

E’ sabato, è uno dei sabati più attesi da quando capisco come funziona il mondo. Prima di entrare in ospedale pensavo a questo sabato a quando mi sarei svegliato a casa, pronto a un weekend di emozioni calcistiche. E’ sabato, per definizione, il giorno più bello della settimana, l’attesa del dì di festa, come diceva Leopardi, ed è il sabato dei sabati perchè stasera gioca l’Italia e perchè in due giorni ci sono tutti e quattro i quarti di finale. E anche se ho un pò di fastidio per i punti di sutura e non posso uscire a giocare, mi preparo a vivere questo magico weekend, uno dei tanti di questa estate italiana.
Si inizia con “Dribbling mondiale”, in salotto con papà, mentre fuori fa caldissimo. L’attesa è tutta per la nazionale di Vicini: chi giocherà? Giocherà la nuova coppia Baggio – Schillaci? Chi incontreremo in semifinale? Sono queste le mie preoccupazioni. Viste con gli occhi di oggi, fanno sorridere: ma a quel tempo non ho pensieri di esami, di lavoro, di amore, di soldi, a quel tempo la mia unica preoccupazione è Italia – Eire che andremo a vedere da mio cugino.
LE partite iniziano alle 17:00. A Firenze c’è Argentina – Jugoslavia: si decide chi sarà la nostra avversaria in semifinale (perchè sono convinto che l’Eire non ha speranze). La partita non è bella, molto equilibrata, molto controllata. Gioca meglio la Jugoslavia che però dopo 30 minuti rimane in 10 per l’espulsione di Sabanadzovic. E nonostante l’inferiorità numerica sono gli slavi a fare le partita e una brutta Argentina a giocare di rimessa: non brillano i due fenomeni Maradona e Stojkovic, imbrigliati dalle difese. C’è tempo per un gol annullato a Burruchaga, c’è tempo per una clamorosa occasione per Vujovic ai supplementari. E poi si va ai rigori.
Sono piccolo, penso al calcio, e non posso pensare che quei rigori stanno cambiando la storia per l’impatto che avranno sulla guerra dei Balcani. Ed è bello pensare che quel pomeriggio, le televisioni di Lubiana, Zagabria, Skopje, Podgorica, Sarajevo e Belgrado sono tutte sintonizzate su Firenze, tutte a tifare una generazione di campioni che, forse, avrebbe meritato di più. Ma tra la Jugoslavia unita e la storia ci sono i rigori: sbagliano Stojkovic e Maradona, i due più forti. Poi sbaglia Brnovic e segna Dezotti. Infine sbaglia Hadzibegic, o meglio para Goicoechea, un nome destinato ad entrare nei nostri incubi: l’Argentina vola in semifinale, la Jugoslavia unita torna a casa e inizia il viaggio verso la drammatica guerra. Ma questo all’epoca non lo sapevo.
Con i rigori la partita finisce tardi e quindi velocemente si sale in macchina e si va a Caonada, a casa dello Zio e del cugino Simone. Guarderemo lì Italia – Eire. L’atmosfera dell’Olimpico è la solita, da brividi, da rimanere per sempre nel cuore: si canta ae-ooh ae-ooh, il coro più semplice, e forse più bello, mai cantato in uno stadio. Poi ecco l’Italia, ecco gli 11 eroi che ci porteranno in semifinale e mi regaleranno il sogno mondiale: sono Zenga, Bergomi, Maldini, De Agostini, Ferri, Baresi, Donadoni, De Napoli, Schillaci, Giannini, Baggio.
La partita è bella, l’Italia attacca e ha tante occasioni, ma non segna. L’Olimpico è una bolgia. Schillaci ha gli occhi di colui che prima o poi farà gol. E dopo circa 35 minuti c’è il tiro di Donadoni, la respinta di Bonner ed ecco Schillaci che si avventa nella ribattuta e segna. Esplode l’Olimpico, esplodiamo tutti a casa dello zio dove abbiamo portato tutte le bandiere. L’Italia è in vantaggio. A fine primo tempo usciamo: gli zii abitano lungo la Feltrina, una strada statale sempre molto trafficata, ma quella sera non passa una macchina perchè sono tutti a casa. Il paese è fermo, incollato alla TV, pronto ad abbracciarsi ad ogni gol, emozioni che stiamo dimenticando. Il secondo tempo l’Italia gioca bene, attacca, vuole raddoppiare: c’è una traversa clamorosa di Schillaci, ci sono due occasioni per il nostro concittadino Serena. Poi l’arbitro fischia la fine: siamo in semifinale, siamo tre le migliori quattro al mondo. Andremo da Roma a Napoli, dove sfideremo l’Argentina. Ma a questo ci penseremo da domani.
Perchè la sera del 30 Giugno 1990 è la sera del mio primo carosello: in macchina suonando il clacson fino in centro a Montebelluna, poi a piedi tra la folla con la bandiera in mano, con papà, cugino, sorella, zio. E’ una serata meravigliosa, che ricordo ora come fosse successa ieri: invece sono passati 35 anni, 12775 giorni e tanta tanta vita. Ma quella rimarrà una mia notte, intima e felice. Ne farò tante altre serate a festeggiare l’Italia, ma quella rimane la prima: e poco importante se ho ancora cerotti e punti, quella è una notte da ricordare. Torniamo a casa tardi, forse è la prima volta nella mia vita che vado a letto dopo mezzanotte. Ma vado a letto felicissimo, la magia dell’estate continua, è tutto troppo bello. Sono un bambino e vivo tutto con gioia.
Certo, in quella notte così bella e felice, non avrei mai immaginato che sei anni dopo, il 30 Giugno 1996, il giorno della finale degli Europei tra Germania e Rep. Ceca a Wembley, una telefonata dall’Ungheria ci avrebbe detto che papà era improvvisamente morto e se ne era andato per sempre. Sempre il 30 Giugno, notte di ricordi, notte di emozioni, notte di sorrisi e notte di lacrime.
Questo diario è dedicato anche a lui.
Buona notte Italia