

Intervista di DAVIDE LUGLI
È un pomeriggio di metà settembre come tanti. Qualche giorno prima trovo, per puro caso, un contatto che dovrebbe appartenere a Livio Berruti e provo a scrivergli, a dir la verità con poche speranze di risposta considerando la sua età e che, probabilmente, sarei stato anche di disturbo. Doverosa premessa: Il campione olimpico di Roma ’60 e la sua storia sono narrazioni che mi porto dietro sin da bambino, quando mio nonno mi raccontò di averlo visto vincere dal vivo quello storico oro e mi aveva fatto avere un suo vecchio autografo. Insomma, vedo comparire sul telefono un numero sconosciuto e penso al solito call center, rispondo e resto in silenzio. Dall’altra parte una voce flebile mi chiede scusa per il disturbo e se sta parlando con Davide di Pagine di Sport. A risposta affermativa mi dice “Salve, sono Livio Berruti e volevo fare quelle due chiacchiere che mi avevi chiesto via mail, però dammi del tu per favore”. Ecco, mettetevi per un attimo nei miei panni in quel momento. Giuro, sono saltato in piedi come accadeva all’appello del tenente durante il servizio militare. Il campione olimpico di Roma ’60, quello che scrisse una pagina di storia dello sport italiano era dall’altra parte del telefono pronto a farsi intervistare. Iniziamo a parlare, mi racconta di quell’Olimpiade, dell’atmosfera unica che si respirava e di come tutto era iniziato ben prima di quei giochi. Poche domande che conservavo da anni in un cassetto e che erano quelle poste a mio nonno tanti anni prima, alle quali, purtroppo, lui non poteva rispondermi. Ma Livio sì, ed è ciò che ha fatto.
Livio, la storia di quell’Olimpiade è iniziata molto prima di quel 3 settembre in cui hai vinto i 200 metri in 20”50, eguagliando l’allora record mondiale. Come sei arrivato a quel momento?
“Guarda, io nemmeno ci pensavo all’atletica da giovane, è entrata nella mia vita un po’ per caso, a scuola, grazie al mio professore di educazione fisica Melchiorre Bracco. Poi, è successo che andavo forte, pure troppo per rimanere in quel contesto “scolastico”. Considera che al tempo chi viaggiava sugli 11” andava direttamente al centro federale di Formia e io sui 100 metri ero già su quel limite quando ancora studiavo alle superiori. Andavo a scuola, studiavo, e, intanto, mi allenavo, il bello è che si mangiava pure gratis. Sia chiaro, era un contesto dilettantistico al tempo, del tutto diverso rispetto ad oggi. Cominciai, in seguito, a impegnarmi anche sulla doppia distanza e arrivò successivamente il trasferimento a Milano come scelta di vita sportiva, diciamo. Fu in quel momento che diedi il meglio sulla doppia distanza, il preludio di quell’Olimpiade fu proprio all’Arena quando corsi in 20”7 sui duecento metri”.
Quando arrivasti a Roma immagino non pensavi nemmeno a una medaglia vista la presenza degli americani che dominavano da decenni la specialità, oppure no?
“Iniziamo con il dire che Roma fu un evento memorabile, nel villaggio olimpico si respirava un’atmosfera a dir poco entusiasmante. C’era uno spirito di amicizia incredibile tra tutti gli atleti, qualcosa di veramente bello e credo che quello fu un evento epocale per le dinamiche che si svilupparono intorno a quei Giochi. Medaglia? Pensavo, sinceramente, che avrei potuto ambire alla finale, non te lo nascondo, ma non a una medaglia. Questo perché qualche mese prima mi ero confrontato con i migliori sprinter europei a Duisburg, Armin Hary e Abdou Seye, battendoli. Quindi, la speranza di una buona prestazione era più che concreta. A dirla tutta, ho cominciato ad avere qualche dubbio solo quando vidi Ray Norton dal vivo; diamine, era monumentale, un colosso, praticamente il doppio di me”.
Invece, la semifinale addirittura la vinci a mani basse, eguagliando anche il record mondiale. Come è stato quel momento in cui hai cominciato ad avere qualche certezza in più?
“Partiamo da un presupposto. I più forti della specialità ce li avevo proprio contro in quella semifinale: l’inglese Peter Redford e gli americani Ray Norton e Stone Johnson. La mia fu una gara quasi psicologica nei loro confronti perché trovandoli nella mia stessa batteria mi videro fare quel che feci e, probabilmente, alcune delle loro certezze vennero minate in quell’occasione. Videro uno che poteva lottare alla pari con loro e non è facile strategicamente quando pensi di avere misurato tutti gli avversari e ne trovi un altro alla tua stessa altezza che non conoscevi fino a quel momento”.
La finale, l’hai detto più di una volta, l’hai vinta con una curva perfetta che hai sempre ritenuto sia il punto di forza per un duecentista. Te l’avranno chiesto in tanti, ma come hai interpretato quell’ultima curva e il trionfale arrivo?
“Per vincere la curva è tutto e io l’ho affrontata nel migliore dei modi, pur partendo più lento degli altri sapevo che facendola bene avrei recuperato quel che avevo perso in partenza e nelle prime fasi di gara. E così è stato. In quel momento ti posso dire che non capivo dove mi trovavo e cosa stesse accadendo, sentivo il boato del pubblico che a mano a mano si alzava ed è stato in quel frangente che ho capito di essere davanti a tutti. Pensa, dopo aver tagliato il traguardo vidi una ragazza avvicinarsi a me con un mazzo di fiori in mano e non capivo il perché. Mi chiedevo cosa volesse da me con quei fiori in mano, non mi ero nemmeno reso conto di aver vinto, di cosa avessi fatto, tanto ero concentrato sull’interpretare al meglio la gara”.
Livio, tu hai scritto una pagina di sport incredibile, sei stato il primo a vincere una medaglia d’oro olimpica su una distanza dominata fino ad allora dai nordamericani. E mi vuoi dire che nemmeno ti eri accorto di aver vinto?
“Giuro, per davvero, non mi ero davvero reso conto di nulla. Eppure, in quel momento avevo fatto qualcosa di straordinario e non riuscii nemmeno a realizzare la portata di quell’impresa a distanza di tempo. Un anno dopo, però, realizzai per davvero cosa avevo fatto. Ero ai mondiali militari nei quali vinsi ancora 100 e 200 metri allo stadio del Heysel, quando al termine delle gare incontrai un signore anziano, un italiano che viveva in Belgio. Mi venne incontro piangendo, mi strinse le mani e le baciò. Non capivo, francamente. Mi disse che con la vittoria di Roma gli avevo dato la forza per superare tutte le angherie che aveva subito in ambito lavorativo, ero stato colui che gli aveva fatto provare nuovamente l’orgoglio di essere italiano. Caspita, quell’incontro mi fece capire quanto era stata importante la mia vittoria a Roma l’anno prima per tanti e l’impatto sociale che rappresentò per tanti”.
Mi dici un’ultima cosa? Facciamo un po’ di Gossip, tanto sono passati sessantacinque anni e possiamo parlare di tutto liberamente. Mi spieghi come ti è saltato in mente di andare in giro mano nella mano con Wilma Rudolph con Cassius Clay a due passi che la bramava?
“Ma io mica lo sapevo (fragorosa risata di entrambi)! Lei era il personaggio di quelle Olimpiadi, aveva un’aurea intorno incredibile e tutti i fotografi facevano a gara per immortalarla e io non sapevo nemmeno chi fosse Clay. Un giorno passeggiavamo mano nella mano, in totale amicizia come tanti altri e siamo stati fotografati. Da lì è nato tutto il romanzo ma non c’è mai stato assolutamente nulla tra noi, è stato qualcosa di platonico, una simpatia e niente di più. Alla fine, anche quello era il potere dell’Olimpiade, dava la possibilità a tante persone di paesi lontani di conoscersi, incontrarsi e stare insieme. Roma è stata un evento meraviglioso, unico, che ha incarnato per davvero lo spirito sportivo e di unione che è alla base dei giochi olimpici”.
Con Livio abbiamo ripercorso un momento storico per lo sport italiano, una di quelle imprese che rimangono scolpite a fuoco nei libri, la sua genesi e cosa accadde proprio quel giorno di sessantacinque anni fa a Roma. Berruti ci ha tenuto a descrivermi, in particolare, l’atmosfera attorno a quell’Olimpiade e quel qualcosa di magico che avvolgeva quell’edizione romana dei giochi estivi. Più che la sua impresa, ha voluto ricordare come quel momento sia stato un’occasione per aggregare le persone, lo sport che ha unito atleti venuti da ogni parte del mondo in un momento storico dove, invece, ciò che è divisivo è all’ordine del giorno. Le sue parole sono state quelle di un uomo, prima di un campione, che dimostra di aver compreso realmente quello che rappresenta davvero lo spirito olimpico. Mi ha raccontato la sua vittoria, ma più di tutto ha cercato di farmi comprendere l’atmosfera che si respirava attorno a quei giochi olimpici, con semplicità, come fece tanti anni fa mio nonno che quelle Olimpiadi le aveva vissute da semplice spettatore. Una testimonianza vivente di ciò che è lo sport e dell’immenso potere che è capace di trasmettere. Livio mi ha riportato con sé a Roma ’60 e fatto rivivere quel momento storico, mi ha portato nella sua leggenda e, d’altronde, chi meglio di lui che l’ha scritta e vissuta poteva raccontarla. Un grazie di cuore al grande Livio Berruti e sua moglie Silvia per la meravigliosa disponibilità mostrata nei nostri confronti e per il tempo che ci ha dedicato.