

Intervista di Davide Lugli
È il 24 luglio del 1980. Il palcoscenico è quello dello stadio Lenin di Mosca, teatro dell’arrivo della 20km di marcia. Una gara ricca di colpi di scena, oseremmo dire quasi ad eliminazione viste le innumerevoli bandiere rosse, quelle dei giudici che determinano la squalifica, sventolate lungo il percorso. Ultimi chilometri capaci di mietere vittime illustri, favoriti sulla carta quasi inattaccabili, con l’ingresso nella pista di atletica dello stadio che vede un italiano solitario al comando. È Maurizio Damilano, ventitreenne da Scarnafigi, il primo a entrarci e mentre guarda il tabellone non vede nessuno alle proprie spalle, solo pochi metri e il traguardo lo separano da quell’oro olimpico tanto agognato, quanto, davvero, sudato. E poi la storia la conosciamo, anzi facciamocela raccontare proprio dal protagonista.
Sono passati 45 anni da quel momento indimenticabile, tanti altri da quando hai iniziato con l’atletica leggera. A proposito, come è entrata la marcia nella tua vita?
“Tutto è cominciato nel ‘72 con i Giochi della Gioventù, prima con la fase provinciale, dove io e mio fratello Giorgio ci qualificammo per la fase nazionale a Roma, e poi via via si sono susseguiti tutti i passaggi dalle categorie giovanili fino al debutto agli assoluti. Agli europei giovanili arrivai quarto, poi nel ’78 fui sesto ai campionati europei e, infine, ci fu quel ’79 in cui presi coscienza dei miei mezzi tra la sfortunata squalifica di coppa del Mondo di Lugano e il record continentale in pista sui diecimila, conquistato proprio qualche giorno prima quell’infausto episodio. Ecco, a quel punto seppi di essere pronto per il salto di qualità”.
E direi che ci avevi visto bene considerato che appena un anno dopo, anzi nemmeno, ti sei poi messo al collo l’oro olimpico a Mosca. Come è stata quella gara molto anomala dal punto di vista del clima?
“Il clima ha cambiato molto gli equilibri di quella 20km perché già nella marcia è anomalo correre a certe temperature, figurarsi quando ci siamo trovati a confrontarci con una condizione del tutto inattesa. Io puntavo decisamente a salire sul podio, credevo molto nei miei mezzi ed ero maturato tecnicamente anche a seguito della squalifica di Lugano che mi servì da lezione per sistemare alcune lacune che mi avevano frenato in precedenza”.
La gara vera e propria ti ha visto, infine, arrivare all’interno del Lenin completamente in solitaria. Una gara ad eliminazione possiamo dire che ha visto tanti colpi di scena e un arrivo che ti ha incoronato campione olimpico. Come è andata quella 20km?
“Clima, come detto, che ha influito tanto e al tredicesimo chilometro eravamo già rimasti in tre: io, Solomin e Bautista. Negli ultimi tre chilometri proprio quest’ultimo, che era favorito tra l’altro, ha tentato uno strappo pagato a carissimo prezzo con la quasi immediata squalifica. Dietro a lui c’era Solomin che aveva invero tentato di tenere il suo cambio di passo e io che lo stavo recuperando. Arriviamo in un vialetto antistante lo stadio, intravedo il sovietico fermo da un lato e in quel momento ho pensato che avesse avuto un qualche problema fisico. Invece, era stato squalificato anche lui, ma non l’ho realizzato immediatamente. Mi sono trovato solo al comando con un vantaggio considerevole nei confronti dell’altro sovietico Pochenchukma e ormai in vista degli ultimi due chilometri”.
Ecco, in quel momento che cosa hai pensato?
“Sapevo di essere davanti, ma allo stesso tempo non avevo più alcun punto di riferimento, non c’erano contatti con chi potesse darmi alcuna indicazione (Dordoni, già olimpionico a Helsinki ’52, mi aveva fornito indicazioni fino a quel momento). Appena prima di entrare nello stadio mi sono voltato e ho visto che non c’era nessuno dietro, ma in quegli attimi non hai proprio le idee chiare. Quel che per me contava, anche memore della squalifica di qualche mese prima, era mantenere il mio ritmo dosandomi e senza correre rischi inutili. In tutta la gara ho mantenuto un’andatura costante, non ho mai lasciato andare le gambe anche quando ci sono stati strappi e sono sempre rientrato in quelle occasioni senza strafare, senza dare adito pertanto ad eventuali sanzioni. Arrivato dentro allo stadio ho guardato più volte il maxischermo e ho visto comparire la sagoma di Pochenchukma quando avevo già un vantaggio che mi offriva molta tranquillità. A quel punto sapevo che era fatta”.
Un oro olimpico che parte da lontano e che abbraccia un’intera famiglia. A proposito, come mai questa disciplina è così radicata tra te e i tuoi fratelli?
“Come in tutte le cose si tratta di pura casualità. Prima parlavo dei Giochi della Gioventù se ricordi, ecco sono stati amici che ci hanno coinvolto a partecipare alle gare di marcia, non era certo un qualcosa di dinastico, anzi a dirla tutta il nostro territorio non era nemmeno rappresentativo per questa disciplina. La marcia, poi, è una metafora di quella che è la vita stessa: il mettersi in cammino per raggiungere degli obiettivi, il muoversi in una certa direzione senza la frenesia di correre dietro alle cose. Ha una parte tecnica, ma più di altre discipline è probabilmente la più vicina al normale camminare, al muoversi a piedi nella quotidianità di tutti i giorni”.
Dopo il successo olimpico di Mosca hai vissuto una parabola che ti ha portato a vincere negli anni successivi anche due ori mondiali. Però, tutto o quasi, ha avuto genesi con quell’Olimpiade che è stata lo spartiacque nella tua carriera, no?
“Gli anni successivi sono stati solo la conferma di quanto fatto vedere a quei Giochi, un percorso di crescita che è continuato e non si è fermato a quella vittoria. Dal ’80 in avanti sono quasi sempre salito su un podio internazionale ad ogni gara importante: due bronzi olimpici a Los Angeles e Seul, due titoli mondiali, poi Europei, Universiadi e Giochi del Mediterraneo. Ho chiuso con il quarto posto a Barcellona ’92 una lunga e bella carriera, dimostrando di poter competere sempre ad alto livello e che quanto avvenuto a Mosca non era stato per me un punto di arrivo, bensì uno di partenza”.
Ora ti faccio una provocazione, Maurizio. La marcia si ha l’impressione, e magari sbaglio, che venga sempre relegata a un ruolo di secondo piano nell’atletica leggera (e non è la sola a ricevere questo trattamento, sia chiaro). Eppure, è una disciplina che richiede tanto allenamento e i cui protagonisti si mettono alla prova in condizioni, spesso, non certo facili, basti pensare al meteo o al clima. Come mai c’è sempre l’impressione di una sottovalutazione di questa disciplina?
“Intanto, visto che questo tema è stato affrontato proprio di recente da una campionessa olimpica, lasciami dire che lo sfogo di Antonella (Palmisano) è giusto perché è indubbio che nei confronti della marcia ci sia una sorta di indifferenza. Credo alla base ci sia un problema di comprensione della disciplina in quanto le persone, vedendola anche mediaticamente poco, non abbiano la sensibilità per capire la marcia. Non riescono a capire il connubio che c’è tra la performance squisitamente legata alla velocità e quella tecnica che richiede tanto controllo e la rende veramente complessa. È anche un fatto culturale perché è normale si esaltino alcune discipline che hanno una visibilità maggiore e palcoscenici maggiormente rinomati rispetto alla marcia. Solo ad esempio pensiamo alla maratona, quante ce ne sono al Mondo e quante se ne disputano in un anno solare nelle grandi città? Ovvio, come i maratoneti abbiano maggiore visibilità e possibilità di esprimersi rispetto ai marciatori che hanno solo Europei, Mondiali, Olimpiadi e poco altro per farsi vedere. Quello che ai più però sfugge è che dalle Olimpiadi di Tokyo ad oggi solo i marciatori sono stati capaci di riconfermarsi ad alti livelli. Eppure, ci si è dimenticati in fretta di questi atleti. Attenzione, preciso, si sono dimenticati alcuni. Perché per fortuna l’affetto della gente comune e di chi ha visto compiere quelle imprese, anche a distanza di tempo, non è mai venuto meno”.
In ultimo, ma non meno importante. Tu e Giorgio avete fondato la scuola di fitwalking, ce ne vuoi parlare?
“Sì, è stata un’idea mia e di mio fratello, nata nel 2001 quando ancora non c’era alcuna attività che mettesse in connessione il normale camminare con l’attività sportivo/motoria. La volontà era quella di utilizzare un qualcosa che viene fatto quotidianamente, in maniera naturale, con qualche variante a livello tecnico perché si avvicinasse allo sport. Non alla marcia, sia chiaro, che è una disciplina a sé stante e che già esiste, ma elevare quel qualcosa che viene fatto ogni giorno rendendolo quanto più simile all’attività sportiva. Il fitwalking è la strada per chi vuole praticare sport in maniera strutturata, guardando alla propria crescita fisica senza entrare in qualcosa di agonistico, ma pensando solo al proprio benessere.
Maurizio è uno di quegli atleti capace di attraversare tre decenni di storia dello sport italiano, per il quale ha scritto pagine davvero memorabili. Ha costruito la sua storia partendo dal basso fino a raggiungere il punto più alto a cui uno sportivo possa ambire, confermandosi negli anni sempre tra i migliori della sua disciplina e portando orgogliosamente il tricolore in giro per l’Europa e il Mondo intero. Per arrivare a certi livelli, e restarci, è necessario tanto allenamento, spirito di abnegazione e una forza di volontà fuori dal comune. La storia di Maurizio Damilano è quella di tanti altri atleti che praticano la marcia e che ancora oggi non vedono riconosciuto il giusto tributo ai loro successi. La storia, però, ci insegna che nel cuore di chi ama veramente lo sport questi campioni rimangono indimenticabili e se a ricordarsi delle loro imprese è chi, ad appena due anni, saltava davanti a un televisore per fare il tifo per loro, allora, forse, è qualcun altro che sbaglia. Maurizio è in assoluto una leggenda della marcia mondiale, quella che oggi abbiamo voluto raccontare con le sue vive parole, a distanza di 45 anni dall’impresa di Mosca ’80, e che ringraziamo per le splendide emozioni che ha saputo regalarci.