

INTERVISTA DI DAVIDE LUGLI
Qualche giorno fa ho letto che Cipriano aveva deciso di appendere gli spikes al chiodo e, francamente, non ci volevo credere. L’ho chiamato, è stato quasi un dovere, perché Ventura per il baseball italiano è una leggenda, uno di quelli che a quasi sessant’anni lancia ancora sassate che tanti ragazzini di vent’anni nemmeno vedono passare, se non al rallentatore. Tutto vero, nessun ripensamento o quasi. L’Highlander italo/dominicano ha deciso di chiudere la sua storia in campo e non è stato affatto facile per lui. Da fine del vecchio millennio l’Italia è diventata casa sua e lui è stato un esempio per lo sport nostrano, un simbolo e, infine, è anche diventato nonno nel nostro paese. Abbiamo chiacchierato con lui, partendo dall’inizio e arrivando fino ad oggi. Perché la storia di Cipriano merita di essere raccontata e noi abbiamo voluto tributargli il giusto saluto, quello che si riserva per un campione infinito come lui.
Quando sei partito dalla Repubblica Dominicana alla volta di Nettuno, avresti mai immaginato che l’Italia sarebbe diventata casa tua e che saresti rimasto qua?
“No, non lo pensavo proprio. Pensa, sono arrivato a metà anno per sostituire un altro giocatore e l’ho fatto perché conoscevo Ruggero (Bagialemani) che mi aveva parlato dell’Italia. Alle Olimpiadi del ’92 avevo anche battuto la nazionale italiana, ma mai avrei pensato che sarebbe diventata casa mia e che qua sarebbe nata mia nipote”.
A Nettuno hai vinto due scudetti, ancora prima sei stato alle Olimpiadi con la Nazionale Dominicana nel ’92. C’è un momento della tua vita che è stato la classica sliding door?
“Le Olimpiadi sono state un qualcosa di straordinario, un traguardo che ti segna. Prima Nettuno e gli scudetti, poi c’è stata Modena dove ero arrivato con l’obiettivo della salvezza. Invece, siamo arrivati addirittura in finale scudetto con Bologna. Ok, abbiamo perso, però ci siamo trovati in una situazione del tutto impronosticabile a inizio stagione ed è stato molto bello. Nella mia vita ho giocato per un periodo anche con mio figlio, però lui non ne aveva voglia quanto me”.
Sei a tutti gli effetti un “caso sportivo”, c’è chi gioca in altri sport fino alla tua età, e anche oltre, ma nessuno ad alti livelli come hai fatto tu. Qual è il segreto?
“E’ un segreto di famiglia. In realtà è la mia vita, passo tutta la settimana ad allenarmi e giocare, se non c’è il baseball, c’è il softball. Smetto di lavorare e vado al campo, anche se qualche volta faccio anche il nonno. Poi, il braccino va ancora e finché va voglio divertirmi”.
Tanti giocatori quando hai iniziato (anche io) non erano nemmeno nati, alcuni di questi si sono ritirati prima di te. Che effetto fa aver visto passare tutte queste generazioni?
“Mi fa tanta tristezza. Vedo ragazzi smettere poco più che ventenni, altri che a sedici anni ricevono contratti milionari senza aver dimostrato ancora nulla. Secondo te un ragazzino di sedici anni, nel baseball di oggi, può essere un campione che vale quelle cifre? Assolutamente no. Finisce bruciato, anche perché se a quell’età viene considerato un campione, a poco più vent’anni è già considerato un vecchio per quello che è lo sport di oggi. Una volta quelli che poi sarebbero diventati campioni non prendevano nulla o quasi, si viaggiava nell’ordine di migliaia di dollari, oggi valutano ragazzini come se fossero campioni già affermati e poi alla fine non dimostrano nulla e spariscono. Non va bene”.
Oltre ad essere stato un degno avversario per tanti, sei anche diventato un’icona del baseball italiano, amato e rispettato da tutti. Cosa provi ora che hai appeso gli spikes al chiodo?
“Guarda, a Verona quando mi hanno festeggiato mi sono commosso. Io sono sempre stato un giocatore molto corretto, mai sopra le righe e credo sia un fatto dimostrato. Mai, e dico mai, avrei immaginato che questa sarebbe diventata casa mia, ormai in Dominicana vado solo a Natale, e per questo devo ringraziare anche chi ha creduto in me, la Federazione e gli arbitri con i quali ho sempre avuto un ottimo rapporto. Sono venuto qua per giocare, ho sempre portato rispetto verso tutti e ne ho ricevuto altrettanto, questa credo sia la base. Poi, comunque, io continuo ad allenarmi, a giocare a softball e nel mio futuro mi piacerebbe allenare”.
Cosa farà ora uno che per oltre cinquant’anni è stato su un monte di lancio?
“Adesso viene la parte più dura. Ciò che vorrei fare è insegnare ai giovani il rispetto, quello che è sempre stato alla base della mia vita di giocatore. Oggi manca, purtroppo, e ti faccio un esempio banale, quando ad esempio ci sono da raccogliere le palline a fine allenamento e nessuno lo fa. Sono cose basiche, ma che per me sono importanti. Il mio sogno è arrivare ad allenare in serie A, ora vediamo come andrà e se ne avrò la possibilità”.
Quale ti piacerebbe fosse il tuo insegnamento/lascito al baseball italiano?
“Spero di aver lasciato un bel ricordo. Ho sempre cercato di dare il buon esempio, essere un giocatore corretto, dentro e fuori dal campo, cercando di fare del mio meglio per far crescere anche i giovani, dando loro uno stimolo a non mollare e per far loro capire che se sono arrivato io a sessant’anni, loro devono provarci e continuare”.
Recentemente in tanti hanno caldeggiato una tua elezione nella Hall of Fame del baseball italiano, ritieni potrebbe essere un altro tassello alla tua straordinaria carriera?
“L’Italia e mio figlio mi hanno già fatto un bellissimo regalo: la mia nipotina. L’ultima cosa che mi manca in questo momento sarebbe certamente la Hall of Fame, un riconoscimento per ciò che ho fatto in tutti questi anni. Sinceramente, però, non so come funziona ma sarebbe davvero bello, non chiederei altro. Giuro che se ci entro, non metto più piede in campo. È una promessa. Farei solo una bellissima festa.”
Siamo arrivati in fondo caro Cipriano. Noi desideriamo solo ringraziarti per tutti gli anni passati in campo, per la tua tenacia e quel tuo essere un uomo straordinario dentro e fuori il diamante. Manca solo una cosa per chiudere il cerchio, perché riteniamo impossibile non riconoscere il valore di Ventura come giocatore, ma ancora di più quello dell’uomo che è sempre sceso in campo dando il meglio di sé. La Hall of Fame è un traguardo che merita chi si è distinto e ha incarnato i valori dello sport. Insomma, è un qualcosa che spetta di diritto a uno come Cipriano Ventura.