

Intervista di DAVIDE LUGLI
Segni particolari: Leggenda. Partiamo da questo per parlare della storia di Paola Pezzo, una di quelle donne capaci di superare ogni ostacolo e trasformare i momenti di difficoltà in nuov obiettivi per i quali è d’obbligo rialzarsi e ripartire. Caparbia, tenace, ineluttabile, tanto da diventare icona di un intero movimento sportivo. Un ruolo che la veronese si è conquistata con i suoi successi e con quell’incredibile perseveranza nel volersi sempre mettere alla prova, senza mai attendere che il destino decidesse per lei. A distanza di venticinque anni dal successo di Sydney, il secondo oro olimpico dopo quello di Atlanta, l’abbiamo raggiunta per farci raccontare quella che è stata la sua straordinaria carriera.
Leggenda narra che la storia sportiva di Paola Pezzo inizi da ragazzina su un paio di sci, nel fondo, e non sulle due ruote. Al tempo, capita anche che gareggi a livello giovanile con la coetanea Stefania Belmondo, una che di lì a poco diventerà una leggenda della disciplina. La differenza di età tra le due è di soli cinque giorni, quasi un segno del destino, ma mentre Stefania impara a dominare le nevi per diventarne la Regina, Paola quasi ventenne passa alle due ruote.
“Si, da ragazzina sono stata in nazionale nello sci di fondo con Stefania e anche con Gabriella Paruzzi, siamo nate tutte nello stesso anno. Fin da bambina il mio sogno era quello di arrivare alle Olimpiadi con lo sci di fondo e ai campionati italiani giovanili arrivai seconda a poca distanza proprio dalla Belmondo. Andavo forte e vincevo anche, mai avrei pensato che la mia vita avrebbe preso tutta un’altra piega. Eppure, è ciò che è successo e non per scelta mia, ancora oggi non so cosa sia accaduto. Pare, secondo qualcuno, avessi manifestato al tempo l’idea di abbandonare ma sia chiaro non è stata assolutamente una mia decisione. Alla fine, mi sono trovata fuori dalla nazionale in questa maniera, un po’ assurda, e la mia famiglia non aveva le possibilità economiche per farmi continuare in maniera autonoma. Mi sono dovuta arrangiare alla meglio, sono andata a lavorare in fabbrica con tutta la delusione del caso per quanto accaduto. La svolta è arrivata per caso, quando un signore appassionato di mountain bike del mio paese che già d’estate ci prestava le bici e ci portava lungo dei percorsi, vide che in sella me la cavavo davvero bene. Un giorno mi chiamò dicendo che aveva un regalo per me e mi diede una rampichino, una delle prime che si vedevano in giro. Da lì è iniziato tutto”.
Tante vite per Paola che dal ’90 inizia un’ascesa incredibile con la sua mountain bike: pluricampionessa italiana, europea e mondiale. In mezzo le Olimpiadi di Atlanta, quelle in cui conquista un oro passato alla storia per due motivi: primo è quello del debutto ai Giochi per il cross-country e secondo perché Paola entra nelle case degli italiani come la ragazza della porta accanto, quella che ce l’ha fatta per davvero e ha fatto tutto da sola.
“Eh, già. Mi sono davvero dovuta arrangiare, ma ce l’ho fatta. Quando ho cominciato con la mountain bike lavoravo in fabbrica e avevo poco tempo per allenarmi, poi sono passata alle poste dove facevo il turno di notte e lì riuscii già ad organizzarmi meglio, visto che l’orario mi permetteva più ore da dedicare allo sport. Con i soldi che guadagnavo lavorando mi pagavo l’aereo e andavo a confrontarmi oltreoceano con le atlete americane che erano decisamente più avanti come stile e tecnica. Fino al mondiale del ’93 la mia vita è stata questa, lavoro-allenamento-casa e viceversa. Quando ho vinto il titolo è cambiato tutto, già il lunedì successivo c’era il Team Gary Fisher che mi propose un contratto da professionista che mi permetteva di dedicarmi alla bici a tempo pieno. È stata davvero dura, ma io sono una di quelle che quando si mette in testa una cosa non demorde, non molla proprio. La forza di volontà, i sacrifici e, probabilmente, la tenacia della montanara, mi hanno aiutata nei momenti più difficili e poi io volevo andare alle Olimpiadi, era il mio sogno come ti ho detto, e ci sono arrivata con la mountain bike anziché con gli sci. La bici mi ha anche permesso di girare il Mondo, vedere tanti posti che probabilmente con lo sci di fondo non avrei mai visitato e conosciuto. A Sydney c’era un caldo bestiale e l’umidità era ancora peggio, ho fatto una gara di tecnica e testa che mi ha portata fino all’oro finale su un percorso davvero selettivo. Peccato che di quella fantastica impresa ci si ricordi più della mia scollatura che del mio trionfo in sé, però mica è stata voluta. Si bruciava e quello era l’unico modo per sopportare quel caldo insopportabile”.
La Pezzo mica si ferma qua, però. Il 1997 diventa quello che verrà ricordato come l’anno d’oro di Paola: vittoria in coppa del mondo e titolo mondiale. Proprio in coppa dimostra uno strapotere senza eguali con ben otto vittorie sulle dieci prove disputate. Con quel doppio successo diventa anche l’unica, insieme alla straordinaria norvegese Gunn-Rita Dahle, a realizzare il clamoroso triplete. Tutto in poco più di un anno.
“Te l’ho detto che sono testarda, no? Quando vinsi le Olimpiadi il mio obiettivo successivo fu da subito quello di conquistare la Coppa del Mondo, l’unica cosa che ancora mi mancava. Non è stato affatto facile quel periodo post olimpico, perché il risalto che avevo ottenuto mi prendeva tanto tempo che dovevo sottrarre alla bici. A un certo punto ho detto basta, mi sono messa in testa di allenarmi perché ci tenevo a raggiungere quel traguardo. È stato un anno molto tosto con dieci prove di Coppa e poi un altro Mondiale al quale, sinceramente, pensai anche di rinunciare visti i tanti impegni. Alla fine, mi sono convinta e ci sono andata ed è arrivato un altro oro iridato a completamento di un anno tanto faticoso, ma altrettanto ricco di soddisfazioni”.
E se riuscirci una volta è un conto, all’apice di una carriera cominciata davvero tardi, riconfermarsi significa, invece, realizzare qualcosa di quasi impossibile. Eppure, il 23 settembre 2000 arriva il bis olimpico a Sydney, quello caratterizzato da una battaglia senza esclusione di colpi con Margarita Fullana e del meraviglioso arrivo di Paola che sventola la bandiera italiana.
“Quel 2000 è stato veramente lungo e quando sono arrivata a Sydney non pensavo francamente di potermi riconfermare. C’erano atlete molto più giovani che stavano emergendo e con una stagione tanto dispendiosa pensavo francamente di essere da podio, ma non da vittoria finale. Quattro anni in più pesano con la mountain bike, ma la preparazione era andata veramente bene e mi ero anche abituata prima di partire al fuso orario che nello sport influisce e non poco. Quando sono stata là, mi sono trovata al confronto con atlete più giovani che sono partite veramente forte e mi hanno messa in difficoltà. l’esperienza e, appunto, il migliore adattamento sono state le armi che mi hanno permesso di recuperare metro dopo metro. Il momento topico è stato il sorpasso alla spagnola Fullana, un momento che è giusto descrivere al meglio perché ci siamo trovate appaiate con lei che, probabilmente stanca, sbagliò completamente la traiettoria della discesa e nel tentativo di non cadere si aggrappò al mio body. Io appoggiai un piede per terra, ma andando al doppio della velocità riuscii, a differenza sua, a non scompormi. Era un tratto ripido, nel quale bisognava prestare molta attenzione e arrivare lucidi, perché era davvero un attimo rischiare di compromettere l’intera gara. Io sono rimasta incollata alla bici e ho mantenuto i nervi ben saldi, lei ha perso completamente il controllo ed ha finito per imbarcarsi. Nell’ultimo giro, poi, ha rifatto il medesimo errore che gli è costato anche la medaglia d’argento, segno che aveva proprio dei problemi in quel tratto e che si accentuavano quando si trovava sotto pressione. Il secondo oro olimpico è stato più difficile del primo, perché se ad Atlanta andavo senza alcuna pressione e non ero tra le favorite, diversamente a Sydney avevo tutti gli occhi puntati addosso ed ero quella, nell’occasione, che doveva dimostrare qualcosa più delle altre”.
Il double Atlanta-Sydney è un qualcosa che resta nella storia con Paola che scrive una pagina davvero indimenticabile dello sport italiano e mondiale. Idealmente è anche la fine di quell’epopea che per un decennio l’ha vista dominare in lungo e in largo, ovunque ci fosse una gara di mountain bike e sempre con quel suo sorriso capace di conquistare davvero tutti.
“Dopo Sydney, francamente, avevo bisogno di pensare un po’ a me stessa. Lo sport per me non era tutto e da donna avevo voglia di avere un figlio, crearmi una famiglia. Nel 2002 è arrivato Kevin e, poi, Patrik nel 2008 (Nb entrambi sulla bici anche loro). Avevo voglia di vederli crescere, stare con loro. Sai, il tempo corre veloce e non volevo perdermi i bei momenti della loro vita e così li ho visti crescere. Nel frattempo, comunque, qualcosa come sempre l’ho fatta. Ad esempio, le marathon che sono gare massacranti da cento chilometri nelle quali qualche soddisfazione me la sono presa. Poi, i campionati italiani. Nel 2005, di fatto, ho chiuso come ho iniziato nel 1990, vincendo l’ultimo titolo della mia carriera”.
La storia di Paola, però, non finisce qua perché oggi insegna, cura progetti e scorrazza ancora, quando può, in sella al suo destriero a due ruote. Una vita con e per la mountain bike, senza mai fermarsi, ma chi potrebbe d’altronde arrestare quella forza della natura nata tanti anni fa a Bosco Chiesanuova e capace di arrivare a conquistare per ben due volte l’Olimpo?
“Uno dei miei sogni era quella di portare la mia esperienza ai bambini ed è ciò che faccio con la scuola che porta il mio nome “Paola Pezzo SC Barbieri” nella quale abbiamo circa un centinaio di ragazzi. Insegniamo la base della mountain bike e la tecnica, si va per livelli ed è bello quando arrivano all’ultimo vederli pronti per affrontare autonomamente qualsiasi percorso di montagna. Poi, insegno in una scuola, il Liceo Scientifico Sportivo di Castelletto di Brenzone, dove è obbligatorio portare la vela e la mountain bike. Quando i ragazzi arrivano al quarto anno, ottengono il brevetto per diventare istruttori, un qualcosa che ai miei tempi, sfortunatamente per me, non c’era. Infine, sempre nella zona di Valeggio sul Mincio, a Monte Vento, stiamo creando un’altra scuola che porterà sempre il mio nome e nascerà all’interno di una base militare dismessa. È un progetto ambizioso per il quale, bene dirlo, ci vogliono tanti soldi e come ben sai la mountain bike è fatta in particolare di appassionati. Speriamo questa opportunità avvicini tante altre persone, imprenditori in particolare modo che vogliano investire in questo progetto che ha lo scopo primario di portare tanti giovani a conoscerla e diventare i campioni del futuro”.
Sentire parlare Paola parlare in questa mezz’ora è stato come trovarsi al cospetto della storia della mountain bike. Un’intervista che da anni aspettava di vedere la luce, come un bambino che attende il 25 dicembre impazientemente e incontra direttamente Babbo Natale. Già, perché vi possiamo assicurare che la Pezzo è una di quelle donne che quando la conosci rimani folgorato dalla sua forza di volontà innata. Non ha avuto la strada facile per arrivare al successo, eppure ce l’ha fatta ed è giunta proprio dove voleva lei, tra tante difficoltà e senza darsi mai per vinta. Un grazie a lei per averci dato la possibilità di raccontare la sua storia e alla gentilissima Mary Mattinzioli del Bike Park Barbieri per la preziosa collaborazione.
Foto: Filippo Monteforte per CONI