

È il 25 maggio 1935, il giorno del fuoricampo numero settecentoquattordici per la leggenda conosciuta da tutti con il nome di George Herman Ruth realizzato con la maglia dei Boston Braves contro i Pirates, l’ultimo della sua straordinaria carriera e lui questo lo sa. Sa che è giunto al capolinea anche se non vuole ammetterlo, il fisico segnato dalle mille battaglie e da altrettanti vizi, però, parla per lui. Pochi giorni dopo, e con nel mezzo una scialba partita contro i Phillies disputata il 30 maggio successivo, decide di chiudere definitivamente la sua storia d’amore con il baseball. Il 2 giugno 1935 il più grande giocatore di tutti i tempi annuncia il suo ritiro.
Ha da poco compiuto quarant’anni Babe, almeno così gli hanno raccontato. Già, perché anche se può apparire assurdo nemmeno lui sa esattamente quando è nato. Sui registri ufficiali risulta essere il 6 febbraio 1895, ma questa data è molto aleatoria e Ruth lo scopre per puro caso in occasione di un tour in Giappone. Lui, addirittura, sapeva di essere nato ben un anno prima, almeno così gli avevano fatto credere i suoi genitori e quella data “ufficiosa” è da sempre avvolta in un alone di mistero. Nulla di strano, considerando che è cresciuto in un contesto non certo da libro Cuore con un padre violento e che gestiva una catena di bar che definire bettole era un complimento. A proposito, proprio il padre George senior, durante una lite, trova morte violenta nel 1915 in uno di quegli amabili ritrovi per brava gente che gestisce.
Il piccolo George, dal canto suo, non aveva intrapreso una carriera più edificante, anzi da questo punto di vista promette davvero male. A sette anni mastica tabacco, marina la scuola ed è ben avviato verso una carriera da delinquente visti gli innumerevoli furti. La svolta? Viene mandato dai frati della St. Mary’s Industrial School for Boys ed è lì che avviene l’incontro con Padre Matthias, l’uomo che che prende il filo del suo destino e ne muta il percorso. Un frate innamorato del baseball, uno che insegna al piccolo Ruth prima la disciplina e poi la passione per quello sport tanto popolare oltreoceano. Facile? Per niente. Quell’uomo rigido, però, diventa col tempo ciò che serve al ragazzino per trovare la sua vita, una figura chiave che prima, evidentemente, non c’era mai stata nella sua breve vita.
Ruth è talentuoso, impara alla svelta i fondamentali e si allena ogni giorno per ore alla battuta e, successivamente, nel lancio. Quando entra in squadra lo fa da ricevitore, ma la storia ci racconta che in breve tempo, e per un caso fortuito, finisce sul monte dove emerge il suo vero talento. Un talento che non sfugge, anche per la segnalazione di Padre Matthias, al proprietario dei Baltimora Orioles che all’epoca disputano le leghe minori. Jack Dunn nel 1914 lo ingaggia e lo mette sotto la propria ala. Il diciannovenne conquista rapidamente un posto in squadra e viene da tutti soprannominato “Dunn’s Babe”, debuttando nella International League contro i Buffalo Bisons il 14 aprile dello stesso anno in maniera a dir poco trionfale. Gli Orioles vincono 6-0 e comincia così, in quel giorno di primavera, la storia di “The Babe” o, come tutti lo conosciamo, Babe Ruth.
Baltimora vola nella prima parte della stagione, ma le difficoltà finanziarie legate alla convivenza con la squadra presentata dalla “ribelle” Federal League, durata appena due anni, riducono drasticamente gli spettatori e Dunn è costretto a vendere i suoi pezzi pregiati. Babe si ritrova in breve tempo a dover cambiare casacca destinazione Boston, in Major League, dove però trova una concorrenza spietata e lo spazio per far vedere le proprie abilità sono assai limitate. Nel primo breve periodo passato a Boston conosce la sedicenne Helen Woodford, una cameriera con la quale inizia un serrato corteggiamento a distanza. Vista la situazione poco utile alla sua causa e a quella della franchigia, viene però spedito nuovamente a giocare nelle minors, nuovamente in International League, con i Providence Grays. Qua contribuisce a portare al titolo la squadra del Rhode Island e al termine della stagione viene richiamato dai Red Sox, stavolta per restarci. O forse no? Quel che è certo è che appena torna a Boston impalma la giovane Helen e la sposa il successivo 14 ottobre.
Ruth l’anno successivo trova, finalmente, il suo posto tra i partenti dei Red Sox che vivono una stagione esaltante arrivando alle World Series e vincendole. Babe nel 1915 realizza i primi quattro fuoricampo della sua carriera in Major League, ottenendo anche un ottimo score dal monte di lancio. La conferma arriva nel 1916 quando Boston, pur indebolitasi in fase offensiva, conquista nuovamente il titolo proprio grazie all’abilità dei propri lanciatori con il ventunenne di Baltimora sugli scudi nella serie finale contro i Brooklin Robins. Il problema è che piazzare Babe sul monte di lancio da un lato è un vantaggio, ma significa contemporaneamente non poterlo utilizzare in tutte le partite e questo suo scarso impiego costa alla franchigia la postseason del 1917. Urge, vista l’evidente bravura in battuta di Ruth, trovare una soluzione.
Di conseguenza finisce per essere spostato quasi totalmente a giocare da esterno nei due anni successivi, poche le apparizioni come lanciatore e tante, invece, quelle in battuta che lo portano nel 1919 a toccare quota ventinove alla voce fuoricampo in una sola stagione. E mentre cresce la sua notorietà, altrettanto fa il suo fisico. Ruth, fin dai tempi di Baltimora, è sempre stato conosciuto come un’ottima forchetta, ma dal ’16 al ’19 il suo girovita aumenta vistosamente tanto da essere criticato per il suo stile alimentare smodato. Poco importa, i numeri sono quelli che contano e sono decisamente dalla sua. Quel che importa, invece e per restare in tema di numeri, è la mancata qualificazione alla post-season di quell’anno dei Red Sox che mette il proprietario Harry Frazee all’angolo costringendolo a cedere i suoi pezzi pregiati.
La presenza di Ruth non basta più, nonostante attiri gente da ogni dove ai botteghini. Il costo troppo alto degli ingaggi e, soprattutto, la disastrosa attività imprenditoriale di Frazee portano i Red Sox sull’orlo del baratro. La soluzione? Si chiama New York. Sì, perché gli Yankees hanno, dopo anni di alti e bassi, i soldi per compiere il grande salto e vista la piazza vogliono emergere. Il trasferimento di Babe è pertanto una pura formalità, considerato che per coprire i debiti il patron di Boston si trova addirittura a dover ipotecare il mitico Fenway Park. È il 3 gennaio del 1920 quando Babe viene ufficialmente ceduto e da quel momento in poi, per i successivi ottantaquattro anni, quel torto al “bambino” verrà letto da tutti come una sorta di maledizione per i Red Sox che non vinceranno più le World Series fino al 2004. Babe, invece, in quel gennaio comincia la sua avventura con la divisa degli Yankees e a scrivere la propria leggenda, solo che lui ancora non lo sa.
Gli Yankees, una franchigia che al giorno d’oggi conta ventisette World Series, ma che nel 1920 annaspava e non aveva mai disputato prima alcuna finale. Da quel momento in poi la storia, però, cambia con New York che svolta l’angolo e diventa, nemmeno tanto lentamente, una super potenza della Major League. Il cambio di rotta, e soprattutto di mentalità, coincide proprio con l’arrivo di Ruth che in men che non si dica ruba il posto in squadra a George Halas, coetaneo di Babe, un giocatore mediocre che nella sua vita sportiva non aveva combinato granché, almeno fino a quel momento. Halas, per uno strano scherzo del destino, lasciato il baseball si dedica al Football americano fondando la NFL e contemporaneamente i Chicago Bears con i quali vince sei titoli, dividendosi tra il ruolo di allenatore e proprietario.
Frattanto, lo stadio di Polo Grounds diventa il tempio di Ruth. Il bambino dal ’20 al ’22 semina dietro sé un numero spropositato di record, arrivando nel solo primo anno alla cifra mostruosa, per il tempo, di cinquantaquattro fuoricampo stagionali. Nel 1921 arriva anche la prima volta alle World Series per gli Yankees che, però, opposti agli acerrimi rivali, e cugini, dei Giants non riescono a concretizzare l’opportunità. Babe diviene anche oggetto di studio da parte della Columbia University che mai prima si era interessata ad approfondire le abilità innate di un giocatore di baseball. I risultati certificano come si tratti di un essere che sfugge al normale credo scientifico, ma senza perderci troppo tempo bisogna anche pensare che parliamo di qualcosa avvenuto oltre cento anni fa e i mezzi di studio non erano certo quelli di oggi. Ruth, sicuramente, era dotato di un talento mai visto prima e, molto probabilmente, per il tempo poteva davvero apparire come un essere con doti al limite del divino. Ma, appunto, per quel tempo.
Insomma, tutto bene? Per niente. Sì, perché il talento di Ruth è pari solamente al suo carattere ribelle, quello che Padre Matthias in primis conobbe e che non riuscì mai veramente a domare. Nel ’22 la sua indole gli causa non pochi problemi e ancora prima di iniziare la stagione rimedia una sospensione del commissioner per aver disubbidito al divieto di partecipare a tour non autorizzati dalla lega. Rientra e gli Yankees cercano di responsabilizzarlo nominandolo immediatamente capitano, ma non serve a niente, anzi è un fallimento totale. Gira tutto nel modo sbagliato a Babe che tra espulsioni, liti con gli spettatori, sospensioni, passa più tempo lontano che dentro al campo. E fosse solo questo, perché nella sua rocambolesca vita privata riesce a fare pure peggio e qua c’è da aprire un capitolo a parte, uno di quelli che ancora oggi non sono molto chiari.
Infatti, sappiamo che Ruth aveva sposato nel 1919 la sua Helen appena rientrato da Providence, ma quel matrimonio aveva quel che del classico gatto in tangenziale. Gli eccessi fuori dal campo e, soprattutto, le avventure extraconiugali di Babe non tardano a bussare alla porta di casa, anche se si dice che lui non ne sapesse nulla. Fatto sta che nel ’21 nasce una bambina e fin qua tutto normale, non fosse che la madre Juanita Jennings, amica di Helen, pare fosse anche molto amica di suo marito. La piccola, come andò veramente la storia ripetiamo non è ancora oggi chiaro, viene adottata da Helen e Babe crescendo nella convinzione che la sua vera madre biologica sia proprio la moglie del campione di baseball. Solo nel 1980 emerge la vera storia e Dorothy scopre che quella che chiamava zia Nita era in realtà sua madre e che la sua vita ha coperto per anni una relazione avuta da Babe con quest’ultima.
E se fuori è il caos, in campo non va meglio a Ruth. Gli Yankees perdono nuovamente la finale del ’22 nuovamente contro i Giants e lui è sempre più preso da donne, eccessi e alcool. Nel 1923 la franchigia newyorkese trasloca, lasciando il Polo Grounds e trasferendosi nel nuovissimo Yankee Stadium quella che per tutti, negli anni a venire, diventa “la casa costruita da Ruth”. E Babe non si fa attendere, alla “prima” nel nuovo stadio realizza immediatamente un fuoricampo guidando i suoi fino alla terza World Series consecutiva, ancora una volta, manco a dirlo, proprio contro i Giants. Stavolta, però, la storia cambia. E cambia perché oltre a Ruth gli Yankees possono fare affidamento su un altro battitore fenomenale con l’arrivo a giugno di Lou Gehrig. Arriva, finalmente, il primo titolo della storia per la franchigia di New York che, contemporaneamente spodesta i rivali e assume in vece loro il ruolo di icona della città, fino a quel momento saldo ad appannaggio dei cugini. Nei fatti, la squadra di Babe e Gehrig diventa negli anni successivi padrona della grande mela costringendo gli avversari a fare le valige per trasferirsi a San Francisco.
Babe, però, non ha ancora finito di scrivere la sua favola. Certo, sempre i soliti eccessi ne minano spesso la presenza in campo, ma quando c’è la differenza si sente eccome. Nel 1927, intanto, gli Yankees arrivano allo strapotere e ad avere una squadra soprannominata addirittura “Murderers’ Row”. Per tanti, quella è la migliore formazione nella storia della Major League. Ruth, proprio in quell’anno, conquista il record assoluto di home run in una sola stagione, toccando quota sessanta e infrangendo il precedente primato. Ci vorranno ben trentaquattro anni e un Mondo decisamente diverso per vedere qualcuno superare quel numero. Ci vuole molto meno, invece, per rivedere nuovamente la squadra dei “bombardieri” salire sul tetto del mondo, un anno appena per l’esattezza. Nel 1928, infatti, gli Yankees si ripetono.
Babe vive gli anni successivi sempre tra alti e bassi. Nel 1929 si risposa in seguito alla morte di Helen nel rogo della sua abitazione e sembra anche mettere la testa a posto. Claire Merrit Hodgson, cugina del grande Johnny Mize, riesce a tenerlo letteralmente al guinzaglio o quantomeno a limitare la sua vita da farfallone. Da quel momento passano altri tre anni prima di vedere nuovamente Babe e New York in una World Series. Quella del 1932, però, è una finale che passa alla storia, non solo per la vittoria degli Yankees, ma grazie proprio al bambino che entra, per davvero, nella leggenda. È in gara tre contro i Cubs che Ruth compie un gesto mai visto prima, chiamando quel fuoricampo diventato iconico e passato alla storia. Nell’occasione segue e conta i primi due lanci, poi indica la staccionata e al terzo tentativo di lancio di Charlie Root lascia partire un missile terra aria senza alcuna pietà. Un momento epico, uno di quelli che valgono una carriera intera, eppure quello fu anche il suo canto del cigno.
Gioca altri due anni poco degni di nota a New York, prima di fare ritorno a Boston dove tutto ebbe inizio, sponda Braves. Nella grande mela torna una penultima volta allo Yankee Stadium nel giugno del 1948 per celebrare il venticinquennale dalla sua costruzione, già provato dalla malattia, smagrito, non sembra neanche lui. Eppure, quasi sessantamila persone sono lì ad attenderlo, sono lì per Babe e per celebrare il ritiro della sua maglia numero tre. È il secondo nella storia degli Yankees a ricevere questo onore dopo Lou Gehrig, prematuramente scomparso sette anni prima. George Herman Ruth Jr. muore appena due mesi dopo, il 16 agosto 1948, di cancro alla gola. La sua ultima volta in quello stadio, in quella casa costruita dal bambino, è per ricevere l’ultimo omaggio dai suoi tifosi. La camera ardente allestita all’interno dello Yankee Stadium registra la visita di circa centomila persone in appena due giorni, il giusto tributo a un campione amato, certo quello che si è meritato il più grande di sempre.
Foto: BAseball Hall of Fame