

INTERVISTA DI DAVIDE LUGLI
Tutto comincia da una cocente delusione, quella olimpica di Parigi, che proprio in questi giorni compie un anno. Un colpo forte per lei, una ragazza cresciuta a pane e judo, che aveva riposto sogni e speranze di medaglia tutte concentrate in quel singolo evento e non a torto considerando che si presentava indubbiamente come una delle favorite. Eppure, quel giorno tutto quello che avrebbe potuto andare storto è effettivamente andato storto e Susy si è trovata a dover ricostruire più la sua condizione mentale che quella fisica. Già, perché su quest’ultima non si pone alcun dubbio; c’era e c’è, sarebbe folle sostenere il contrario. Per l’atleta del Gruppo Sportivo delle Fiamme Gialle si è trattato solo di ritrovare la via, riprendere quel discorso bruscamente interrotto e fermo ai quarti di finali in terra francese. Ed è bastato meno di un anno, quello necessario perché quello scricciolo nato a Napoli e cresciuto a Scampia alla Star Judo di Gianni Maddaloni si sedesse dove naturalmente le competeva, sul trono mondiale della categoria dei 48kg.
Però, adesso, portiamo indietro le lancette di circa ventitré anni e torniamo dove tutto è iniziato. Perché a Scampia, dove Susy possiamo dire sia sportivamente nata prima di giungere a Roma e vestire con orgoglio la divisa della Guardia di Finanza, c’è qualcuno che allora la vide varcare per la prima volta la soglia della propria palestra, quando ancora bambina incontrò il judo. Parliamo naturalmente di ‘O Maé, il Maestro (il maiuscolo è d’obbligo) Gianni Maddaloni:
“Susy l’ho conosciuta che aveva appena cinque anni, era piccolissima. Era una bambina educata con una famiglia alle spalle che le aveva trasmesso dei valori e dimostrava già in maniera naturale quei principi sportivi che sono propri del judo. Crescendo ha fatto vedere nel tempo che quelle doti innate andavano di pari passo con la sua maturazione. Anche quando ha cominciato a vincere i primi titoli e le medaglie agli italiani, ha continuato a dimostrare quell’umiltà che è propria della dimensione di una campionessa. Susy non è solo brava, ma appunto è anche umile e modesta. Quando ha vinto l’oro mondiale, un bambino di sette anni l’ha vista e mi ha chiesto se un giorno avrebbe potuto vincere come fatto da Susy Scutto. Vedi, la vera medaglia d’oro per una periferia come questa è un bambino che vuole seguire le sue orme, sia come sport che come comportamento. È questo il vero oro. Scampia si è rinnovata negli ultimi vent’anni grazie al nostro lavoro insieme alle associazioni, alle scuole, alle forze dell’ordine e anche, e soprattutto, alle mogli dei detenuti che non vogliono vedere i loro figli seguire esempi sbagliati. Questa è la vittoria più grande. A Scampia quando Susy è tornata dopo l’oro mondiale abbiamo organizzato una grande festa per lei, una di quelle di cui ancora si parla nel quartiere. Siamo veramente orgogliosi di Susy e del suo trionfo”.
E come dice sempre un altro, anche lui senza bisogno di presentazioni che all’anagrafe risponde al nome di Giuseppe “Pino” Maddaloni, chissà allora, ventitré anni fa, cosa ha provato Susy quando ha messo per la prima volta il suo piedino su quel tatami.
“Se ripenso a quella bambina di cinque anni che entrava per la prima volta nella palestra del Maestro Gianni Maddaloni, oggi mi commuovo. Quella bambina non si aspettava certo tutto questo, era partito tutto come un gioco perché con mio cugino Pasquale, che già frequentava judo, lottavamo in casa e io, insomma, vista la mia competitività volevo trovare un modo per batterlo. Già, tutto è iniziato proprio così, davvero per gioco. Nella palestra di Gianni ancora prima del judo ho imparato dei principi, quali il rispetto e l’amicizia, dogmi fondamentali che risiedono alla base del judo e dello sport ai quali il Maestro tiene davvero tanto. Sono stata accolta come una figlia e per me lui è diventato un padre che mi ha accompagnata lungo la mia adolescenza e mi ha offerto consigli, come se fosse proprio un genitore. Lo devo ringraziare per la persona che sono diventata, per aver formato una donna, come ha detto anche lui, umile e rispettosa. Perché se sono così, se sono diventata l’atleta e la persona che sono, il merito è senz’altro in gran parte suo. Gli allenamenti, poi, ci hanno fatto conoscere il sacrificio, portandoci anche al limite delle nostre forze fisiche e facendoci conoscere il rispetto. Scampia, oggi, è un altro mondo grazie alle associazioni e alla stessa famiglia Maddaloni, hanno fatto tutti un grande lavoro in questo senso, mentre quando ero piccola io era un posto più crudo, sporco, difficile, ed era molto semplice seguire strade sbagliate per un facile guadagno o cadere nelle amicizie sbagliate. Sono stata fortunata ad incontrare il Maestro perché ci ha fatto crescere in un ambiente sano e ricco di principi, così come ha fatto la mia famiglia che è stata altrettanto importante per me, mi ha sempre guidata ed è stata al mio fianco, cosa che non è accaduta a tante altre persone che lungo il cammino si sono, purtroppo, perse. Le persone che hanno incontrato il Maestro hanno conosciuto il suo essere, il suo voler creare un ambiente sano e tante hanno cambiato il proprio destino anche grazie a lui unitamente alla propria forza di volontà, perché quella ci vuole sempre. Negli anni ho visto tanti miei amici intraprendere il mio stesso percorso, alcuni ce l’hanno fatta mentre altri sono ricaduti in quel vortice che li ha riportati sulla cattiva via, probabilmente quel destino era per loro più facile, senza regole. La nostra strada, chiaramente, la scriviamo noi giorno per giorno ma l’importanza che ci siano sempre più associazioni sul territorio e che facciano vedere a questi ragazzi che c’è anche altro, che c’è la possibilità di un futuro migliore, è necessaria per cambiare le cose”.
Susi, insomma, cresce, vince e convince. Trionfa al mondiale Junior e conquista tre medaglie iridate da Senior, due bronzi e un argento, tra 2022 e 2024. Arriva a Parigi da numero uno del ranking e da favorita e lì, come tante volte accade nello sport, qualcosa non gira nella maniera giusta. Si blocca, le manca il terreno sotto ai piedi e perde senza appello ai quarti di finale.
“Ho lasciato la palestra Star Judo quando avevo diciassette anni per entrare nel Gruppo Sportivo delle Fiamme Gialle e da lì è cominciata la mia carriera come professionista. I risultati non hanno tardato ad arrivare e, anzi, li ho conseguiti con una notevole facilità grazie anche al mio allenatore Antonio Ciano, anche lui prima allievo di Gianni, con il quale ho mantenuto lo stesso metodo di allenamento, ma con un’esperienza più fresca avendo lui finito da poco l’attività agonistica. Miglioravo costantemente e il lavoro che avevo svolto prima mi aveva già formata per il successivo step, era tutto insito dentro di me e mi accompagnava a mano a mano che procedevo lungo la mia strada. Sono arrivate quelle tre medaglie mondiali, la prima quando ero ancora juniores è stata qualcosa di incredibile perché ripagava un percorso che mi aveva irradiata per quattordici anni. Grazie a questi risultati ho acquisito sempre più una maggiore consapevolezza negli anni successivi: prima terza, poi ancora terza e, infine, seconda. Sono arrivata alle Olimpiadi di Parigi 2024 da prima del ranking e, ovviamente, mi aspettavo una medaglia, non ci giro assolutamente intorno. Ma quando sono stata lì ho pensato di poter gestire la pressione, era la mia prima partecipazione ai giochi e volevo fosse un’esperienza per farmi crescere e da vivere con divertimento senza il chiodo fisso del risultato. Invece, il giorno della gara mi sono bloccata, il peso del risultato e di quello che mi sentivo di dover dimostrare, quella medaglia a tutti i costi che nella mia testa volevo e meritavo, mi hanno schiacciata. Tutto questo, probabilmente, mi è stato fatale e mi ha portata alla sconfitta e alla successiva angoscia per non essere riuscita ad esprimermi liberamente, a un profondo esame di coscienza che necessitava di tempo perché lì per lì ero veramente distrutta, avevo deluso prima di tutti gli altri proprio me stessa”.
La peculiarità del campione è, però, proprio quella di non lasciarsi mai abbattere. Perdere ci sta e lo sport sa essere molto crudele in questo senso, ma il tempo cura e guarisce le ferite, riporta tutto alla giusta dimensione. Il campione, poi, è tale perché ha delle qualità e queste non si perdono in un solo incontro, vanno giustamente affrontante le conseguenze e capiti gli errori. E se c’è qualcosa che lo sport non può proprio togliere a Susy sono l’umiltà e quell’essere una campionessa per definizione. Il momento del riscatto arriva il 13 giugno scorso a Budapest, a tredici secondi dalla fine del gold medal match, quando un ippon le regala quel trono che era scritto fosse nel suo destino: Susy Scutto è campionessa mondiale.
“Dopo le Olimpiadi ho affrontato un percorso catartico, ho analizzato cosa avevo sbagliato e da quale punto ripartire. I giochi me li sono lasciati subito alle spalle perché ormai era andata così e dovevo guardare avanti, non restare ancorata a quella sconfitta. Ho studiato e capito gli errori commessi, li ho affrontati e ho fatto un upgrade di me stessa per arrivare al mondiale con una versione migliorata di Susy. Non volevo più arrivare in gara con il pensiero fisso di meritare una medaglia a prescindere, ma di entrare sul tatami perché mi piaceva, perché quello era il mio sport. Quel giorno mi sono sentita libera, non ho pensato al risultato finale o al dover dimostrare qualcosa agli altri, mi sono concentrata sulla gara e basta. Avevo un altro sguardo, ben diverso da quello di Parigi e sono entrata con la coscienza libera; ero arrivata lì attraverso un percorso e dovevo fare solo quello che sapevo fare meglio: vincere. Quella delusione mi ha fatto crescere, mi ha aperto un nuovo orizzonte e so che le cose ora andranno diversamente anche se ci saranno ancora delle sconfitte e ci sarà, soprattutto, sempre da sudare. Il mio obiettivo è quello di Los Angeles 2028 e la mia strada è appena iniziata, voglio arrivare lì per far vedere chi sono veramente”.
Susy è arrivata sul tetto del mondo e lo ha fatto a soli ventitré anni. Il suo sogno è diventato realtà e dopo un anno non certo facile. All’orizzonte, come dice lei, ci sono tanti altri obiettivi e lei ha una vita di sport davanti che non si ferma solamente a questa che, diciamocelo, è solamente una tappa e non certo un punto di arrivo. Però, una cosa viene da domandarsi e cioè cosa fa una campionessa mondiale quando non è sul tatami. Dai, Susy, non ci dire che vivi solo di judo.
“Ho ancora una carriera davanti davvero molto lunga e questa, come dici tu, non è che una tappa, un inizio, verso quello che verrà dopo. Per me è stata una conferma che sto lavorando nella maniera giusta e che la direzione è quella, il mondiale per me è già passato e voglio guardare avanti. La Susy fuori dal tatami non è molto diversa dall’atleta: molto concentrata, molto ordinata ed estremamente competitiva anche nella vita di tutti i giorni. Cerco sempre di dare tutto e sempre al massimo, in qualsiasi ambito, anche nel mio percorso universitario di scienze motorie sono così. Francamente passo davvero molto poco tempo fuori dal tatami, diciamo che la maggior parte della mia vita, in questo momento, è incentrata sul judo e sugli obiettivi che mi sono posta. Sai, quando salgo sul tatami mi sento davvero bene, sono spensierata, sono me stessa al 100% e ho quella fiducia che vorrei avere anche nella vita di tutti i giorni. Ciò che mi rende davvero orgogliosa è sapere di essere diventata un esempio per tanti giovani, non solo per chi è a Scampia, ma in tutta Italia. Ed è anche per tutti loro che voglio continuare a migliorarmi”.
In poche righe abbiamo riassunto una chiacchierata con Susy di quasi un’ora nella quale ci siamo confrontati con lei, l’abbiamo conosciuta, ci abbiamo scherzato, parlato seriamente e ci siamo anche presi alla leggera. Una conversazione nella quale abbiamo ripercorso gli step della sua vita, dalla Star Judo del Maestro Gianni Maddaloni fino a quel titolo iridato conquistato poco più di un mese fa a Budapest. La storia di Susy è, però, quella di tante altre atlete e atleti che iniziano una storia d’amore con uno sport, lo vivono e lo respirano, iniziando proprio come lei magari per gioco e senza pensare a una medaglia olimpica o mondiale. E, allora, visto che siamo romantici sotto questo punto di vista lasciateci immaginare quella scena, quella dove una bambina incontra per la prima volta il proprio allenatore, maestro o chiamatelo come meglio vi pare. Lasciateci immaginare il momento in cui quella bambina vede questo uomo come un gigante e tende a lui la sua manina non sapendo, nessuno dei due, che quel gesto la porterà alle Olimpiadi e a vincere un mondiale, a diventare una delle migliori atlete al mondo in quello sport. Lasciateci immaginare che da una parte ci sia Susy e dall’altra parte Gianni e pensate che tutto questo è successo per davvero e succede ogni giorno. Ecco, questa è la vera essenza per noi di raccontare come tutto ha avuto inizio, ci fa scoprire che, qualche volta, i sogni non sono altro che quel momento in cui due destini si incrociano perché è scritto debba essere così e, poi, diventano una splendida realtà. Ora pensate a Gianni Maddaloni quando ha visto quella piccolissima bambina di cinque anni entrare per la prima volta nella sua palestra e le ha teso la mano, perché quello è l’esatto momento, accaduto ben diciotto anni fa, nel quale Susy Scutto ha vinto l’oro mondiale.
FOTO: CONI / EUROSPORT