

INTERVISTA DI DAVIDE LUGLI
Raccontare la storia di una campionessa come Josefa Idem non è facile, perché è stata un’atleta davvero trasversale, capace di attraversare due secoli di storia e anche due millenni. Non bastasse ciò, è riuscita ad entrare nelle case degli italiani come fosse un’amica, una di famiglia che aspetti con impazienza di vedere, entrando nel cuore dei tifosi come pochi eletti riescono. Ogni quattro anni tutti noi avevamo un minimo comune denominatore quando arrivavano le Olimpiadi estive e quello era sicuramente e senza dubbio aspettare lei e la sua gara. Aspettare l’immensa Josefa Idem.
Eppure, anche lei ha avuto un inizio, quel qualcosa accaduto tanti anni fa quando ancora l’Italia era qualcosa di lontano e magari neanche ci pensava. Una giovane ragazza che decide, un po’ per caso, di cominciare con la canoa e che ancora sicuramente non sa che quello sport la proietterà direttamente nella leggenda.
“Tutto è cominciato nel 1976, grazie a una prova promozionale che era arrivata nella scuola di mia sorella e, così, siamo andate a provare. Eravamo a Herringen, sono caduta in acqua non so quante volte, a ripetizione, e non riuscivo a stare in equilibrio a lungo. Poi, a furia di provare ho trovato la via e cominciato a prendere sicurezza; con gli allenamenti e la costanza sono anche diventata bravina. Quello che per me era davvero importante in quel momento era stare insieme a mia sorella e alle nostre amiche, diventare una brava canoista è stato solo un effetto collaterale”.
Arriviamo al 1984, anno in cui Josefa nel K2 in coppia con Barbara Schuttpelz partecipa per la prima volta alle Olimpiadi. Sono quelle di Los Angeles e la coppia dell’ex Germania Ovest conquista uno splendido bronzo.
“Nel 1984 andiamo a Los Angeles per le Olimpiadi e mancano i paesi dell’est. Anche grazie all’assenza di questo blocco di atlete arriviamo terze nel K2 e quinte nell’imbarcazione a quattro. Da lì, si apre un capitolo nel quale per programmare il quadriennio successivo entro nel corpo di polizia per un corso di formazione professionale. Attenzione, non per entrare nel corpo militare come funziona qui in Italia, ma proprio per preparare il mio futuro professionale dato che a quei tempi non esisteva ancora lo sport professionistico. Continuavo ad allenarmi al Centro Federale a Duisburg e facevo su e giù ogni giorno per coprire la distanza tra Wuppertal e il Centro. Erano tempi di grande pressione. Insomma, arrivo alle Olimpiadi di Seul ’88 che sono totalmente alla frutta e i risultati ne risentono: ultima nel K1 e ancora quinte nell’imbarcazione a quattro. In quel momento mi piovono addosso critiche a non finire, tipo che non avevo la stoffa per vincere fino all’essere giudicata troppo vecchia per poter fare di meglio. Succede in quel momento che decido di trasferirmi in Italia e Guglielmo, all’epoca mio fidanzato che in realtà non sapeva niente di canoa, diventa mio allenatore e poi anche mio marito. Così comincio a gareggiare per l’Italia e i risultati li conosciamo tutti molto bene”.
Mondiali 1990 oro nel K1 500, l’anno dopo oro nel K1 5000. Insomma, i risultati cominciano a vedersi per il mal di pancia di qualcuno che non aveva creduto in lei. Poi arriva l’Olimpiade del ’92 e un mal digerito quarto posto che a Josefa non sta stretto, di più. Nella vita di chi pratica sport, però, i momenti di gioia spesso si trovano a confrontarsi con altrettante delusioni cocenti. Ci sono momenti, però, che uno non si dimentica mai e ce ne è uno in cui la soddisfazione ripaga di tutti gli sforzi.
“Ho avuto la fortuna di aver avuto tantissimi momenti belli nella mia vita sportiva, sicuramente i risultati che ricordo con più piacere sono quelli visti con una chiave di lettura particolare, come quando mi sono qualificata per le Olimpiadi subito dopo il parto. Questo è accaduto addirittura due volte, prima nel 1995 e poi nel 2003”.
Ecco, l’essere donna nello sport. Tante volte sentiamo atlete che evidenziano disparità di trattamenti o che sono state o vengono trattate in maniera diversa dagli uomini, ed è inutile aggiungere come la storia insegni che è capitato e non ci si può più nascondere dietro a un dito come tante volte si è fatto. Questo sarà capitato anche a Josefa e non è una cosa bella da vivere.
“Io ho sempre combattuto le diseguaglianze nei trattamenti tra uomini e donne nello sport. Personalmente, a me è successo una volta che un atleta che aveva ottenuto i miei stessi risultati ricevette una sovvenzione dalla federazione. Quando ho chiesto informazioni mi fu risposto che era l’uomo immagine e questo è un qualcosa di arbitrario in quanto queste scelte devono passare dai consigli federali. Poi, ci sarebbe altro che si può trovare anche nei miei libri, come il diventare madre e conciliare il tutto. La maternità è un qualcosa che ancora oggi non viene visto di buon occhio anche se qualche passo avanti in tal senso è stato fatto, ma sempre troppo poco”.
E dopo la fine della carriera cosa è accaduto? Qual è stata la strada che ha intrapreso Josefa dopo aver vinto tutto quello che c’era da vincere? Ce lo racconta lei.
“Intanto, ho voltato pagina e mi sono laureata in psicologia. Mi sono iscritta all’albo e collaboro con il settore giovanile della FIGC dove coordino l’Accademy del Settore Giovanile e Scolastico. Poi mi occupo anche di speech motivazionali, formazione aziendale e alleno persone dentro e fuori il contesto lavorativo per fare emergere il loro massimo potenziale, in modo che affrontino le sfide che mette loro davanti un mondo in continuo cambiamento”.
Questo è ciò che ci ha raccontato Josefa Idem che oggi vive nel Ravennate insieme a suo marito e ai due figli. Una campionessa che ha scelto e amato l’Italia ripagando l’affetto ricevuto da tanti con gli interessi. Una pioggia di medaglie, il sottoscritto le ha viste e può confermare, tra le quali le quattro olimpiche arricchite da quell’oro conquistato a Sydney che è semplicemente stato il suo giorno perfetto. E ancora, cinque titoli mondiali e otto europei a coronamento di una carriera che non ha certo bisogno di tanti convenevoli. Come scritto prima, Josefa è stata semplicemente immensa nella sua carriera ed è e rimarrà nella mente di tutti quel giorno di tanti anni fa, a Sydney, quando una ragazza arrivata dalla Germania e considerata finita, a 36 anni ha gridato all’Olimpo che calassero una scala perché lei era lì e voleva salire.