

INTERVISTA DI DAVIDE LUGLI
L’intervista a Claudio Chiappucci, per tutti il Diablo, nasce da lontano in un assolato pomeriggio di fine maggio del 1994. Il Giro d’Italia partiva da Bologna, esattamente il 24 maggio, con un prologo e una crono che videro in maglia rosa De Las Cuevas ripartire il giorno successivo dal capoluogo felsineo. Quel giorno, però, oltre a stalkerizzare il buon Raimondo Vianello ero lì per farmi autografare un cappellino proprio da Chiappucci e non mancò quell’attimo di distrazione che fece storia. L’ammiraglia della Carera partì verso l’albergo e io in biciletta mi misi a distanza cercando di stare a ruota proprio di colui che era il mio oggetto del desiderio. Pochi chilometri in cui diedi il meglio di me, senza nessuno si accorgesse che avevano un ospite scomodo a distanza di poche decine di metri. Insomma, arrivati all’Holiday Inn in zona fiera lo perdo, entra veloce e io rimango appostato sperando di riuscire ad avvicinarlo. Niente, missione fallita. Anzi, no. Poco dopo esce un ragazzotto poco più che ventenne che riconosco come uno dei gregari di Claudio, anche se non so nemmeno come si chiami. Lo avvicino e gli chiedo se mi può far autografare un cappellino, anzi due già che c’eravamo, dal suo capitano. Penso di avergli fatto davvero pena, sudato e malmesso come uno che aveva fatto tutte e ventidue le tappe del Giro d’Italia in anticipo e perso mezzo polmone per strada. Torna poco dopo dicendomi che uno glielo aveva fatto firmare, ma l’altro no. Gli dissi, più per gratitudine che con convinzione, se me lo poteva autografare lui e così fu. Andai via felice, meglio mi feci venire a prendere da mio padre che ebbe anche da obiettare perché non capiva come mai fossi così stanco. Stacci tu dietro a Chiappucci con trenta gradi, poi mi sai dire babbo. Insomma, arrivato a casa avevo la bellezza di due cappellini firmati, uno da Claudio e l’altro dal suo gregario che non sapevo davvero chi fosse, ma era simpatico. Guardai sulla Rosa le squadre iscritte e vidi che c’era solo uno che aveva un cognome simile a quello riportato, si chiamava Marco Pantani e io non sapevo davvero chi fosse. Da quel giorno per ben trentuno anni è stato sempre come quel 24 maggio, ci siamo rincorsi, visti di sfuggita alla Fano dei Cesari e in tante altre occasioni. Mai una volta ci sia riuscito a parlare, ma chi la dura la vince e a questo giro ci siamo ripresi quella chiacchierata che sognavo di avere con lui quando avevo sedici anni. Peccato solo siano passati trentuno anni.
Gli inizi su un cannone di acciaio, poi la tecnologia che ha cambiato regole non scritte. Il romanticismo di una volta, dove i ciclisti gestivano quasi in autonomia la propria bicicletta e la lavoravano per adattarla alle proprie necessità. Oggi tutto è cambiato, ci sono le telemetrie, i programmi che studiano tutti i dati e che offrono sulla carta il migliore mezzo al ciclista.
“Sai, nel corso degli anni è mutata notevolmente la tecnologia e i materiali: prima acciaio, poi alluminio e, infine, titanio. È cambiata la scorrevolezza del mezzo, delle ruote, del cambio e dei pedali, sono stati fatti passi avanti da gigante in questo senso. Quando per noi era normale fare trentacinque chilometri all’ora, oggi è normale, invece, andare in bicicletta anche ad oltre quaranta. Tutto questo cambiamento è, appunto, legato all’evoluzione tecnologica che se vogliamo ha fatto venire anche meno quella sorta di romanticismo, perché io la bicicletta me la guardavo, la studiavo e la lavoravo. Ero io che alla squadra dicevo se volevo allungare il telaio, inclinarlo o altro, questo quando erano fatti su misura e non a taglie come oggi. La posizione attuale dei ciclisti sulla bicicletta è diversa, molto portata avanti e non è bella da vedere, la nostra era più dinamica e stilizzata, insomma decisamente più armonica da vedere”.
Nel ’90 al Tour de France arrivi secondo, diciotto anni dopo un certo Felice Gimondi e vestendo per otto giorni la maglia gialla. Quella non era la tua gara e ti sei dovuto prendere un carico di responsabilità non indifferente che ti è caduto addosso da un giorno all’altro, non certo progettando il momento. Oggi, invece, è tutto progettato con atleti che un anno per l’altro sanno già quali corse faranno e sulle quali puntare, sia a titolo di vittoria generale che di tappa.
“La preparazione di oggi è minuziosa, si arriva alle grandi corse a tappe correndo molto poco e facendo lunghi periodi di ritiro, mentre quando correvo io dovevo fare più gare per trovare il ritmo e la condizione. La corsa, allora, era puro istinto, certo c’era una strategia in partenza ma non c’erano telemetria, auricolari, valutazione del vantaggio e tanto altro. Non c’era nemmeno una preparazione maniacale sull’alimentazione e quel perfezionismo che c’è oggi. C’era il ciclismo, noi eravamo una macchina umana che doveva sapersi gestire, conoscere i propri limiti e imparare quale fosse anche l’alimentazione giusta e adatta per ognuno di noi, ma lo facevamo da soli. La nostra epoca, come quelle precedenti, ha fatto da trainer fornendo alle generazioni successive i feedback necessari per migliorare la gestione di determinate situazioni. Anche se oggi siamo arrivati all’eccesso su alcune cose. Ora, fatta questa premessa, veniamo al Tour e parliamone non per sentito dire ma per ciò che è stato. Ci sono arrivato dopo un bel Giro d’Italia, consapevole che quello era il mio momento per capire quale potesse essere il mio ruolo in quel ciclismo e non mi nascondo dicendo che ero davvero ambizioso. Certo, non miravo sicuramente alla maglia gialla, piuttosto a quella a pois che ritengo ancora oggi sia una di quelle più importanti e anche in Francia è molto considerata. Arrivavo a quel momento avendo già vinto la classifica degli scalatori al Giro dove mi ero posizionato davvero bene in classifica generale; era, pertanto, ovvio che quello fosse per me lo step successivo. Sono arrivato a quel Tour, il mio primo a un certo livello, agguerrito e con la voglia di fare bene, ma dall’altra parte strategicamente non ero preparato, tanto personalmente quanto a livello di squadra, ad affrontarlo per la maglia gialla. Mi ci sono ritrovato e per me è stato qualcosa di grandioso, un sogno che si avverava e nemmeno ci credevo, ma era davvero molto pesante quella maglia e non ci ero abituato. È giunta contestualmente una popolarità che non mi aspettavo e che mi sono trovato a dover gestire da solo, purtroppo non avevo una squadra per sostenere questo, non eravamo preparati a questa eventualità in questo grande evento. Lì ho tirato fuori tutto il mio carattere, mi sono rimboccato le maniche e ho dato tutto me stesso, facendo poi uscire quello che è il Claudio che tutti conoscono”.
Ci sono date nella vita di un ciclista che danno e tolgono. Il 18 luglio è una di quelle ricorrenti nella tua storia e in quella, naturalmente, del ciclismo italiano. Se parliamo delle imprese è indelebile il ricordo che vola immediatamente al Sestriere e a quella vittoria di tappa al Tour divenuta leggenda. Non si riduce, però, tutto a quel giorno, ce ne è anche un altro di 18 luglio che vorremmo tutti cancellare dalla storia e tu per primo, ma non si può.
“Vedi, quando mi ricordano il 18 luglio a me non viene in mente in primis il Sestriere, ma la stessa data, però, di tre anni dopo quando è morto Fabio Casartelli. Io in quella tappa feci terzo, ma prima di andare in fuga avevo appena finito di parlare con lui perché ci allenavamo insieme e ci davamo consigli. Sono andato e ho saputo che era caduto, non che era morto, quando eravamo già sul Tourmalet, pensa un po’ tornando a prima come funzionava bene la comunicazione a quei tempi. Le notizie, a mano a mano, arrivavano alla spicciolata e nella stessa maniera il mio cervello elaborava e pensava a cosa fosse successo a Fabio, tanto che a un certo punto non riuscivo più a pensare alla corsa. Come, mi sono chiesto. Poco prima eravamo insieme, parlavamo della corsa e poco dopo lui non c’era più. Ho sentito le gambe diventare sempre più pesanti e staccare proprio la mente da quella corsa di cui non percepivo più il senso. Quando mi sono letteralmente fermato carico di pensieri nei confronti di Casartelli, in quel momento Virenque ha staccato per poi andare a vincere a braccia alzate quella tappa maledetta mentre io continuavo solamente a chiedermi il perché. Al Sestriere, invece, tre anni prima, è stata una storia diversa, bella, da ricordare, il coronamento di duecento chilometri di fuga e di oltre sette ore di gara. Era un continuo pensare a cosa dovessi fare, alla strategia da adottare e riflettere, perché io in quella circostanza non avevo altro che un frequenzimetro ad aiutarmi con il quale cercavo di gestirmi, regolare i miei giri e come o quando potevo aumentare o diminuire il mio vantaggio. Quella è stata la mia più grande impresa, una di quelle che non avevo affatto progettato anche se mesi prima l’avevamo messa come punto di riferimento perché si arrivava in Italia e giungere vincitori era una di quelle occasioni che non potevi lasciarti sfuggire. L’emozione, lo stress, l’adrenalina, hanno fatto il resto, facendo sì che prendessi la testa e mi lanciassi in quella folle fuga. Quando eravamo tutti insieme mi sono gestito, poi è arrivato il momento di capire cosa volesse fare chi era in quel gruppo e cosa facessero anche quelli che stavano dietro che non era davvero cosa facile visti i mezzi dell’epoca. In quel gruppo, per altro, c’ero io che ero un leader e a nessuno andava bene in quel contesto di aiutare uno che faceva classifica e, poi, lì mi ci sono trovato non tanto per mia volontà, ma perché dopo il primo Gran Premio della montagna sul Col de Saisies, sulla successiva discesa, il gruppo si è letteralmente spaccato e siamo rimasti un manipolo. Quando è accaduto ho visto come fossero tutti contrariati dalla mia presenza. In quella circostanza avendo un compagno di squadra nel gruppetto gli chiesi di mettersi davanti e fare ritmo per capire quali fossero le intenzioni degli altri. Arrivati al Cormet de Roseland fu abbastanza chiaro che i colleghi di fuga, per ordini di squadra, non avessero la benché minima intenzione di tirare e dietro sapevo che si stavano organizzando per venirmi a prendere. A quel punto ho preso la decisione di forza, sapevo che ero in salita e aumentando il ritmo avrei fatto selezione, poi con chi eventualmente fosse rimasto a ruota avremmo capito come e cosa fare. Ad un certo punto mi sono trovato da solo con Virenque che, naturalmente, non tirava perché aveva Lino dietro come capitano e io gli dicevo guarda che Pascal oggi arriva a oltre un’ora, ma niente era dedito al suo interesse e a quel punto l’ho salutato. Per questo dall’Iseran sono rimasto solo. Quando siamo arrivati verso la fine ero spossato, stanco, con i tifosi che mi sostenevano da una parte e mi davano pacche sulla schiena dall’altra che non erano proprio il massimo in quel momento, unitamente a informazioni contrastanti su dove fosse Indurain. Mi sono trovato in una situazione in cui se mi avessero preso avrei buttato via tutto il lavoro fatto e senza la possibilità di replicare in alcun modo. Poi, in realtà, all’ultimo chilometro Miguel è andato alla deriva e se avessi saputo che dopo oltre duecentocinquanta chilometri avrebbe mollato proprio all’ultimo ostacolo, probabilmente avrei dato l’anima per acquisire un distacco ancora maggiore. Ma, ripeto, le informazioni all’epoca erano quelle che erano e io mi sono trovato male a gestire quella situazione dove Indurain è arrivato cotto e se l’avessi saputo mi sarei gestito diversamente per prendermi un vantaggio ancora maggiore”.
Da capitano hai avuto in squadra Marco Pantani e sei stato tra i primi a conoscerlo quando passò professionista alla Carrera. Un ragazzo che iniziava in quegli anni la sua avventura in un contesto di grandi campioni e che lo vide da lì a poco arrivare alla ribalta con i risultati sontuosi al Giro e al Tour del 1994.
“Marco era il giovane che doveva crescere, essere coltivato, non come oggi che vengono presi e buttati all’arrembaggio con i risultati che poi tutti vediamo. Per lui era un imparare l’arte e metterla da parte. In effetti, proprio in quel Giro del ’94 fece vedere di avere grandi qualità e che poteva, allo stesso tempo, coabitare con me. Insieme avremmo potuto dominare per anni la scena, poi le cose sono andate diversamente e abbiamo preso strade diverse. È stato il mio compagno di stanza, un ragazzo un po’ introverso che con la bici riusciva a tirare fuori il vero sé stesso, con il quale parlavamo spesso di gare e anche di tecnica, perché Marco era uno minuzioso, uno di quelli, come dicevo prima, che studiavano la bicicletta e controllavano non vi fosse nemmeno un millimetro di differenza, altrimenti si cambiava il telaio. Era un ragazzo che non lasciava nulla al caso, molto preciso con l’obiettivo di riuscire a dare sempre il meglio di sé sulla”.
Gli anni con Indurain, Bugno e tanti altri grandi campioni. Anni d’oro per il ciclismo italiano che oggi sono solo un ricordo di un tempo in cui l’Italia era una potenza a livello mondiale. Poi, è calato il silenzio o, meglio, dall’essere protagonisti siamo diventati quelli che esultano per aver vinto una tappa al Giro o al Tour, quando ci va bene.
“Una volta dominavamo veramente in lungo e in largo, non è facile spiegare perché siamo arrivati a questo punto. Prima eravamo i migliori produttori di ciclismo, avevamo dei grandissimi campioni, oggi non abbiamo nemmeno una squadra nel World Tour. Abbiamo ancora ottimi vivai che, però, anni fa tiravano fuori dieci o quindici atleti che potevano giocarsela nei circuiti mondiali, mentre oggi siamo al livello che se ne esce uno è buona grazia, senza sapere poi se farà qualcosa o meno. Abbiamo perso anche nei materiali, perché oltre a mancare quelle che erano le grandi squadre di un tempo che si sono dissolte, non abbiamo nemmeno più in casa i produttori del ciclismo di una volta. Ci sono tante riflessioni da fare, non si può risolvere tutto in due parole, prima fra tutte che non è possibile non avere, mi ripeto, da anni una squadra nel World Tour. Una volta eravamo i signori del ciclismo, oggi siamo davvero lontani anni luce da quei momenti ed è brutto”.
Con Claudio abbiamo parlato un’ora e davvero di tutto. Siamo tornati indietro con il tempo, ripercorrendo tappe importanti della sua storia, le vittorie, aneddoti e tanti ricordi. Trentuno anni dopo ho avuto modo di conoscere quel campione che avevo tanto ammirato e l’ho fatto scoprendo l’uomo che oggi è diventato, perché come sempre diciamo prima c’è l’uomo e poi il campione. E Claudio è davvero un grande uomo, uno di quelli che oggi non li fanno più perché sono unici nel loro genere e lasciano ricordi nel tempo impossibili da dimenticare. Anche senza bicicletta e con qualche capello bianco in più, non me ne voglia, El Diablo rimane sempre lui. Oggi abbiamo conosciuto Claudio Chiappucci, uno dei grandi di quel ciclismo di un tempo passato, uno di quelli le cui le imprese ci tenevano incollati al televisore, uno di quei campioni davvero indimenticabili, uno di quegli uomini che, purtroppo, oggi ci mancano davvero tanto.