

Intervista di DAVIDE LUGLI
Sono passati quarantacinque anni da quel 27 luglio 1980 che vide Federico Euro Roman vincere l’ultimo oro e l’ultima medaglia ai Giochi nella storia dell’equitazione italiana. Un successo reso ancora più dolce dall’argento conquistato nella prova a squadre insieme a Mauro Roman, Anna Casagrande e Marina Sciocchetti. Quello che accadde a quelle Olimpiadi, però, ha una genesi, un durante e, naturalmente, un dopo. Ecco, quello che oggi ci interessa raccontare è come nacque la leggenda dei quattro cavalieri ribelli, come vide la luce quella straordinaria impresa che fin dal principio aveva tutte le ragioni per essere considerata una missione impossibile, una di quelle che meriterebbero una trasposizione cinematografica, perché è tutto vero, è accaduto davvero. Come è vero che Federico e i tre ragazzi cresciuti alle Querce riuscirono a portarla a compimento scrivendo la storia dello sport italiano, una storia che merita di essere raccontata come, forse, mai è stata raccontata prima. E chi, meglio di quel cavaliere che concretizzò quell’impresa, può farlo?
Come dicevamo, c’è un inizio e non è certamente quello che uno si aspetta. Un’Olimpiade dovrebbe essere vissuta come un evento festoso, per un atleta un traguardo tanto ambito da diventare lo scopo di una vita. Ci sono accadimenti, però, che sparigliano le carte, eventi molto più grandi di noi che trasformano quel momento a lungo rincorso in una scalata impervia. Quando questo accade, l’atleta è chiamato a un’impresa nell’impresa, a superare ostacoli che mai avrebbe immaginato di dover affrontare per, infine, arrivare anche solo a partecipare. E questo è ciò che accadde a Federico Roman quarantacinque anni fa, quando prima di Mosca e di quell’oro si trovò a dover “creare” l’opportunità facendo di necessità virtù.
“Partiamo dalla fine. Da quel giorno in cui allo stadio Lenin di Mosca vidi Pietro Mennea vincere l’oro olimpico sui duecento metri, quello è l’ultimo ricordo di quella Olimpiade. Quello è anche un cardine dell’autobiografia che sto scrivendo, dove riporto una sua frase: “Penso: non avrò altre occasioni. Dodici anni di lavoro e di dolore per niente. Allora riparto, risento tutto, rientro in gara, recupero, vinco, alzo le braccia e il ditino”. Mennea, quel giorno, fece qualcosa che è rimasto nella storia dello sport italiano e io ebbi la fortuna di vederlo dal vivo perché restammo a Mosca dopo la nostra gara ancora qualche giorno, riuscendo così ad assistere a un’impresa con pochi eguali. In realtà, però, quell’Olimpiade per tutti era iniziata ben prima e cioè dall’invasione dell’Afghanistan perché il boicottaggio, e tutto ciò che ne conseguirà poi, fu figlio di quell’aggressione e occupazione da parte dell’allora Unione Sovietica. La reazione occidentale in particolare degli Stati Uniti, con i quali era già in atto la seconda parte della guerra fredda, porta tanti paesi a boicottare l’evento. In Italia ci si trovò davvero in una scomoda situazione: da una parte il governo che non voleva mandare gli atleti e dall’altra il CONI che, invece, voleva dare loro l’opportunità di gareggiare. Alla fine, si arrivò ad indire una votazione a livello Federazioni Nazionali tra chi voleva lasciare liberi gli atleti di partecipare o meno e vincono i primi. Tra i pochi contrari, manco a farlo apposta, ci sono proprio gli sport equestri che però, a quel punto, sono giocoforza costretti ad allinearsi alla decisione della maggioranza. Alt, non è tutto rose e fiori, anzi, perché dal gruppo di atleti che possono partecipare liberamente sono esclusi tutti coloro i quali facevano parte delle forze armate e quindi, nel nostro caso, ci trovammo ad essere solamente in cinque papabili per l’eventuale partenza. A questo, tanto per migliorare la situazione, si aggiunge che essendo i cavalli di proprietà della Federazione, quest’ultima non li voleva mettere a disposizione della nostra spedizione e solo l’intervento del CONI scongiurò il totale corto circuito. Dico totale non a caso, perché ci trovammo di colpo privati di tutto ciò che occorreva per organizzare una spedizione, senza capo scuderia, tecnico, veterinario e maniscalco, tutti dipendenti della Federazione e per questo persone che non potevano fare parte del progetto. Dulcis in fundo, appena un mese prima di partire, vengo nominato coordinatore della trasferta con un pugno di sabbia in mano perché tutti erano spariti. Mi rimanevano solo gli uomini di scuderia che, giustamente, erano quelli più motivati a vedere i cavalli da loro curati per anni andare alle Olimpiadi. Fortunatamente, il CONI si dimostrò straordinario, sempre dalla nostra parte a partire dal compianto Ernesto Sciommeri, ma in men che non si dica mi sono trovato a fare l’organizzatore della squadra, a dover preparare la trasferta, gestire alcune spese, tutto sulle mie spalle. C’erano giorni in cui facevo fatica anche a lavorare i cavalli per preparare tutto e c’è da pensare che all’epoca avevo solo ventotto anni, non ero certo allenato a quanto stava per accadere. Alla fine della giostra rimaniamo pure in quattro, siamo io, mio fratello Mauro, Anna Casagrande e Marina Sciocchetti, tutti cresciuti alle Querce a Casorate Sempione e allievi di mio padre Antonio. Eravamo giovani che si sono ritrovati dopo qualche anno insieme a scalare il classico Everest e tra mille difficoltà abbiamo recuperato prima il veterinario Lorenzo Zaraga, suggerito da Anna, e poi il vecchio Bruno Croce come maniscalco che già lavorava alle Querce tanti anni prima, rivolgendoci infine per coordinare le scuderie ad Angelo Cristofoletti, già cavaliere a sua volta e passato a fare l’istruttore. E finalmente, è proprio il caso di dirlo, si arriva al giorno della partenza quando i nostri sette cavalli vengono caricati sul grande aereo del CONI, insieme alle barche del canottaggio dentro dei gabbiotti in legno costruiti di corsa ed anche un po’ fragili. Ed io sono con la squadra la a sorvegliare che tutto vada bene.”
Arrivati in Unione Sovietica il più sembra fatto, ma anche finalmente a destinazione alcune cose non girano proprio nel verso giusto ed i nostri si trovano nuovamente messi alla prova. Se prima il problema era arrivare a quell’Olimpiade, ora gli ostacoli posti sul cammino sono quelli di chi quei Giochi li vuole fare propri, forse un po’ troppo.
“A Mosca non è che vada tanto meglio, dall’arrivo al giorno della gara ci troviamo difronte a un salto ad ostacoli continuo. Passi la brutta impressione data dal non poter mostrare la bandiera italiana e non poter nemmeno sfilare, ma non è che i sovietici ci abbiano accolto a braccia aperte, anzi. Superata la problematica della ormai famosa impossibilità di far arrivare il parmigiano reggiano più sentita negli altri sport, , affrontiamo quella più critica per noi del mangime specifico dei cavalli perché anche per quello parevano esserci problemi di ogni sorta. Eravamo in Unione Sovietica, ai tempi di Breznev, e posso assicurare che dietro a tutte le difficoltà apparenti c’era un piano ben preciso. E tornando a casa con un insuccesso, anche se per cause non sportive, la vita all’interno della Federazione non sarebbe stata certo facile: eravamo ad un giro di boa rischioso. Ma si sa il rapporto di tutte le Federazioni con l’élite sportiva non è rose e fiori come appare in superficie. Prima votano contro la partecipazione della squadra italiana di equitazione e poi troviamo due italiani di rango in rappresentanza come vicepresidente della giuria e delegato tecnico del salto ostacoli. Un bel paradosso per chi non intendeva partecipare a queste Olimpiadi, non credi? Ancora più assurdo, per tornare all’accoglienza, è ciò che è capitato quando siamo andati a vedere il percorso del cross. Preciso, una volta che il circuito è aperto tutti i partecipanti hanno il diritto di visionarlo per capire come sono posizionati gli ostacoli e prendere le misure per la gara. Non si può improvvisare al momento e bisogna verificare il tracciato a piedi almeno tre o quattro volte per essere sicuri di averlo compreso, poi a volte nemmeno quello è sufficiente.
Insomma, arriviamo al cancello di entrata e lo troviamo sbarrato da due militari in divisa che proviamo a convincere in tutte le maniere a farci passare, ma niente non ne vogliono assolutamente sapere. Chiedo in inglese, francese, tedesco, spagnolo, niente di niente, sono inamovibili nella loro posizione, ed è a quel punto che decido di provare a “spiegarmi” con carta e penna. Comincio a copiare sulla carta il nome in cirillico attaccato sul petto del militare. La situazione si innervosisce ancora di più e uno dei due militari alza la cornetta senza dire nulla, chiama. Poi di colpo ci aprono immediatamente il cancello facendoci passare. Sia chiaro, noi eravamo autorizzati sin dall’inizio a poter entrare e loro lo sapevano perfettamente. Caso strano con i cavalieri sovietici, anche prima dell’apertura del tracciato, tanti problemi non ce ne erano stati. Anzi nei giorni precedenti la gara li abbiamo visti rientrare nei campi di esercizio proprio da quel cancello che portava al cross, bardati da campagna e tutti infangati. Autorizzati all’accesso alle scuderie lo erano anche i proprietari dei cavalli, uno sparuto gruppo di appassionati e qualche genitore, ma nonostante la normativa ben chiara anche per loro sembrava sempre mancare qualcosa a livello burocratico. Consideriamo che dal villaggio olimpico non si poteva uscire e nemmeno nessuno poteva entrare; quindi, immagina un po’ dopo il nostro Calvario per arrivare lì, trovarci a dover affrontare altre difficoltà e stavolta perpetrate da parte di chi avrebbe dovuto accoglierci a braccia aperte. Altro che a braccia aperte.
Dopo vari alti e bassi arriviamo finalmente all’inizio delle tre prove del completo, divise in altrettanti giorni e si comincia proprio con la prova di dressage, dove vado molto bene. Gestisco oculatamente Rossinan durante il test e alla fine sono il migliore degli italiani in settima posizione, una di quelle cose che solitamente non mi capitava mai. Era un cavallo non facile in piano, nervosetto ed esuberante. La sera prima della campagna, invece, qualcosa proprio ancora non va: le bandiere di un passaggio obbligato della seconda marcia, non sono ancora posizionate sul terreno e basta non trovarle nella selva di tronchi per essere eliminati e distruggere tutto. Ne parlo con il delegato tecnico del CIO Anton Buhler e a furia di insistere, alla fine, la seconda prova viene spostata di un paio di ore per permettere a tutti i partecipanti di visionare per bene il percorso che nasceva in un fitto bosco di betulle meravigliose, ma quello splendore era anche capace di farti perdere in un attimo. La prova, con 4 fasi consecutive, con ostacoli di livello e misure olimpiche per nulla banali, angoli, combinazioni a 90 gradi, diventa una gara veramente dura a causa della copiosa pioggia caduta la notte e che che nascondeva tante insidie; ad esempio, nello Steeple-chase, la prova di velocità, in un tratto seminato di recente si era creato un pantano che ti costringeva a rallentare parecchio. In quel momento avevi fondamentalmente una sola scelta: attendere i tempi del cavallo anche a costo di perdere svariati secondi, perché forzare sarebbe stata la cosa più sbagliata possibile. Poi dolcemente riprendere e stare nel tempo prescritto”
In mezzo il percorso di marcia, quello del passaggio obbligato, senza ostacoli per far rifiatare il cavallo tra le due prove di fatica. Circa dieci chilometri da fare al trotto, spesso in leggero dislivello. E là accade un qualcosa che rischia di compromettere tutto. Mentre corro accanto al cavallo per alleggerirlo del peso, scivolo sulla terra bagnata e lo perdo completamente. Se fosse scappato nella boscaglia, avrei perso chissà quanto tempo e compromesso veramente la gara. Ma per fortuna Rossinan si ferma a pochi metri, abituato a questo scendi e sali anche rimanendo al trotto e quindi per nulla preoccupato.
Per il cross-country, ultima e decisiva fase di quasi ottomila metri, era previsto un tracciato complicato, difficile da interpretare, perché devi essere capace di dosare il fiato del cavallo, evitare ogni disattenzione e con ostacoli che oggi non sarebbero nemmeno più autorizzati in un percorso del genere. Era l’epoca dei verticali veri, gli oxer squadrati, le staccionate seguite dalla discesa, i fossi profondi e frequenti. Molti dislivelli, molto bosco e terreno del tutto naturale ed a tratti molto fangoso e scivoloso. Non più difficile di oggi, semplicemente molto diverso. Insomma, si arriva alla prova di cross country e lì, per davvero, non c’è storia.
La gara diventa un susseguirsi di momenti giusti, non sbaglio niente e mi viene anche tutto molto, molto, veloce; il cavallo risponde in maniera perfetta e su questo mi preme evidenziare che se uno impara a vivere e stare tecnicamente insieme al cavallo, in simbiosi, è un qualcosa di impareggiabile quando ci si trova in gara. Nasce un senso di collaborazione emozionante; io so come reagirà il cavallo e lui sa come lo condurrò verso ogni ostacolo. Unico momento diverso, a metà percorso, quando durante il salto di un fosso con delle x di staccionate orizzontali sopra, vedo quasi sotto di me un cavaliere col cavallo a mano che era finito dentro.
All’arrivo, tutti a complimentarsi e vorrebbe affacciarsi la sensazione di essere a un passo dall’impresa ma va tenuta dietro, quasi con noncuranza. Manca ancora un ultimo step, anzi due con l’ispezione dei cavalli che devono dimostrare, dopo la fatica e i rischi della campagna, di stare bene ed essere in forma per continuare.
Arriviamo, così, al terzo giorno e nel mio ruolo di Capo équipe parlo con gli altri cercando di dare a tutti la giusta tranquillità nell’affrontare quell’ultima prova. Eravamo secondi a livello di squadra, un successo in considerazione anche delle premesse, ma qualsiasi imprevisto poteva essere dietro l’angolo; quindi, mi sono raccomandato solo di prendere il tutto partendo dalle semplici certezze, non pensare alle barriere ma al tracciato ed evitando qualche sciocco scivolone. Rossinan non era affatto un cavallo semplice da gestire sugli ostacoli colorati perché tendeva a imbarcarsi ed usare poco l’incollatura, ma io potevo giocarmi gli ultimi dodici ostacoli con un margine veramente ampio permettendomi addirittura tre errori”.
Quel 27 luglio, alla fine, diventa per Federico e gli altri tre il giorno dei giorni, dove tutto va per il meglio portando a casa la medaglia d’oro individuale e l’argento a squadre. Il ritorno in Italia?
“Quello sì è agrodolce, perché va bene sostenere che la medaglia fosse di tutti gli sportivi, ma in realtà quell’impresa è stato un qualcosa di personale, nostro. Un qualcosa che lentamente riaffiora nei dettagli da tirar fuori, dopo parecchi decenni di silenzio e che in molti ambiti è ancora censurato di fatto!”
Il racconto circa quanto accadde a Mosca 1980 potrebbe terminare così. Nel racconto manca, però, un riferimento a quello che con Federico è stato l’eroe di quei tre giorni: Rossinan. E, sicuramente, giusto sia proprio lui a raccontarci di quel cavallo.
“Rossinan lo prendemmo che aveva sette anni, piccolo di 1.63 di altezza, quadrato e con un bellissimo manto grigio. Era stato acquistato da parte della Federazione da Mario Turner, un cavaliere che aveva partecipato con altri cavalli sia alle Olimpiadi di Monaco che a quelle di Montreal. Quando il Generale Manzin me lo affidò, io mi limitai solo a interpretarlo, non volendo stravolgere quello che era. Aveva già un carattere molto coraggioso e una gran stamina, figurarsi che quando siamo arrivati agli ultimi ostacoli a Mosca sembrava aver fatto una passeggiata ed era ancora tonico, fresco. In rettangolo aveva un palmares molto modesto.
Ai Pratoni ho passato ore a fare trotto, galoppo e alt rimanendo fermo a lungo per convincerlo a stare immobile al saluto. Con lui ho lavorato molto sugli ostacoli da concorso perché era spesso disordinato ed andava gestito salto dopo salto. Visto che non potevo stravolgerlo ho cercato di conquistare la sua fiducia grazie anche all’aiuto di Francesco Franco che negli ultimi tempi mi aiutava con esercizi specifici e agli insegnamenti di mio padre.
D’altronde, proprio come diceva quest’ultimo per vincere un’Olimpiade ci vuole un bravissimo cavaliere, un ottimo cavallo in forma e una bella dose di fortuna”.
Quarantacinque anni dopo abbiamo chiacchierato con Federico Euro Roman ricordando quell’impresa e finendo per parlare di scacchi. Quel successo alle Olimpiadi ha dietro una storia che meritava di essere raccontata e che non si limita alla sola leggenda dei quattro “cavalieri ribelli”. A proposito, tanto ribelli poi non lo erano. Definireste tali dei giovani atleti che sognano di poter partecipare ai Giochi Olimpici e fanno di tutto per andarci? Se questo significa essere ribelli, allora ben vengano tutti quegli atleti che credono in un sogno e si sacrificano per raggiungerlo. Dedicato a chi come Federico, Mauro, Anna e Marina, non ha mai smesso di crederci e ha lottato fino in fondo per coronare il proprio sogno.