

INTERVISTA DI DAVIDE LUGLI
Città del Messico, 12 settembre 1979. Pietro Mennea vince la “gara”, quella che con il suo 19”72 resta nella storia dello sport italiano in maniera indelebile, perché significa record del mondo dei duecento metri, una delle specialità regine dell’atletica mondiale. E quel record dura ben diciassette anni, fino al 23 giugno del 1996 quando Michael Johnson, ai Trials americani, lo ritocca di sei centesimi per poi battere nuovamente sé stesso alle Olimpiadi di Atlanta poco più di un mese dopo. Eppure, dopo quasi cinquant’anni quel record di Mennea da Barletta è ancora un qualcosa di attuale, perché se è vero che i campioni passano e i record sono tali per essere prima o poi battuti, gli uomini rimangono e scrivono la loro storia umana che viaggia su un binario parallelo a quello delle imprese sportive. Ed è proprio la sua storia, quella oltre il record mondiale e la medaglia d’oro di Mosca ’80, quella che oggi vogliamo raccontare. Meglio, a raccontarla non saremo noi, ma sua moglie Manuela Olivieri, stimato avvocato di Roma, che ha conosciuto la “Freccia del Sud” come semplice uomo, ha conosciuto Pietro.
Al giorno d’oggi, probabilmente, lo definiremmo un influencer perché ogni sportivo che pratichi velocità negli ultimi quattro decenni è cresciuto, volente o meno, nel suo mito. Quando tu hai conosciuto Pietro, invece, nemmeno sapevi chi fosse e quella sua vita sportiva è stata un qualcosa di collaterale che nulla aveva a che vedere con il contesto nel quale è nata la vostra unione. Che uomo era Pietro nella vita di tutti i giorni?
“Guarda io l’ho conosciuto che era già solo uomo, la carriera sportiva era ampiamente finita. Accadde esattamente il 24 dicembre del 1990 e non sapevo assolutamente nulla di lui, poi gli piaceva una mia amica quindi io nemmeno mi avvicinai più di tanto. A primo impatto pensai anche che fosse uno che se la tirava perché parlava poco, non si lasciava mai andare. Invece, poi, ho scoperto che era solamente timido, una persona riservata. Quando lo conoscevi bene era tutt’altra persona, un fiume in piena che ti raccontava qualsiasi cosa tu volessi sapere, espansivo e con il piacere di raccontarti tutto della sua vita sportiva. Ci siamo messi insieme a fine aprile dell’anno successivo e sapevo che era “uno” che aveva fatto sport, ma non a quali livelli. Insomma, uno dei tanti. Ho imparato a conoscerlo poco alla volta grazie anche alla sua voglia di raccontare aneddoti, storie legate alle sue vittorie e alle sue sconfitte. Pensa, lui sedicenne era a Termoli e vide Tommie Smith, primo uomo a scendere sotto il muro dei venti secondi sui duecento metri, vincere le Olimpiadi a Città del Messico e si chiese se avrebbe mai potuto avvicinarsi a quel record. Undici anni dopo vince sulla medesima distanza e proprio a Città del Messico, sgretolando quel record, realizzando un sogno, perché lui era così uno che non si dava mai per vinto e per il quale l’impossibile non esisteva.
Pietro era vulcanico, sempre appresso a far progetti di cui alcuni per me strampalati. Quando glielo facevo notare si rallegrava sempre di non avermi conosciuta prima, perché fosse accaduto mi diceva, in maniera sarcastica, che probabilmente non sarebbe mai diventato campione olimpico. Lui si poneva cento obiettivi probanti e poi ne raggiungeva, magari, solo quattro ma per lui quello era un successo perché si metteva alla prova con traguardi sempre sfidanti, per lui non esisteva proprio il problema che qualcosa potesse essere impossibile o non si potesse fare. Questo di non porsi mai limiti era un qualcosa che gli veniva dallo sport e lo portava anche nella vita di tutti i giorni. Basti pensare all’organizzazione del nostro matrimonio, quando già lavoravamo insieme, e un giorno mi dice che sarebbe stato bello sposarsi il giorno del suo compleanno. Il problema essenziale era che questa cosa accadde a maggio inoltrato e lui era nato a fine giugno, il 28. Eppure, noi ci siamo sposati proprio un mese dopo, il 28 giugno. Mi ricordo ancora quando andai a prendere il vestito da sposa e mi chiesero quando fissare la data della prima prova e li lasciai interdetti indicandogli la data del matrimonio: in realtà non c’era tempo per altre prove (poi l’hanno trovato). Tutto pazzesco, ma per lui era normale, era il suo bello”.
Tanti, nel corso degli anni, hanno definito Pietro una persona ambiziosa. Altrettanti, probabilmente, non hanno ben compreso quella sua ambizione fosse ben diversa da quella di tanti che volevano a tutti i costi apparire. Lui ha semplicemente cercato di costruirsi una strada oltre lo sport, senza contare sul suo pedigree. Volitivo? Forse, ma non era proprio lui quello che diceva “se non ci provi, non ci riuscirai mai”?
“Partiamo da un presupposto importante. Lui quando incontrò lo sport vide quest’ultimo come una chance, un qualcosa che per lui era una possibilità. Quando prese l’ultima laurea in lettere, la quarta, gli chiesi chi glielo facesse fare di spendersi così tanto e studiare alla sua età per raggiungere un’altra laurea. Mi rispose semplicemente che lui amava leggere, imparare, ma non gli bastava solo questo, non aveva avuto la fortuna di poter frequentare un liceo classico come me e ora voleva poterlo fare anche lui, fare quello che aveva sempre sognato. Lui aveva questo desiderio, aveva voglia di studiare, raggiungere quello che non aveva potuto fare prima e lo sport, in questo, è stata un’opportunità. Anche quando correva mi ha sempre detto che lo faceva con la rabbia dentro, con quella voglia di poter arrivare; vincere per potersi permettere di fare quel qualcosa che la vita gli aveva negato. Quando parlavamo delle gare gli chiedevo sempre cosa provasse sui blocchi di partenza, cosa fosse per lui dover dimostrare di essere qualcuno davanti a ottantamila persone e farlo in appena dieci o venti secondi. Bene, per lui quelle persone che si immedesimavano in lui, tifavano per lui, erano un modo per caricarsi e dare ancora di più di ciò che un essere umano normale può dare.
<<Se ce l’ho fatta io, ce la può fare chiunque>> o, ancora, <<se non provi, non ci riuscirai mai>> erano frasi che per lui avevano carattere di mantra e io ogni volta che le sentivo uscire dalla sua bocca lo riprendevo, perché lui non era una persona normale, non per me almeno. La sua determinazione era quella, il sacrificio andava oltre tutto, non esisteva nulla di impossibile e se fosse esistito avrebbe dovuto provarci a prescindere. Oltre al diploma ISEF è arrivato a prendere quattro lauree, la prima in scienze politiche su consiglio dell’onorevole Aldo Moro che lo volle conoscere quando era a Roma e si allenava allo Stadio dei Marmi. La Farnesina era proprio lì, si incontrarono e dalla chiacchierata gli arrivò questo input, che lui seguì, dall’allora Ministro degli Esteri che gli permise, poi, di accedere all’esame per diventare Dottore Commercialista dopo il Master alla Bocconi. Seguirono quelle in giurisprudenza, con l’esame da avvocato che diede con me, scienze motorie e, infine, lettere quando eravamo già sposati ed allora il fine settimana mi chiedeva di ascoltarlo quando voleva ripetere qualcosa. Un supplizio, mi sembrava di essere tornata a scuola”.
Più di vent’anni insieme, poi arriva quel mostro e lui non lo dice a nessuno. Lo sapevate solo voi due e pochi altri. Ancora oggi, ovunque, campeggia si sia trattato di un tumore al pancreas anziché al colon. Poco importa, però non pensi abbia del grottesco che Pietro fosse visto come una persona bramosa, quando tanti non sanno, ancora oggi, nemmeno di cosa sia morto? Solitamente, chi vive di brama non tiene di certo alla privacy. O no?
“Guarda, quasi nessuno sapevo fosse malato. A parte me e qualcun altro, nemmeno gli amici più stretti lo sapevano. Lui era convinto di riuscire a sconfiggere anche quell’avversario, la mentalità era sempre quella dello sportivo che non vede nulla di irraggiungibile. Quando andavamo in ospedale spesso c’era con noi mia madre e quando qualcuno gli chiedeva come mai fosse lì rispondeva che aveva accompagnato sua suocera. Nessuno ha mai sospettato nulla, come tanti nemmeno sapevano che lui fosse sposato.
Pietro era una persona molto riservata, ma era altrettanto uno che in silenzio si spendeva verso il prossimo, anche se pochi sanno anche questo. Tanti lo vedevano come un personaggio inarrivabile quando ti assicuro, invece, bastava anche solo chiamare in studio per parlare con lui, perché era la persona più alla mano possibile e lo dimostrava andando spesso nelle scuole, quando veniva chiamato non diceva mai di no. Quando si è ammalato è stato protetto, non è trapelato nulla anche quando, ad esempio, fermavano in Prati la sua assistente. Lei non ha mai fatto intendere che potesse esserci.
Ciò che mi ha dato davvero fastidio è quando è morto Pietro e sai perché? Ne hanno dette di ogni, <<chissà cosa prendeva, di cosa si faceva>> e cose di questo genere. La gente, quando non sa, si lascia andare a qualsiasi sperequazione e internet diventa la maggior cloaca a disposizione per dire la propria. Come dicevi tu, lui ha avuto un tumore solido al colon, non al pancreas. Ti aggiungo che se lui avesse fatto prevenzione, una semplice colonscopia – così usiamo questa chiacchierata anche per informare che è importante fare certe cose – oggi probabilmente sarebbe qui. Probabilmente, il suo fisico allenato e da sportivo ha sottovalutato certi campanelli di allarme, magari non se ne è nemmeno accorto. Dopo la sua scomparsa, mettendo in ordine le sue “carte”, ho scoperto che nel ’83 aveva avuto dei polipi, cosa che se avessi saputo prima l’avrei trascinato io a fare i corretti esami. In questo, forse, l’ha tradito proprio lo sport, perché abituato come era a sforzare sempre non si è accorto che qualcosa stava lentamente progredendo e, magari, l’ha preso come un semplice fastidio.
Un’ultima cosa. Quando è stato operato sembrava, appunto, che non fosse nulla di che. Solo durante l’operazione è emerso che il tumore aveva intaccato il peritoneo ed era in fase metastatica avanzata”.
Sono passati oltre dieci anni da quel 2013 e ancora oggi nessuno l’ha dimenticato. Tutti si ricordano della “Freccia del Sud”, di quel ragazzo di Barletta che riuscì addirittura a conquistare l’Olimpo. Facile dire che sia per puro merito sportivo, ma Pietro è ricordato da tutti, in realtà, perché è stato un uomo capace di sopravvivere al campione. Questo lo troviamo ancora oggi nelle testimonianze della gente comune che non lo ricorda come il marziano che fu in pista, ma come l’essere straordinario conosciuto lontano da quel Mondo. È questo, secondo te, il suo più grande lascito?
“<<Qualcosa di buono allora l’ho fatto>>. Ecco, questo diceva Pietro quando lo riconoscevano o lo incontravano persone comuni con le quali non aveva mai avuto a che fare, queste parole ce le ho sempre in testa. Ogni volta che riceveva un complimento da qualcuno, dentro di lui pensava che quella fosse la sua la più grande vittoria, essere ancora nel cuore di tante persone. Ci teneva davvero tanto”.
Tanti hanno ricordato Pietro nel corso degli ultimi anni. Lo straordinario Matteo Marani ha realizzato il meraviglioso Docufilm “Pietrograd” in cui ha raccontato storicamente il Mennea campione. Sappiamo, però, che state realizzando un altro bel ricordo di Pietro uomo per il quale sono stati recuperati video inediti e che è in corso di lavorazione. Poi, c’è la Fondazione con la quale seguite diversi progetti e che è quel cuore che continua a pulsare in suo nome. Vogliamo parlarne?
“Si, negli ultimi anni ho recuperato tanti suoi video inediti sia della vita agonistica che di quella di tutti i giorni. In questo mi ha aiutato tanto Michele Arbizzani, che vive a Medicina in provincia di Bologna ed è un grande fan di Pietro, digitalizzando sia le foto che i vecchi filmati. Alcuni verranno utilizzati in un docufilm in fase di realizzazione a firma Tommaso Cennamo che ha già curato quello su Nino Benvenuti e stiamo cercando di capire come sia meglio impostarlo. La Fondazione, invece, è nata su spinta proprio di Pietro nel 2006, è una sua creatura a cui teneva davvero tanto. Pietro ha sempre fatto beneficenza, ma in alcune occasioni si era reso conto che non fosse chiaro dove finissero i soldi raccolti e così, un giorno, ha deciso di metterci lui stesso la faccia, come garanzia, e ha creato questo soggetto con il quale sapeva avrebbe raccolto molto di meno, ma almeno sapeva, con certezza, come sarebbero stati impiegati i proventi delle donazioni. Le iniziative della Fondazione sono prevalentemente rivolte ai giovani, a coloro i quali vivono situazioni al limite o, appunto, al fine di informare sulla prevenzione, ad esempio droghe o alcol oppure, ancora, siamo in contatto con il Dott. Abenavoli di Emergenza Sorrisi che si occupa di bambini che hanno malformazioni sul viso. Per Pietro i giovani erano importanti, lui li ha sempre considerati il futuro ed è per questo che è a loro che ci dedichiamo.
Il 21 marzo 2013 ci lasciava Pietro Paolo Mennea, un atleta capace di scrivere la storia dello sport italiano, diventarne leggenda e restare nell’ideale di tutti come uno dei più grandi. La sua favola è quella di un ragazzo che da Barletta è arrivato a conquistare il suo posto tra gli Dei dell’Olimpo e che tanto grande era che l’hanno voluto con loro troppo presto. Parlando con Manuela abbiamo voluto ricordare l’uomo oltre il 19”72, quello che è diventato e che avrebbe, probabilmente, sempre voluto essere. E questo, senza ombra di dubbio, è stata la medaglia più importante conquistata nella sua, fin troppo breve, vita.
1 Comment
Ringrazio Manuela, la moglie del compianto Pietro da Barletta, per avermi citato in questo articolo.
Per me è un grande onore poterla aiutare perché non vada persa la memoria della grande persona che era Pietro.
La mia passione per lui mi ha portato a raccogliere 18 volumi di ritagli di giornale dal 1975 al 1988 e anche dopo, in un primo momento, e a cercare in ogni dove filmati di quelle gare che hanno allietato la mia adolescenza.