

Intervista di Davide Lugli
Portabandiera alle ultime Olimpiadi di Parigi 2024 in coabitazione con Gimbo Tamberi e riferimento della scherma italiana, europea e mondiale negli ultimi diciassette anni. Nessuna intenzione di appendere maschera e arma al chiodo, anzi obiettivo dichiarato quello di arrivare a Los Angeles 2028. Arianna Errigo si racconta a Pagine di Sport, mostrando la determinazione e la tenacia che l’hanno portata ad essere un simbolo dello sport italiano nel Mondo.
Una storia iniziata in quel di Monza, da bambina, quando cominci la tua avventura presso la Scherma Monza. Quale è stato il primo approccio con questo sport e come sei giunta al fioretto?
“Sono arrivata alla scherma grazie a mia mamma che si era appassionata durante le Olimpiadi. Quando sono entrata l’ambiente mi è subito piaciuto e il fioretto, al tempo, era la base per poi passare, eventualmente, ad altre armi. Oggi, invece, non è più così, perché un atleta può decidere di iniziare già con un’arma diversa mentre io, al tempo, non ho avuto scelta. Ho cominciato con il fioretto, poi la spada, specializzandomi sul primo e solo dopo le Olimpiadi di Rio, cominciato a lavorare anche sulla sciabola”.
Hai attraversato due generazioni e, ormai, sei in vista anche della terza. Quali sono le principali differenze che hai riscontrato in questo viaggio attraverso l’evoluzione della scherma?
“Differenze ce ne sono tante. Quando ero piccola c’era una scherma che a me non piaceva per la poca dinamicità e sono orgogliosa di essere stata nel tempo anche io un mezzo perché avvenisse questa evoluzione. È diventato uno sport meno attendista e più di attacco, più veloce. C’è meno tecnica e più fisicità, oltre naturalmente a un lavoro mentale diverso. Queste sono le tre caratteristiche che al giorno d’oggi “compongono” l’atleta, senza dimenticare che chiaramente chi vince offre una base sul metodo da impostare. Quando ho iniziato io la preparazione era importante, ma non fondamentale. Oggi è tutto molto più ponderato e studiato, personalmente anche io sono cambiata nel modo di interpretare la scherma”.
La medaglia d’oro più bella è stata la nascita dei tuoi gemelli. Appena qualche mese dopo eri già in pedana a conquistare un incredibile argento mondiale. Com’è recuperare in appena quattro mesi e, contemporaneamente, vivere il doppio ruolo di mamma/atleta?
“È stato difficilissimo e lo è tutt’ora. Ho avuto tante persone che mi hanno aiutata e già quando ero incinta stavo pianificando il dopo. Avere dei gemelli non significa solamente un doppio impegno, ma quadruplicare il tutto. Chiaramente, da una parte c’era la voglia di diventare genitore e dall’altra la determinazione di affrontare il tutto sapendo che sarebbe stata una strada in salita. Si è letteralmente stravolta la mia quotidianità e il dispendio di energie è aumentato, sono cambiate le dinamiche e ho dovuto imparare a gestire diversamente il tempo tra l’impegno come mamma e quello come atleta. Dopo il parto ero molto provata – e ci mancherebbe pure, aggiungiamo noi – e sono dovuta ripartire da una forma fisica praticamente inesistente, tutt’ora conseguono delle criticità, ma sai l’ho presa come una sfida. Essere mamma e atleta non è facile, si fanno tante rinunce, sacrifici, con l’obiettivo di riuscire a fare del proprio meglio e, perché no, superarsi senza mancare in nulla”.
In passato nei confronti di tante atlete non c’è stata molta sensibilità in caso di gravidanze e si considerava la loro vita sportiva praticamente arrivata alla parola fine. Oggi cosa è cambiato?
“Grazie a tante atlete che sono riuscite a tornare ad alti livelli post gravidanza è stato dato un segnale molto forte al mondo sportivo. Purtroppo, tutt’ora non c’è una legislazione o un regolamento che tutelino la donna incinta, però è cambiata la mentalità con la quale si affronta e c’è sicuramente più empatia da parte di tecnici e federazione nei confronti dell’atleta in stato interessante. Una volta quando decidevi di avere un figlio era quasi in contemporanea alla dismissione dall’attività sportiva, oggi è dimostrato come post gravidanza si possa tornare ad alti livelli. Certo, bisogna anche voler tornare a certi livelli, non è automatico, perché avere un figlio significa oltre al cambiamento fisico anche un impegno ulteriore nel nuovo ruolo di mamma. Ciò che è doveroso è porre l’atleta e la donna nelle migliori condizioni per affrontare questo percorso e poi vedere se ci sono le prerogative, e soprattutto la volontà, per riprendere l’attività”
Ti sei letteralmente portata il lavoro a casa sposando Luca che ora è anche il tuo allenatore, com’è per te atleta e moglie la convivenza con lo sport all’interno del nucleo familiare?
“Guarda devo dirti che è molto comoda la situazione. Battute a parte è nato tutto prima quando eravamo entrambi atleti di alto livello e ci allenavamo anche insieme. Il percorso è stato, quindi, molto naturale e ci ha portati a non parlare mai del “lavoro” a casa, prenderci quei momenti unicamente per noi. C’è anche da dire che Luca ha veramente una gran pazienza, dentro e fuori dal mondo della scherma, visto che in primis io non sono certo un atleta facile da gestire e questo alla fine è davvero positivo. Tanti mi chiedono come sia possibile convivere con questa situazione, eppure quando ho lui a fondo pedana sono tranquilla, mi sento veramente bene. Ne parlo poco, perché poi il tutto sfocia in argomenti anche privati, ma in fin dei conti è davvero qualcosa di meraviglioso. Poi, chiaro, ci sono anche momenti di tensione, quando magari ci si allena e le cose non girano per il verso giusto e sale il nervosismo. Però, finiscono lì”.
Hai fatto parte di quel gruppo che veniva definito delle “invincibili”, era un momento in cui il fioretto femminile dominava in ogni dove. Oggi qual è lo stato dell’arte?
“Quando sono arrivata io c’era Valentina Vezzali, l’atleta più vincente della storia, una di quelle che ti offriva già la garanzia di partire da un podio certo. A Londra abbiamo fatto, prima, seconda e terza, vincendo anche l’oro a squadre, poi alle successive Olimpiadi non è andata così bene. Si tratta di un ciclo che si chiude per riaprirne un altro, perché vero che sono cambiate le atlete in pedana e magari mancano alcuni risultati roboanti, ma altrettanto che anche oggi abbiamo atlete forti e capaci di fare risultato. Inoltre, c’è anche da considerare un altro aspetto, ovvero l’evoluzione della scherma. Una volta solo alcuni paesi investivano nel settore, mentre al giorno d’oggi ci sono tanti paesi emergenti che si stanno affacciando nel panorama internazionale ed è normale che anche questa nuova geografia porti alla ribalta molti più atleti di fascia medio/alta”.
Ci sono stati momenti in cui hai detto smetto e in quel caso come li hai affrontati e come devono essere gestiti da parte dell’atleta?
“Le volte che l’ho pensato ormai non si contano più. Accade oggi e accadeva quando ero adolescente, magari a seguito di qualche risultato deludente che faceva vacillare le mie certezze. Sai, finché si vince certi interrogativi non te li poni, ma quando la ruota gira allora sono all’ordine del giorno. Ci sono frangenti in cui incontri difficoltà e che fanno anche parte del percorso di crescita, quando affronti il percorso per diventare genitore ti poni qualche dubbio in merito. Tanto dipende anche dall’ambiente che hai intorno e di come lo vivi, ci sono state situazioni in cui ho detto ok mi adeguo a tutto, ora non lo farei più. L’idea di dire basta, però, non mi è mai veramente passata per la testa perché a me la scherma piace, è la mia vita. Il pensiero di dover chiudere anche per una questione semplicemente di età è difficile da accettare, ma so anche che se e quando accadrà sarà qualcosa di fisiologico, seppur difficile da somatizzare”.
Cosa significa essere portabandiera per l’Italia e quali sono i nuovi stimoli che hai avuto da questo ruolo?
“Premesso che non mi aspettavo minimamente di essere investita di questo ruolo, fare la portabandiera è stato un riconoscere tutto il mio percorso. In quel momento non rappresentavo me stessa e nemmeno la scherma, ma tutto lo sport italiano, un paese intero e il Gruppo Sportivo dei Carabinieri che è stato sempre al mio fianco. È stato qualcosa di grande che non avrei nemmeno mai immaginato di poter fare e che nella mia mente ha avuto e avrà sempre un impatto superiore anche alla conquista di una medaglia”.
Hai dichiarato apertamente che l’obiettivo è quello di arrivare a Los Angeles 2028 e ti auguriamo di cuore non solo di farlo, ma di chiudere così e magari con una medaglia. Come ti vedi, però, nel prossimo futuro?
“Mi piacerebbe rimanere nella scherma perché è un ambiente che conosco e che con la mia esperienza potrei, magari, anche aiutarla a migliorare sotto certi aspetti. Ovvio che in primis mi piacerebbe fare la mamma, dedicarmi ai miei bambini, senza una vita che mi ha portata sempre ad andare a trecento all’ora e l’idea di rallentare non mi dispiace, sono sincera. Non ho, però, prestabilito ancora nulla, ci sono varie possibilità ma al momento ho ancora la testa da atleta e sono concentrata solo su quello”.
Chiudiamo tornando un attimo a quando eri bambina. Cosa diresti all’Arianna che iniziava quel percorso e oggi è diventata mamma, atleta, campionessa e tanto altro?
“Le direi quello che mi dicevano anche i miei genitori: divertiti! Fino a diciotto anni l’ho sempre vissuta così andando in palestra perché mi piaceva, senza pensare o avere l’ossessione per la vittoria. Viverla in questo modo è stato il modo più bello, non puoi basare la tua felicità su un risultato sportivo o sulla visione di ciò che potrà o meno essere in futuro. È anche quello che dirò ai miei figli, a prescindere dallo sport che vorranno praticare, se diventeranno campioni o meno, di vivere il tutto con leggerezza. La testa, il cuore, la voglia, ce la metteranno loro e dovranno divertirsi, solo così saranno veramente felici di fare qualsiasi sport, come lo è stato per me”.
E così, siamo arrivati al termine di questa chiacchierata. Abbiamo conosciuto un po’ meglio Arianna e vi assicuriamo che dietro alla sportiva e all’atleta, c’è una mamma e una donna non facile da raccontare a parole, ma che ha quel qualcosa di meraviglioso che non si può spiegare. Una campionessa che mantiene la sua semplicità sia in pedana che quando si spoglia di maschera e arma, tornando a essere semplicemente Arianna per suo marito e i suoi bimbi. Spiegare a parole le sue emozioni non è affatto facile, vale la nostra parola in questo senso, la stessa con la quale le auguriamo di arrivare a Los Angeles 2028 e prendersi una medaglia, chiudendo la sua storia sportiva nel modo migliore. Arianna Errigo, campionessa in pedana e nella vita con una sola piccola differenza: come mamma ha già un posto di diritto nell’Olimpo senza bisogno di scendere nemmeno in pedana.