

Martedi 3 Luglio 1990. E’ il giorno. E’ il giorno per me bambino, è il giorno, anche oggi, per me adulto. Perché quel 3 Luglio 1990 segna la vita perché anche il calcio, anche il gioco più bello del mondo, può segnare una vita.
Ci si sveglia, come tutte le mattine, ma l’atmosfera, anche in casa è elettrizzante. Papà va a lavoro, ma conoscendolo, il pensiero vola alle ore 20:00; mamma va a lavoro, anche lei capisce che è un giorno speciale; la sorella Michela è agitata anche lei, perché anche lei, quando gioca la nazionale tifa come una pazza. E in più lei ricorda ciò che era successo 8 anni prima prima col Brasile, poi con la Germania.
Io inizio a guardare tutti gli speciali possibili, anche se all’epoca non erano come oggi. Il mio block notes è già aggiornato: Napoli, 3 Luglio 1990, Italia – Argentina. Ma nonostante sia un giorno così importante, non ci si dimentica che il cugino Simone compie gli anni: si chiama a casa e si fanno gli auguri, con una telefonata, non con un whatsapp, cose quasi strane se pensiamo ad oggi.
Intanto la sera si avvicina e quando papà e mamma tornano a casa da lavoro si entra nel clima partita, è il momento, è il momento tanto atteso. Stasera c’è la semifinale.
Metto la maglietta della Diadora, prendo le due bandiere. Saliamo tutti nella Fiat Tipo perché andiamo a cena dagli zii e là guarderemo la partita mangiando anche la torta di Simone. La strada da casa nostra a casa loro, 4km, la facciamo con le due bandiere fuori dal finestrino: e ci sono tante macchine con le bandiere fuori. Stasera scendono in campo in 11, ma in campo scende l’Italia intera, in un periodo storico dove stiamo bene, siamo felici. Si cena presto, sicuramente bene perché zia è una super cuoca, e poi ci si sposta in salotto e si mette su Raiuno. Il momento è arrivato. Da quando capisco di calcio è il momento sportivamente più importante: e resterà, probabilmente per tutta la vita.
Quando mancano pochi minuti alle 20 ecco la voce pacata di Bruno Pizzul, ecco il San Paolo, ecco la semifinale dei mondiali. C’è l’inno di Mameli e poi si parte: l’emozione è altissima, a Napoli, a Montebelluna e in tutte le case degli italiani. Quella sera ci sarà il record d’ascolto per la televisione italiana e il record di share, ma ste cose all’epoca non le capisco e non mi interessano.
Mi interessa solo che in campo ci sono Zenga, Bergomi, Maldini, De Agostini, Ferri, Baresi, Donadoni, De Napoli, Schillaci, Giannini e Vialli. Sono loro che ci porteranno in finale. E dopo solo 17 minuti c’è un azione Schillaci – De Napoli – Giannini, tira Vialli, respinge Goicoechea, arriva Schillaci e segna l’1-0. A casa esplode la festa, ci abbracciamo tutti. Siamo in vantaggio. La finale è più vicina e domenica potremo festeggiare come hanno fatto i nostri padri otto anni fa. Il primo tempo viene controllato senza problemi dagli Azzurri, questa Argentina non ci fa paura.
A fine primo tempo guardo fuori: la Feltrina, strada statale, è vuota. Non c’è nessuno, sono tutti davanti alla TV.
Nel secondo tempo la storia una po’ cambia: l’Argentina inizia ad attaccare e l’Italia inizia ad aver paura. Non sono più così sicuro della vittoria. E al minuto 70 c’è quel maledetto cross di Olarticoechea e quel maledetto colpo di testa di Caniggia: è 1-1. In tutta Italia cala la paura. E anch’io, il bambino ottimista e sognatore, inizio a pensare che sarà difficile. Entra Baggio, lui è veneto, ha giocato nella Fiorentina, la squadra di mio papà, sta facendo un gran mondiale. Ma l’Italia sembra impaurita. Si va ai supplementari con la paura di un sogno che inizia perder forma.
Ricordo il primo supplementare per il recupero record dell’arbitro Vautrot: in quei 30 minuti ci prova Baggio, viene espulso Giusti, ma l’Italia ora è stanca. Ricordo mio papà che chiede a Vicini di togliere Zenga e mettere Tacconi, ma non succede, Si va ai rigori e a casa ci guardiamo impauriti. Perché il calcio è una cosa seria e in quegli anni è ancora più seria: e quello è il mondiale delle Notti Magiche, è il mondiale che non possiamo perdere.
I rigori, quei maledetti rigori, quei rigori che segneranno quella notte e in fondo tutta la vita. Segna Baresi, segna Serrizuela. Segna Baggio, ma Goicoechea ci arriva vicino a pararlo, segna Burruchaga. Il timore è che prima o poi Goicoechea lo pari, mentre Zenga no. Segna De Agostini, segna Olarticoechea. E poi va Donadoni, e para Goicoechea. E qui in pratica, inizio a piangere perché capisco tutto, capisco che quel sogno sta finendo. Tocca a Maradona, a casa sua e non sbaglia.
E il destino, per rendere più emblematica ed eterna quella notte, manda dal dischetto Aldo Serena. Sì proprio Aldo, nato a Montebelluna, che ha giocato a Montebelluna, amico di papà, idolo e modello di noi piccoli calciatori, colui che aveva segnato la notte dell’ospedale. Aldo tira, Goicoechea para. Aldo di quel rigore non ricorda nulla.
Finisce qui, alle 23:00 circa (orario in cui esce questo post). Finisce tutto qui. I giocatori, i miei eroi, piangono. Finiscono le notti magiche, finiscono i sogni, finisce la felicità. Non è il calcio, quella notte è molto di più. Scoppio a piangere, mi consola papà. Non credo a quello che è successo. L’Italia ha perso e non vincerà il mondiale. Tutti noi giovani piangiamo, i papà sono tristi, le mamme un po’ più distaccate ma anche loro sono senza parole.
Ricordo la strada verso casa nella Fiat Tipo, ricordo il silenzio, le macchine che lentamente tornano a casa. E’ una notte di lacrime. Ed è vero, per lo sport, per il calcio non si piange, ma quella notte è così.
Vado a letto e provo a dormire, ma non riesco. E oggi, dico senza esagerare, che quella notte è finita una parte di me, è finita la mia infanzia, è finita l’età della spensieratezza, quella in cui è tutto bello, tutto facile. E, forse, guardandola oggi in modo più ampio, quella notte è finita quell’Italia bella e felice. Avessi scritto un diario dopo quella sera, avrei scritto semplicemente che ero triste, che volevo piangere, che non era giusto dopo un mese così intenso tra esami e ospedale.
Da quella notte inizia un conto alla rovescia, mancano 4 anni ai mondiali degli Stati Uniti: ma 4 anni, quando ne hai 11 sono tanti. In quei 4 anni ci sarebbero stati tre anni di scuola media, un anno di superiori, papà sarebbe andato a lavorare in Ungheria e tante altre cose. 4 anni è un periodo lunghissimo, difficile da quantificare. Ed è difficile pensare agli Stati Uniti. Poi invece, col tempo, si scopre che il tempo vola sempre più veloce. Ci saranno Usa 94, Francia 98 e anche Germania 2006, quando diventeremo campioni del Mondo e quando ormai papà non ci sarà più da parecchi anni: ma quelle “notti magiche, inseguendo un goal, sotto il cielo di un’estate italiana” no, non ci sarebbero mai più state.
E’ la notte più difficile della mia infanzia, è la notte in cui divento grande. E’ la notte in cui capisco che la vita può anche andar male, che non tutto quello che si vuole accade. E’ la notte in cui l’Italia perde con l’Argentina, è la notte in cui finiscono le Notti Magiche.
C’è una frase di Jorge Luis Borges che dice così: “Ogni volta che un bambino prende a calci qualcosa per la strada, lì ricomincia la storia del calcio”. E’ la frase che vale anche per quella notte.
Buona notte Italia, questa è la notte vissuta da un bambino 35 anni fa, una notte che quel bambino non dimenticherà mai.