

INTERVISTA DI DAVIDE LUGLI
Una storia iniziata tanti anni fa in Sicilia e precisamente ad Avola. Un bambino di tre anni che gioca sul tatami, cresce su quelle materassine dove il papà è Maestro di karate e quasi trent’anni dopo si trova a rappresentare l’Italia alle Olimpiadi e addirittura a vincere l’oro ai Giochi di Tokyo. Una disciplina entrata nella sua vita non tanto per caso, ma con la quale è cresciuto diventando l’uomo che è oggi, uno con valori importanti e con tanta voglia di trasmettere ciò che la vita gli ha insegnato e i valori dell’Arma dei Carabinieri di cui fa parte. Luigi Busà è entrato ormai quattro anni fa nelle case degli italiani con il karate, oggi ci racconta la sua storia e come è arrivato ad essere il campione e l’esempio che tutti conosciamo.
Oggi sei campione olimpico e un Maestro a tua volta, ma come è entrato il karate nella tua vita e come hai iniziato?
“La risposta è molto semplice. Mio papà Nello, che è anche il mio Maestro, ha da sempre una palestra ad Avola dove sono nato, in provincia di Siracusa. Quando ero piccolo io e le mie tre sorelle ci andavamo spesso perché mamma andava ad aiutarlo e invece che andare al parco ci divertivamo sul tatami. A tre anni c’ero già mi ci rotolavo sopra, giocavo e alla fine il karate è diventato la mia vita in una maniera del tutto naturale, me ne sono innamorato subito. Alla fine, è iniziato tutto come un gioco da bambini, poi quando ho iniziato a praticarlo ho scoperto che era già insito nel mio DNA”.
Alle Olimpiadi di Tokyo è stato introdotto il karate per volontà dell’organizzazione. Abbiamo potuto così vedere il Kata e il Kumite, due discipline alle quali non è facile assistere, in particolare a livello mediatico, e che grazie ai Giochi hanno avuto un grande risalto (personalmente, io ne sono rimasto affascinato). Qual è la differenza tra le due?
“Sono due cose completamente diverse. Il kata è una serie di movimenti e tecniche codificate, un qualcosa che fai da solo senza avversario e che deve rasentare la perfezione, prevede un allenamento davvero minuzioso. Il kumite, invece, è il combattimento vero e proprio, meno tecnica e più efficacia, devi colpire l’avversario e non stai tanto a guardare la correttezza del movimento. Non si possono paragonare, ma sono entrambe difficili. Nel primo devi curare i movimenti in maniera maniacale, nel secondo devi essere capace di schivare il colpo e saperlo prevedere. Poi, c’è anche un’ulteriore sostanziale differenza tra quello che è il karate olimpico, visto ai giochi, e quello tradizionale. Quello sportivo deve sottostare per forza di cose a dei regolamenti, mentre quello tradizionale risponde alle regole delle arti marziali originali. Anche in questo caso si tratta di due mondi completamente diversi, ma se vuoi portare il karate allo sport è abbastanza ovvio che ci debbano essere regole e occorra un’evoluzione”.
A Tokyo, come dicevamo, è stato introdotto il karate come disciplina olimpica. Nell’occasione sei arrivato a conquistare la medaglia d’oro. Te l’aspettavi un tale successo e come è stata la preparazione per quei Giochi?
“Sono sincero, sulla medaglia ci contavo. Questo perché le selezioni mondiali nei due anni precedenti mi hanno sì portato a Tokyo da numero uno del ranking, ma sono state selezioni veramente toste e alla fine in Giappone sono arrivati davvero i migliori, tutti veri campioni, atleti che avevano sopportato un iter di qualificazione estenuante. Mi spiego ancora meglio. La differenza tra chi era arrivato a Tokyo era talmente limata che non c’era un vero e proprio ranking, perché ognuno di loro aveva intrapreso un percorso davvero selettivo e, di conseguenza, ogni atleta valeva per davvero l’altro. Non c’era un vero favorito e poteva davvero succedere di tutto. Io sono andato per fare del mio meglio, fare la mia Olimpiade, facendo passo dopo passo e cercando di restare sempre concentrato. All’evento sono arrivato dopo una preparazione davvero minuziosa, per la quale devo ringraziare davvero tante persone. In primis, il Centro Sportivo dei Carabinieri tutto, dove tanti si sono messi a disposizione perché arrivassi alle Olimpiadi nella migliore condizione possibile. L’Arma, e non lo dico per dire, in quei momenti mi ha fornito un supporto eccezionale e quando alle spalle hai tutto questo ti senti bene, hai piena fiducia anche nei tuoi mezzi. Ma in questo percorso tortuoso sono stati davvero tutti fondamentali, come anche lo staff della nazionale, la federazione e i tecnici. Intorno a me avevo davvero il meglio e questo mi ha portato ai giochi al meglio, sia a livello fisico che mentale. Infine, e non certo per ultima, la mia famiglia, sempre al mio fianco, perché quando attraversi momenti di difficoltà avere mio papà, mia mamma e le mie sorelle vicini è stato ciò che più mi ha aiutato a stringere i denti. La famiglia è davvero importante in una preparazione così dura”.
Nello sport vediamo tanti figli d’arte, intesi come atleti che hanno padri e madri allenatori, arrivare al successo. C’è una ragione per la quale spesso e volentieri alcune discipline si radicano per generazioni e com’è crescere con un allenatore che è anche un familiare?
“Il successo, nei casi che hai evidenziato, hanno un comune denominatore: hai un papà o una mamma che ti seguono ventiquattro ore al giorno e non solo durante l’allenamento o quando sei in palestra. Da una parte è un vantaggio evidente, dall’altro si possono creare dinamiche molto critiche e il tutto può diventare davvero pesante. Io, nel mio libro, l’ho anche scritto cosa accade. Ad esempio, fino a quel successo olimpico, il rapporto con mio padre ha trascurato l’aspetto padre/figlio perché in primis c’era quello tra Maestro/atleta. Solo dopo abbiamo ripreso quel filo che era stato interrotto in favore dell’ambito sportivo, mettendo in seguito davanti a tutto il rapporto tra padre e figlio. Tanti mi hanno detto che ero fortunato che mio papà fosse anche il mio Maestro, ma sai in realtà quante volte sono nate incomprensioni o momenti tesi proprio per lo sport? Spesso siamo arrivati ai ferri corti, altrettante volte ho detto che volevo smettere e solo perché avevamo punti di vista diversi. Però, in realtà, avere avuto mio papà come Maestro è stata quella marcia in più che mi è servita per raggiungere l’obiettivo. Quando hai una persona che crede in te e in cui puoi riporre la tua fiducia tutto viene più facile, almeno così è stato per me anche se non nascondo che è stato tutto abbastanza complicato. Dico questo perché so che in tanti altri casi si possono creare situazioni difficili e che, a volte, degenerano in rapporti tossici; ecco questo è ciò che non dovrebbe mai accadere. Bisogna sempre cercare di trovare una quadra e quando la si trova, puoi credermi, anche se distante centinaia di chilometri hai una persona sulla quale puoi sempre contare”.
Quest’anno hai fatto la prima edizione del Gorilla Camp a Cesenatico, era un progetto ambizioso e che hai fortemente voluto. Come è andata?
“Il Gorilla Camp era un qualcosa che avevo nella testa già da qualche anno. Purtroppo, gli impegni mi hanno sempre impedito di concretizzare quell’idea, almeno finché non ho deciso di prendermi il tempo per realizzarlo. È andato ben oltre le mie più rosee aspettative, curato alla perfezione grazie alla preziosa organizzazione affidata alla Digital Promoter. Abbiamo invitato il più forte karateka al mondo, l’egiziano Abdalla Abdelaziz imbattuto da oltre due anni, che si è messo a disposizione di tutti i ragazzi presenti. Poi, c’è stata la splendida lezione di mia sorella Lorena che oggi è istruttrice e anche lei fa parte del Centro Sportivo dei Carabinieri. Una donna forte e intraprendente in un mondo che è ancora troppo maschilista che si è distinta per la sua preparazione. Abbiamo trasmesso tanto a livello tecnico e tattico, oltre a tanta energia che ritengo sia fondamentale in questa disciplina. Riccione, poi, ci ha accolti in maniera splendida, siamo stati veramente bene e la palestra era davvero attrezzata. Un evento riuscito bene e sul quale ti posso dire che stiamo già lavorando per ripeterlo il prossimo anno e a breve usciranno le date. Inoltre, mi piacerebbe esportarlo anche all’estero, già dal prossimo anno. Su questo ci stiamo ragionando, ma vogliamo sia in un posto splendido che è attualmente in valutazione e di cui al momento non posso rivelare ancora nulla. Il Gorilla Camp vuole diventare un incontro fisso che unisca tutti, dove possano stare insieme giovani e meno giovani, atleti élite e amatori. Un evento che aggreghi e diventi un punto di riferimento per tanti e nel quale dal prossimo anno vogliamo inserire anche il kata, così da renderlo ancora più inclusivo.”
Un’ultima cosa prima di salutarci. Se oggi un ragazzino ti chiedesse perché il karate, cosa gli diresti?
“La prima cosa che gli direi è di iniziare a fare sport e non necessariamente il karate, ma quello che più gli piace. Sul karate ti posso dire che può aiutare nella coordinazione, perché noi siamo abituati alle scarpe e invece sulla materassina vai a piedi nudi, devi imparare ex novo tanti fondamentali fisici che ritieni acquisiti ma che in realtà con le calzature, anche se non ti sembra vero, hai perduto. Il divertimento, però, deve sempre essere alla base di tutto e con il karate ti puoi divertire, non è obbligatorio diventare un campione, ma se ti impegni e hai voglia puoi anche raggiungere livelli molto alti. Poi, se vogliamo dirla tutta, il karate ti aiuta anche a difenderti e in un mondo come quello di oggi non è cosa secondaria. E questo è un discorso valido per tutte le età e, soprattutto, per quelle persone che sono più deboli perché prevedere un colpo e riuscire ad anticiparlo è una cosa che può essere sempre utile nella vita. Non diventi Batman, sia ben chiaro, ma conoscere il karate può essere davvero utile e aiutarti anche a crescere personalmente, aumentare il tuo livello di autostima. La cosa più importante, però, è che può essere praticato e imparato a qualsiasi età, non ci sono davvero limiti in questo senso. Il rispetto per gli altri, infine, è qualcosa che il karate come arte marziale insegna dalle basi e in un mondo in cui manca sempre più spesso ritengo sia basilare che lo sport possa fungere da veicolo per trasmettere valori”.
Lo sport come veicolo di valori puri. Luigi ci ha portati nel suo mondo, raccontato la sua disciplina e anche reso meno ignoranti, se proprio vogliamo dirla tutta. Un ragazzo come tanti, entrato nel mondo dello sport in punta di piedi; già, proprio quelli che da bambino mise sul tatami iniziando un gioco che lo ha, infine, fatto diventare grande. Una vita per il karate, una vita in giro per il Mondo come atleta del Centro Sportivo dell’Arma dei Carabinieri a confrontarsi con i migliori, fino a voler trasmettere la sua passione agli altri per far conoscere la sua disciplina che, come ci ha detto lui stesso, non ha età. Tanti progetti per l’uomo che è diventato oggi ma che non ha ancora smesso di stupire e, siamo sicuri, ha ancora tanto in serbo per il futuro. Grazie Luigi di tutto e in bocca al lupo per i tuoi progetti futuri, augurandoti di cuore di realizzarli tutti perché lo meriti.
Foto: Coni.it