). E, infatti, medaglia è stata. Uno splendido oro in coppia conquistato da due atleti che nel proprio palmares ne avevano già conquistato un altro a livello individuale, entrambi a Rio nel 2016. Insomma, pareva tutto scritto. Poi, loro sono due veri campioni, persone empatiche con le quali ho avuto il piacere di parlare e che sicuramente hanno dato all’altro quel quid in più per darsi forza l’uno con l’altro.
“Guarda, anch’io ero convinto che una medaglia potesse arrivare. Diana è un’atleta straordinaria e anche se non sapevo prima delle Olimpiadi con chi avrei fatto coppia, ero convinto che con lei tutto potesse andare per il meglio. Insieme avevamo già vinto il campionato mondiale a Lonato del Garda un paio di anni prima, ma da allora nelle gare ufficiali alternavamo le coppie e quindi non sapevamo chi sarebbe stato il compagno con il quale avremmo partecipato. Certo, parlando con il CT Benelli avevo evidenziato che con Diana c’era affiatamento e saremmo stati una coppia con possibilità, ma è quando è stata comunicata la scelta che abbiamo capito avremmo dovuto dare il meglio di noi stessi. Considera che Diana la sera prima della gara aveva avuto l’influenza, io nella mia gara non avevo portato a casa nulla pur avendo fatto una grande prestazione. Quando ci siamo parlati il giorno prima le ho detto chiaramente che aveva la mia più totale fiducia e che non potevo sperare di meglio, lei era decisamente la persona giusta con la quale partecipare a quella gara. In lei avevo fiducia e lei ne aveva in me, sapevamo che dovevamo entrare con il sorriso, senza pressione. Eravamo certi che insieme potevamo fare qualcosa di eccezionale e, solo per dire, lei alla prima serie ha fatto un errore, mi ha chiesto scusa. Le ho risposto che non doveva scusarsi, ero tranquillo e lei mi dava ulteriore tranquillità. Dopo quell’errore non ne ha sbagliato più uno e io ho fatto zero errori, insieme abbiamo realizzato il record del mondo, insieme lo abbiamo fatto e divertendoci, senza pressione e con spensieratezza. Quando siamo arrivati alla finale ed eravamo sicuri dell’argento, ci siamo detti di continuare così che non c’era nulla da cambiare. Avanti con il sorriso, come fatto fino a quel momento. Il risultato finale lo conosciamo tutti”.
Già, il risultato lo conosciamo bene, uno splendido oro. E nello skeet, nel tiro a volo, di ori olimpici ne abbiamo tanti, basti pensare a Giovannetti, Benelli e tanti, tanti altri. Atleti che si sono distinti nel corso degli anni vincendo Olimpiadi, Mondiali, Europei, e che provengono da un territorio, quello toscano, che è fucina di grandi campioni. Bruno Rossetti stesso, pur essendo nato in Francia, è stato un campione che ha trovato in quella terra ben di più di una medaglia e valori che scrivono la storia di un campione ben superiori a quanto conquistato in Spagna oltre trent’anni fa. Insomma, la Toscana è una di quelle regioni che in questo sport ha dato davvero tanto.
“Sicuramente la tradizione gioca un ruolo importante in questo caso. Ad esempio, qua a Montecatini c’è un campo storico dove tanti anni fa si disputavano anche i mondiali. Quel che ha giocato un ruolo fondamentale è un ricambio generazionale che trova basi solide e nel DNA, basti pensare alla mia storia o a quella di tanti altri campioni che praticano il tiro a volo. Nella nostra regione, come in altre, c’è tanta tradizione e tanti campi da skeet che hanno molti tiratori e tra questi, a ruota, ne emerge sempre uno che continua il percorso tracciato da chi c’era prima. Dove ci sono campi nei quali sono nati campioni, la gente si avvicina e c’è una maggiore possibilità, grazie appunto alla tradizione, di portare alla ribalta nuovi tiratori, magari anche più bravi di chi, quei campi, li ha calcati prima. Fondamentalmente e puramente, è anche un dato statistico”.
Nel futuro c’è LA28. Sembra lontana, ma alla fine tre anni volano in ambito sportivo e l’Olimpiade rimane sempre un qualcosa che, anche dopo averla già vinta, resta l’obiettivo primario di ogni atleta. Dopo Rio 2016 è arrivato l’oro a distanza di otto anni a Parigi 2024, ma Gabriele mica è ancora sazio, figuriamoci. L’atleta delle Fiamme Oro è giovane e ha ancora tanto da dare. Soddisfatto, certo e ci mancherebbe pure, ma con la testa è già oltre l’oceano ed esattamente in quella città dove nel 1984 un altro toscano di Bottegone di Pistoia, sua maestà Luciano Giovannetti, conquistò il secondo oro consecutivo dopo quello di Mosca ’80. E chissà…
“Sai, il giorno dopo l’oro di Parigi ho detto che a Los Angeles vado a prendere un’altra medaglia, anche se l’obiettivo prossimo sono le gare di coppa del mondo, i mondiali e gli europei. Prima vengono gli impegni in queste gare e nei confronti di chi mi ha sostenuto, primo fra tutti il gruppo sportivo della Polizia di Stato; devo rimettermi subito in gioco, ripartire con il piede giusto nella nuova stagione che è alle porte. Ho acquisito, dopo Parigi, ulteriore consapevolezza e fame di vittorie, quando non dovessi più averne allora sarebbe il caso di smettere, ma non è questo il caso. La competizione mi piace, il lottare per medaglie importanti, ho voglia di gareggiare e in questi tre anni avrò tempo per migliorarmi e farmi trovare pronto per l’appuntamento del 2028”.
E quindi? Non è finita qua, magari tra tre anni o poco più saremo nuovamente a parlare delle sue gesta e, perché no, a festeggiare un’altra medaglia. Ci tengo a ringraziare Gabriele, credo senza dubbio lo vorrebbero fare anche milioni di italiani che l’estate scorsa ricordano la sua gioia, quella di Diana e di Andrea, quando hanno conquistato lo splendido oro nel mixed. Questo racconto, questa chiacchierata, vuole essere un modo per far conoscere Gabriele Rossetti come uomo e come atleta per rendergli il giusto tributo, far conoscere un ragazzo che nel proprio DNA ha quella sequenza unica che solo i veri campioni possiedono. Un modo anche per ricordare suo papà Bruno che tanto ha dato ai colori italiani e che oggi da lassù guarda il proprio figlio crescere, vincere e superare, perché no, quello che fece lui in vita. Pensiamo che avrebbe sicuramente voluto vedere quel momento a Parigi ‘24 e questo è un modo anche per dirgli che ha fatto davvero un ottimo lavoro. Anche se non c’è più, in Gabriele vivono la passione di chi ha amato questo sport e che è il più grande lascito possibile a un figlio o a un allievo. Noi, invece, ti vogliamo solo dire che sarebbe orgoglioso di te, caro Gabriele. Grazie davvero di tutto, ti auguriamo questo sia solo il primo tempo di una bellissima storia sportiva.
Foto: Gabriele Rossetti 5/08/24 (Getty)