

DI DAVIDE LUGLI
Una chiacchierata con il campione paralimpico Simone Barlaam in cui abbiamo ripercorso la sua storia umana e sportiva. Dal bambino che è entrato in acqua la prima volta e si è sentito finalmente libero di essere sé stesso, fino alle imprese agli europei, ai mondiali e alle Paralimpiadi. Una storia lunga venticinque anni che ha visto un ragazzo crescere, migliorarsi, arrivare anche a sfidare sé stesso prima che gli avversari. Atleta del Gruppo Sportivo Fiamme Oro da fine 2021, conosce il nuoto fin da piccolo e si avvicina a quello paralimpico all’età di quattordici anni quando entra nella Polha Varese. È lì che comincia a scrivere la sua storia e quella dello sport azzurro, fino a diventare il campione che oggi tutti conosciamo.
Simone è uno di quei ragazzi ai quali proprio non si può dire di avere avuto un destino favorevole, anzi. Nasce con una coxa vara e una ipoplasia congenita del femore destro, situazione che si aggrava nel tempo e lo porta a subire svariati interventi con annesse conseguenze non proprio semplici da affrontare, soprattutto per un bambino. Eppure, tanto il destino gli è avverso quanto direttamente proporzionale è la sua tenacia, in un contesto davvero difficile da affrontare tanto per lui quanto per la sua famiglia. Oggi ne parliamo come di un qualcosa al passato, ma bisogna parametrare il tutto a venticinque anni fa e a un momento in cui il mondo, che pur con i dovuti tempi e modi si è evoluto, spesso faceva fatica a comprendere o non era, purtroppo, pronto per farlo.
“Guarda, nonostante i tanti interventi chirurgici, i viaggi e i ricoveri, da bambino ho visto sempre il bicchiere mezzo pieno, probabilmente avrei accusato maggiormente il colpo ora che sono adulto piuttosto che allora. Certo per i miei genitori è stata tosta, ma è andato tutto bene e sono state tappe fondamentali per il mio percorso che mi hanno portato ad essere la persona, prima dell’atleta, che sono oggi. Ricordo intorno a me tanto supporto e solidarietà, non sono stato lasciato solo e nemmeno ho subito negativamente la vita scolastica post interventi. In quel frangente, sia le maestre che i compagni si sono sempre prodigati per farmi passare con maggior leggerezza quei momenti impegnativi e da questo punto di vista posso dire di essere stato molto fortunato”.
L’acqua e il nuoto diventano amici di Simone quando ha sette anni, inizialmente un modo per mantenere il tono muscolare, poi sport vero e proprio. Comincia per lui un’avventura che lo porta dal 2014 in poi a prendere maggiore consapevolezza dei propri mezzi e ad entrare nel mondo paralimpico con la Polha Varese, fino all’esplosione nel mondiale del 2017 a città del Messico dove, da assoluto protagonista, sale sul podio in ognuna delle gare a cui partecipa.
“L’acqua mi ha sempre offerto sensazioni che sulla terra ferma non potevo provare e da una parte mi sentivo leggero e agile mentre dall’altra ero goffo e impacciato. Quando entro in acqua mi sento libero come capita anche ad altri atleti paralimpici che usufruiscono ad esempio dell’ausilio di protesi o sedia a rotella, perché è un elemento in cui sei solo tu e il tuo corpo. Nel corso degli anni sono passato alla Polha Varese dove ho cominciato a prendere contatto con il mondo paralimpico e a Milano, prima delle Paralimpiadi di Rio ’16, ho conosciuto ragazzi che si stavano allenando per i giochi. Pur avendo disabilità, anche simili alla mia, facevano cose eccezionali e per me è stata una scoperta perché prima non avevo mai visto paratleti allenarsi e non avevo mai incontrato lo sport paralimpico. Mi hanno stupito e mi sono innamorato del movimento, questa nuova dimensione è stato uno stimolo per allenarmi costantemente e migliorarmi. Sono arrivato anche oltre quello che pensavo di poter dare, fino al mondiale di Città del Messico dove ho vinto quattro medaglie e sono stato proiettato nel mondo paralimpico a livello internazionale”.
Il 2019 è l’anno della svolta. Record, medaglie d’oro a raffica, il trionfo ai mondiali di Londra con cinque ori e un argento su sei gare disputate. Ma non c’è solo lo sport, diventa un simbolo per il movimento paralimpico, uno di quelli capace di catalizzare l’attenzione mediatica e infrangere quel muro che da troppo tempo identifica lo sport a seconda delle abilità o, peggio, delle disabilità di un atleta.
“In questo caso penso che anche per lo spettatore sia probabilmente più difficile approcciarsi allo sport paralimpico, perché è quasi uno sforzo immedesimarsi per chi non vive la disabilità nel proprio quotidiano. Può spiazzare e confondere, cosa che non avviene per chi magari lo vive anche solo in maniera collaterale, come un parente o un amico di un atleta. Poi, c’è la questione delle categorie e degli ausili, cose che da una parte possono rendere lo sport più divertente, ma anche complicarne la comprensione. Queste particolarità, forse, sono il vero muro ideologico, alle quali deve essere aggiunta la giovane vita del movimento perché c’è da considerare che le prime Paralimpiadi sono state a Roma ’60, mentre le Olimpiadi hanno decisamente qualche anno in più. La spinta per colmare il divario può e deve arrivare dagli stessi atleti paralimpici che hanno sempre più una maggiore visibilità a livello mediatico”.
Frattanto, Simone Barlaam è già proiettato verso il sogno olimpico di Tokyo 2020, anche se ancora non sa ancora che dovrà attendere non un anno, bensì due a causa della pandemia. Poco importa, è lapalissiano arrivi a quei giochi nella terra del Sol Levante come uno dei favoriti e tra l’altro proprio sul finire di quell’anno colmo di pathos comincia a indossare anche la divisa del Gruppo Sportivo delle Fiamme Oro. E in quelle Paralimpiadi è per davvero protagonista: in Giappone vince un oro, due argenti e un bronzo.
“Tokyo 2020, che poi è diventato 2021, è stata una situazione molto impegnativa. Essere rimandati di un anno, senza pubblico, con molte restrizioni, tamponi tutti i giorni e vivere con l’ipocondria del Covid è stato qualcosa di difficile da gestire. Nonostante ciò, quella di Tokyo è stata comunque un’esperienza importante, un’altra tappa nel mio percorso di crescita, anche se magari ci sono state alcune delusioni legate ai risultati. Per molti che hanno partecipato a quelle Olimpiadi, però, il vero esordio ai giochi è psicologicamente avvenuto tre anni dopo a Parigi, dove abbiamo ritrovato la normale quotidianità, il tifo del pubblico e assaporato la vera essenza dell’evento. È stato anche un vero peccato per il Giappone e i giapponesi, perché avevano lavorato anni per creare un evento fantastico che sicuramente senza tutto quello che è successo sarebbe stato ancora più bello”.
E se il buongiorno si vede dal mattino, da Tokyo in poi la stella di Simone diventa una tra le più splendenti che esistano. Ai mondiali di Funchal e Manchester vince dodici ori su altrettante gare disputate complessivamente nelle due rassegne iridate mietendo, inoltre, ulteriori record mondiali. Parigi 2024 ha una gestazione più breve di un normale quadriennio e l’atleta delle Fiamme Oro coglie l’occasione per migliorare il proprio palmares ai giochi con altri tre ori e un argento. E questa è storia e quanto è accaduto.
“È stato un triennio proficuo, nel quale ho vinto tanto e migliorato alcuni record mondiali tra individuale e staffetta. Sono arrivato a Parigi con una maggiore consapevolezza nei miei mezzi e in me stesso, dei miei limiti, dei miei pro e dei miei contro. Poi, rispetto a Tokyo è stata tutta un’altra cosa, la presenza del pubblico, spalti sempre pieni con migliaia di persone che fosse mattina o pomeriggio, un livello competitivo molto elevato e, infine, il tifo. Ecco, è stata quella la Paralimpiade che uno si aspetta”.
Quello che viene da domandarci, arrivati a questo punto, è però cosa sognava Simone quando aveva sette anni e, oggi, cosa vorrebbe dire a quel bambino che è diventato uomo. Soprattutto, come si vivono le vittorie, quando ci sono ancora persone che guardano più alla disabilità che all’impresa in sé che compie l’atleta.
“Dipende tutto da come viene esaltata l’impresa. Se viene esaltata sulla base della difficoltà è un conto, se invece la si lega esclusivamente alla condizione dell’atleta è un altro. le due cose devono rimanere slegate perché la storia di un atleta non deve essere messa in luce o meno per quella che è la sua disabilità. Ciò che deve crescere è la mediaticità degli eventi paralimpici, la diffusione dello sport fine a sé stesso, riconosciuto unicamente senza voler porre in evidenza le differenze fisiche o la disabilità. Un bambino che oggi si affaccia allo sport deve essere lasciato libero di provare e trovare ciò che lo fa sentire bene, come è accaduto a me. Quando trova quel qualcosa che lo fa davvero felice e gli riscalda il cuore, prosegua su quella strada perché è quella giusta”.
Abbiamo conosciuto Simone Barlaam attraverso le sue vive parole, quelle di un ragazzo di venticinque anni che è motivo di orgoglio e vanto per lo sport italiano nel mondo. La sua storia è quella comune a tutti quei ragazzi che ogni giorno si allenano e fanno sacrifici per migliorarsi costantemente, crescere, diventare atleti in un mondo dello sport che è in continua evoluzione. L’evoluzione, poi, è quel qualcosa che permette anche a tutti noi di migliorarci, imparando a guardare lo sport come un’unica grande casa che racchiude al suo interno i sogni e le speranze di tanti. Noi continueremo a raccontare le storie d Simone e tanti altri atleti e paratleti, perché siamo convinti che le imprese non possano essere distinte sulla base di qualità fisiche, ma sull’impegno che ognuno di questi campioni mette ogni giorno e ad ogni gara. In bocca al lupo Simone e grazie per tutto ciò che hai fatto finora, lo sport ha bisogno di ragazzi come te e anche tutti noi.
Foto: Getty Images