

INTERVISTA DI DAVIDE LUGLI
È il 30 luglio 1992. In Italia è ormai notte fonda quando è in programma la finale del fioretto femminile alle Olimpiadi di Barcellona ‘92 tra Giovanna Trillini e la cinese Huifeng Wang. In una gara che arriva sul quattordici pari, all’ultimo assalto, e all’ultimo fiato, la ventiduenne jesina regala un meraviglioso oro olimpico all’Italia. Il giorno dopo, poco più che quattordicenne, scrivo un articolo, il primo e direi anche molto banale oggi, su quella giovane ragazza che non conosco. Per me è semplicemente l’invincibile Giovanna, quella che la sera prima mi aveva tenuto incollato alla televisione e per la quale ho fatto un tifo sfegatato. Trentatré anni ci sono voluti per sentirla e raccontarle di quello scritto, legato a doppio filo al suo successo della sera prima, che cambiò la storia del fioretto femminile italiano e quella di un ragazzino come tanti.
La tua storia inizia nel Club Scherma Jesi, dove oggi ancora insegni, quando sei praticamente una bambina. Come è avvenuto il primo incontro con questo sport?
“Avevo due fratelli più grandi che già facevano scherma, inoltre il Maestro Tricoli era mio zio. Un giorno, giocando con loro, mi ruppi la clavicola e il medico disse che avevo bisogno di fare uno sport per poter riabilitare al meglio il braccio. Così, l’abbinamento di più cose mi ha portata ad avvicinarmi alla scherma”.
A livello giovanile praticamente hai vinto tutto ciò che c’era da vincere. Possiamo dire che fossi un talento innato e che si è espresso nel tempo o è con la tecnica che sei cresciuta ed è seguita, poi, la naturale evoluzione di Giovanna schermitrice?
“Non ti so rispondere. Diciamo che ho iniziato e sicuramente c’era del talento, c’era predisposizione. Poi, il normale corso dell’evoluzione personale ha incastrato il tutto dandomi la possibilità di emergere. Certo, il lavoro nel tempo ha contribuito in maniera sostanziale, ma tutto parte da un qualcosa probabilmente di innato”.
È il 30 luglio 1992. In Italia è notte fonda quando a ventidue anni inizi a scrivere una storia incredibile per la scherma italiana, anche se ancora non sai a cosa porterà. Verranno altre dopo di te, ma quella sera contro la cinese Wang nasce qualcosa che pochi giorni dopo porterà l’Italia ad essere definita invincibile nel fioretto femminile. Da dove nasce quest’epopea?
“E’ l’insieme di tanti risultati che nel tempo hanno contribuito a far crescere il movimento. Le tante vittorie in giro per il mondo, gli allenamenti e la nostra scuola che nel tempo si è imposta, hanno fatto sì che la scherma italiana diventasse un esempio. Nulla di questo, naturalmente, sarebbe stato possibile senza l’impegno della Federazione e quello dei Gruppi Sportivi, come ad esempio il mio che è stato prima quello della Forestale e poi divenuto dei Carabinieri”.
Otto medaglie olimpiche, di cui quattro d’oro, e non contiamo nemmeno quelle mondiali per le quali non basterebbe una gioielleria per contenerle tutte. Tra queste, tralasciando il successo individuale del ’92 perché sarebbe ovvia, ce ne è stata una della quale hai un ricordo indelebile?
“Guarda, non c’è una medaglia che reputi più o meno importante. Tutte quelle che ho conquistato sono legate a un ricordo particolare, sono state tutte belle, sudate, frutto del lavoro di anni. Hanno tutte una loro storia e per questo non ce ne è una che viene prima o dopo, per me sono tutte importanti in egual modo pur conquistate in momenti diversi.”
Dopo di te è arrivata Valentina a conquistare l’oro individuale, vent’anni dopo è stata Elisa a chiudere idealmente questo cerchio. Ritieni che con quest’ultima si sia anche chiusa un’era e quali sono secondo te i motivi?
“No, non ritengo che si sia chiusa un’era. Abbiamo tanti atleti che sono andati anche dopo di noi alle Olimpiadi, ai Mondiali, e dove hanno conseguito risultati. Così come tecnici che si sono distinti per il loro contributo al movimento. Si cerca sempre di lavorare per arrivare alla medaglia, poi ci può voler più o meno tempo”.
Per vent’anni la città di Jesi si è letteralmente presa un primato difficilmente eguagliabile, ovvero portare almeno un’atleta a vincere la medaglia d’oro a livello individuale o di squadra nel fioretto. Sei Olimpiadi in cui ha risuonato l’inno italiano e che è diventato proprio nella scherma della città marchigiana. Quali sono i segreti dietro la formazione di atleti così vincenti?
“Sicuramente è stato il Maestro Triccoli a dare il via a tutto questo. Ricordiamoci la sua storia, molto potente, era stato internato in un campo di concentramento e rientrato ha fondato la scuola scherma portando dei fondamentali che sono stati illuminanti per il tempo e, forse, precursori di un’epoca che doveva ancora venire. Chiaramente, poi, nel corso degli anni sono passati ottimi tecnici che hanno continuato questo lavoro e permesso alla scuola jesina di crescere ulteriormente diventando ancora più vincente. La storia della scuola è, però, legata indissolubilmente a lui che ha formato campioni e tecnici capaci di vincere davvero tanto”.
Non c’è più oggi una Trillini in pedana, così come un’altra Vezzali o un’altra Di Francisca. C’è, però, oggi un erede di quella stirpe di campionesse che tanto hanno dato alla scherma italiana nel fioretto?
“Guarda, nomi non ne faccio. Ti posso solo dire che ci sono tanti giovani atleti, già nel giro della nazionale, che un domani emergeranno. Naturalmente, chi sono questi futuri campioni lo scoprirete nel tempo. Bisogna solo attendere, fiduciosi, che questi ragazzi che oggi sono nelle giovanili emergano, perché ci sono tanti prospetti. La scherma italiana ha un bacino molto importante, occorre solo pazientare”.
Ora sei insegnante, ti manca la scherma?
“Non mi manca la scherma perché continuo a viverla. Accompagno gli atleti nelle gare internazionali, insegno e, insomma, la vivo ancora. Sono soddisfatta di tutto ciò che ho dato e che mi ha dato la scherma, continuerò a fare del mio meglio con la passione che ho sempre dedicato a questo sport cercando di fare del mio meglio”.
Jesi, anni ’70. Una bambina che si chiama Giovanna entra nella scuola di scherma dello zio per un percorso di riabilitazione. Allora, ancora non sa che diventerà una campionessa, nemmeno sa che di lì a pochi anni darà vita al dominio italiano a livello mondiale nel fioretto femminile. Sale sul gradino più alto del podio alle Olimpiadi di Barcellona ‘92, cominciando a scrivere la storia delle “invincibili”. Atleta del Gruppo Sportivo dei Carabinieri, Maresciallo Capo dell’arma e tecnico federale, Giovanna Trillini ha letteralmente scritto con il suo impegno e la sua tenacia pagine di storia dello sport italiano. Oggi ci ha raccontato come tutto è nato e io non ho potuto fare altro che ringraziarla per ciò che ha significato per me e tanti altri.