

INTERVISTA DI DAVIDE LUGLI
Quando alle scorse Paralimpiadi ho conosciuto le vite degli atleti e insieme le loro storie, in tanti casi mi sono posto domande quali “e se fosse capitato a me?”. Ogni volta che mi sono trovato a raccontare le loro imprese mi sono sempre informato circa quale fosse la loro disabilità ed è stato tutto inutile. Questo perché, semplicemente e parlando con loro, non ho mai rilevato ciò che per tanti è visto come un limite, perché questa parola non è contemplata nel vocabolario di uno sportivo, figurarsi in quello di un atleta paralimpico. La malattia di Stargardt, ad esempio, nemmeno sapevo cosa fosse, ma raccontando le gesta di Carlotta Gilli, e leggendo il suo libro, l’ho conosciuta e colmato quella mia ignoranza. E la sua storia è quella di una campionessa diventata grande, ma che ha affrontato fin da piccola un nemico invincibile e che ha trasformato in una sorta di amico. Strano a dirsi, ma è così. Ha imparato a conviverci senza che stravolgesse la sua vita. Questa è la storia di Carlotta, ma anche di tanti atleti che come lei vivono senza lasciarsi mai sopraffare, far si che una disabilità abbia la meglio e che si pongono obiettivi, traguardi, hanno grandi ambizioni. Ed è la sua storia che oggi raccontiamo perché se ce l’ha fatta lei, altri ce la possano fare grazie al suo esempio.
E la sua storia comincia così, con l’insorgere della malattia nel periodo in cui Carlotta era alle elementari, le prime infauste diagnosi e la progressiva degenerazione della retina che la porta all’età di dieci anni a perdere quasi completamente la vista. Una sfida difficile da accettare per una bambina e la sua famiglia, una di quelle che spezzerebbe le gambe ai più. Eppure, sia lei che i suoi genitori affrontano di petto sia il presentarsi del problema, sia il prosieguo che porta alla disabilità, vivendola e affrontandola giorno dopo giorno.
“La malattia mi è stata diagnosticata che avevo sei anni, sono state le mie maestre delle elementari, al tempo facevo la seconda, ad allertare i miei genitori perché notavano una mia difficoltà a vedere da lontano, ad esempio la lavagna, e anche da vicino quanto commettevo semplici errori di copiatura o dovevo avvicinarmi eccessivamente al foglio per leggere ciò che c’era scritto. Sai, al tempo tutti pensavano che un paio di occhiali potessero risolvere il tutto, invece per me quel percorso si è rivelato tortuoso, irto di ostacoli e l’ho vissuto anche in maniera traumatica. Questo passaggio è importante e lo spiego bene nel mio libro “Una luce nell’acqua” (edito da Lab DFG), ma brevemente posso dirti che per me il tabellone luminoso dell’oculista con le lettere era diventato un qualcosa che mi metteva a disagio, provavo fastidio a tal punto da essere reticente anche a farmi visitare normalmente perché ogni volta pensavo di doverlo affrontare. Chiaramente, quel muro che stavo creando aveva una genesi meno idiopatica dell’insorgere della malattia stessa, perché era causato da come venivo trattata durante le visite. Al tempo era così, non venivo creduta, la causa doveva essere qualcosa di psicologico o, ancora peggio, da ricercarsi nell’ambiente familiare. Insomma, io peggioravo e sembrava che la colpa non fosse di una malattia, ma da ricercarsi in una serie di contesti che nulla avevano a che vedere con ciò che stavo vivendo. Figurati, i miei genitori fecero di tutto per capire cosa stesse accadendo e fu proprio grazie a un loro espediente che conobbi il Dott. Carlo Lisa. Fu merito suo e della sua perseveranza che superai l’ostacolo, fu il primo, guardando il fondo della retina, ad accorgersi da subito che c’era un qualcosa di anomalo e che poteva essere, appunto, la malattia di Stargardt. Io sono cresciuta con genitori medici e quando stavo male era normale per me ci fosse una medicina che potesse curarmi. Eh, no, in quella situazione mi fu detto da subito, ovviamente dopo le dovute indagini genetiche, che quella malattia non era curabile, non c’era una medicina capace di farmi guarire e che, anzi, sarebbe pure peggiorata. Fu un vero muro contro il quale mi scontrai, ma affrontai quella malattia come una sorta di convivenza obbligata, in maniera naturale e con l’innocenza di una bambina di sei anni la presi per mano sapendo di dover stare al gioco, quello in cui mi ero trovata di colpo catapultata. I miei genitori, come medici, sapevano quanto potesse essere dura la mia situazione, furono loro a fare si che il mio modo di vivere quotidiano non cambiasse, sapevano cosa avrei dovuto affrontare, ma altrettanto sono stati da subito pronti ad aiutarmi ad affrontare quel momento assieme”.
E qua arriviamo al capitolo sport. Fin da piccola Carlotta non ne fa a meno e non cambia il suo normale vivere all’insorgere della malattia: ci convive e va avanti. Tutto ciò, nonostante dai sei ai dieci anni passi da nove decimi di vista a solo un decimo. Le sue abitudini non cambiano, la sua vita non cambia anche se occorre adeguarsi a quella situazione che progressivamente la porta a una nuova realtà, dalla luce al buio.
“Il nuoto lo praticavo già prima e dopo, francamente, non è veramente cambiato nulla. Quello che facevo prima ho continuato a farlo, migliorandomi costantemente. Non ho vissuto quel passaggio come un cambiamento drastico, crescevo come atleta e progressivamente, inesorabilmente, avanzava anche la malattia. Tanto nell’ambiente dello sport quanto in quello scolastico, ho vissuto un percorso abbastanza lineare, senza scossoni di nessun genere. I miei allenatori erano informati della mia situazione, nessuno di loro mi ha, però, trattata diversamente da un qualsiasi altro atleta. I miei compagni a nuoto non si sono nemmeno accorti di nulla, se non quando hanno saputo da me ciò che mi stava accadendo. Solamente a scuola la questione è stata trattata diversamente, ma unicamente da un punto di vista didattico perché non potendo utilizzare libri in formato cartaceo ho avuto la necessità, per studiare alle medie e al liceo, di ricorrere alla tecnologia”.
La giornata da atleta paralimpica, invece, non cambia di una virgola. Perché il rischio di pensare che ci sia un impegno diverso rispetto un atleta normodotato è l’errore più grande che si possa commettere. La preparazione è la stessa, cambiano certamente alcune dinamiche, ma ciò che viene richiesto in termini di tempo o fatica è immutabile. Insomma, quando si guarda allo sport paralimpico si deve sempre pensare che il sacrificio e la dedizione sono gli stessi di chiunque, magari con un percorso meno tortuoso, vediamo partecipare a competizioni nazionali e internazionali, Olimpiadi comprese.
“Infatti, non c’è davvero alcuna differenza. Su un piano prettamente tecnico qualcosa può essere trattato in maniera diversa, basti pensare a un atleta paralizzato che non può muovere le gambe, ovvio che non potrà allenarle e farà un allenamento ad hoc. Un atleta paralimpico, però, in termini di sacrifici e fatica è in tutto e per tutto uguale a un atleta normodotato. L’impegno che viene richiesto è lo stesso, non cambia nulla. Una volta venivamo visti come una sorta di eroi, ora per fortuna ci vedono sempre più, semplicemente, come atleti. Certo, qualcuno che ancora pensa che nel mondo paralimpico sia tutto più facile c’è ancora, ma non è assolutamente così. Se poi uno vuol toccare con mano venga a provare, vediamo se dopo si convince o continua a pensare che i nostri allenamenti siano meno probanti”.
I fatti salienti di una vita da atleta, quelli che fanno andare avanti e che aprono sempre nuovi traguardi, nuove strade. Ogni sportivo a un incipit che lo porta, poi, ad andare avanti, migliorarsi e credere sempre più in sé stesso. Porsi nuovi obiettivi, perché è tutto un crescendo e il migliorarsi è anche legato all’ambizione di raggiungere nuovi traguardi o no?
“Nel mio caso ho iniziato a gareggiare che ero molto piccola. L’obiettivo, allora, era quello di qualificarmi ai campionati regionali, vincerli e partecipare ai nazionali, indossare la maglia azzurra e poi, via via, un crescendo verso nuove vittorie, verso medaglie più importanti. Quando mi chiedono qual è la medaglia più bella rispondo che non ce ne è una in particolare. Se penso a quindici anni fa l’obiettivo era la medaglia ai regionali, dieci anni fa quella mondiale, cinque anni fa l’oro olimpico. Ogni passaggio della mia vita sportiva ha avuto dei traguardi, diversi a seconda dell’età e tutti importanti per passare al successivo step. C’è stato sempre nella mia vita un punto di arrivo e uno di partenza, entrambi sequenziali, chiaramente, l’uno all’altro ed entrambi importanti nel percorso di crescita personale e sportivo”.
Arriviamo a Tokyo dove Carlotta è la favorita, forte dei risultati mondiali e di una crescita, ormai, decisamente inarrestabile. A Parigi, il cognome Gilli è, invece, quello di un atleta da battere, non è più una novità. Diventa, nel giro di appena tre anni, da favorita quasi d’obbligo a campionessa da battere, punto di riferimento di un movimento. E anche questo fa parte del percorso di crescita, perché Carlotta è diventata grande, in tutti i sensi.
“Ho vissuto Tokyo e Parigi in maniera decisamente diversa. A Tokyo, pur arrivando da favorita, avevo una grande voglia di scrivere il mio nome nella storia, prendere quella medaglia che mi avrebbe permesso ciò. Ero favorita, certo, ma ero anche una new entry in quell’ambito. Poi era tempo di Covid, mancava il pubblico, per qualcuno di più grande di me era una situazione strana mentre io vivevo il tutto come un qualcosa di straordinario. A Parigi, invece, avevo più coscienza e consapevolezza di ciò che avrei dovuto affrontare, ero l’atleta da battere, quella che si doveva riconfermare e con tanta pressione addosso. Diversa, anche per tanto altro, avevo la mia famiglia al seguito, gli amici, il boato del pubblico ogni volta che entravamo in piscina, tante sensazioni nuove. La differenza maggiore, però, era Carlotta atleta. Diversa da quella di Tokyo, anche se rispetto a Parigi le medaglie sono state sempre cinque sia nella prima che nella seconda e conquistate in tutte le gare alle quali ho partecipato. Però, Tokyo è stata un punto di arrivo, quello al quale avevo ambito fin da piccola e quando ho vinto lì sono immediatamente passata al mio successivo traguardo che era le Paralimpiadi di Parigi. L’obiettivo nel successivo step era riconfermarmi ad un livello decisamente superiore. E consideriamo che con i tempi che garantivano una medaglia a Tokyo, nella maggior parte dei casi, a Parigi non entravi nemmeno in finale”.
E il futuro? Carlotta è giovanissima, è un atleta di caratura mondiale, ma come sempre ha nuovi obiettivi davanti a sé e, quindi, qual è il suo prossimo step? Perché oltre alla vita sportiva ce ne è un’altra, c’è la vita fuori, la quotidianità nella quale vede avvicinarsi la linea di arrivo di un altro grande traguardo. Nella vita non c’è solo lo sport, ma c’è anche lo sport. Insieme allo studio e a una laurea in psicologia in arrivo, ci sono le Fiamme Oro che l’hanno accompagnata in questa avventura e tanto altro. il futuro, però, è ancora tutto da scrivere…
“Al momento mi vedo ancora come atleta e desidero continuare anche se fino a quando non lo so, non ho una data di scadenza. Sono in polizia e intendo rimanerci, magari con una laurea in psicologia in più visto che anche quel traguardo si sta avvicinando. Poi, devo essere sincera, mi piacerebbe insegnare nuoto ai bambini. È una cosa che mi piace e che è emersa tramite un tirocinio universitario. Trasferire la mia passione, trasmettere l’acquaticità ai più piccoli e aiutarli nel loro percorso di crescita a raggiungere i loro obiettivi, grandi o piccoli che siano. Dedicarmi ad insegnare ai bambini, preciso, e non allenare grandi campioni. Il nuoto ad alto livello è già la mia vita e nel futuro voglio dedicarmi al nuoto in maniera divertente, spensierata e non professionale, a quel qualcosa che mi ha fatto appassionare e che voglio possano provare anche i più piccoli, trasmettendo loro quelle sensazioni che ho provato io”.
Insomma, l’atleta delle Fiamme Oro qualche certezza già ce l’ha e per una che ha affrontato la notte quando è entrata nella sua vita in maniera dirompente senza mai lasciarsi abbattere, trovare un punto di partenza verso un nuovo traguardo sarà cosa semplice anche stavolta. Quale sia, solo il tempo ce lo dirà. Per ora la storia che ha scritto, e continua a scrivere, è quella di una bambina coraggiosa che è cresciuta, è diventata donna, campionessa mondiale e paralimpica. Il suo è un esempio nello sport e per lo sport. Esempio che esporta con il programma “Campioni Ogni Giorno, un progetto della Procter & Gamble volto a favorire accessibilità e inclusione nello sport per i giovani disabili, oltre ad essere anche ambasciatrice per Fondazione Telethon. Ecco, piace pensare che proprio ora ci sia una Carlotta che guardi a lei sapendo che nulla la può fermare, niente e nessuno è invincibile, che la vita va presa di petto e vissuta appieno, nonostante gli strani percorsi che ogni tanto ci pone davanti. La vita è bella, se poi avete dubbi in merito chiedete a Carlotta Gilli che, tanto per non perdere mai di vista alcun traguardo, mentre trascrivevamo la sua intervista si è anche laureata in Scienze e Tecniche Psicologiche. Complimenti Carlotta e in bocca al lupo per quel futuro che è ancora tutto da scrivere.