

Ci sono momenti in cui la vita ti pone davanti ostacoli che sembrano insormontabili e capita anche qualche volta si accanisca in maniera inspiegabile, ma a tutto c’è sempre un perché. Quando poco più di un anno fa, prima delle Paralimpiadi, mi capitò di leggere la storia di Monica Boggioni, francamente, mi chiesi chi fosse il cosiddetto normodotato e chi il disabile tra noi due. Rimasi folgorato dalla tenacia di questa atleta, capace di brillare di luce propria tanto nello sport, quanto nella vita di tutti i giorni. E di Monica abbiamo deciso di raccontare la sua storia, quella che magari tanti non conoscono e che, invece, è l’esempio di come la disabilità sia un concetto davvero relativo.
Questa storia inizia con una bambina, si chiama Monica e nasce affetta da una sofferenza cerebrale che le provoca una diplegia spastica agli arti inferiori e a quindici anni, non bastasse, la situazione peggiora pure quando gli viene diagnosticata una distonia agli arti superiori. Un quadro difficile da affrontare, una strada che inizia da subito in salita. Eppure, la sua vita non si ferma qua, anzi inizia proprio da quella salita. Una via accidentata, non certo facile, ma che la porta a praticare nuoto, a diventare una campionessa paralimpica e a raggiungere traguardi impensabili. D’altronde, come dice proprio lei, l’impossibile non esiste.
“Eh sì, sono nata con una patologia particolare che, purtroppo, nel corso degli anni è evoluta e non ha certo migliorato la situazione, anzi. Il nuoto è entrato presto nella mia vita, quando avevo appena due anni come terapia consigliata dai medici in quanto l’acqua mi permetteva di muovermi meglio vista l’assenza di gravità. Questa leggerezza che provavo in vasca mi ha sempre fatto vivere il tutto positivamente, come un gioco e non come un qualcosa che dovessi fare per un obbligo. Dopo il primo intervento, all’età di cinque anni, ho cominciato a fare i corsi di nuoto che fanno tanti altri bambini, insieme ai normodotati. La svolta è arrivata quando avevo dodici/tredici anni perché volevo fare agonismo, volevo confrontarmi con me stessa e con gli altri, farlo diventare uno sport vero e non più solo una terapia. Era la fine del 2013 quando incontrai Giulia Bellingeri che mi disse come suo padre Davide stesse creando un progetto sportivo rivolto all’attività paralimpica, “Nuota con Noi”. Detto fatto, mi sono subito iscritta e da lì è partito tutto”.
A partire dal 2014 non si ferma più: diventa più volte campionessa italiana, stabilisce record mondiali e, infine, vince anche la Coppa del Mondo. Nel 2017 ai Mondiali di Città del Messico arriva una svolta con la convocazione in nazionale e questo, oltre tutto, dopo il peggioramento delle sue condizioni. Ed è lì che Monica comincia a scrivere la sua pagina di sport con risultati in crescendo fino ad arrivare alle Paralimpiadi di Tokyo 2020.
“Diciamo che a mano a mano che crescevano le difficoltà, prendevo anche maggiore coscienza dei miei mezzi. Questo è avvenuto anche grazie alle persone che mi sono state vicine, come la mia famiglia e tutti quelli che mi circondavano: allenatori, preparatori e medici. Tutti mi spronavano e credevano in me. È stato un percorso lungo che mi ha vista, a seguito del peggioramento della patologia, cambiare anche categoria mettendomi di fronte nuove sfide e gareggiare con nuovi e agguerriti avversari”.
E se in vasca Monica vince, fuori stravince. Negli studi arriva alla maturità classica con il massimo dei voti, poi si iscrive all’università e qua, nel 2020, conquista la medaglia più importante, la laurea triennale in Biotecnologie. Voto? Il massimo anche qua, naturalmente. Un percorso di studi strepitoso che dimostra ancora una volta quanto sia forte lo spirito di abnegazione della giovane pavese. Mica si accontenta, però, e nel 2023 aggiunge al suo curriculum di studi anche la laurea magistrale e questa volta la prende sì con il massimo dei voti, ma anche con la lode. Difficoltà ce ne sono state tante e ce ne saranno sempre, ma pure con qualche spina la carriera da studentessa di Monica inarrestabile, proprio come lei.
“Guarda, ti dirò la verità come la dico anche quando faccio incontri a scuola. Tutto sommato il percorso scolastico è stato problematico solo alle elementari, dove l’ambiente non mi ha permesso una vera inclusione. Sai come vanno queste cose, quando si giocava mi dicevano che non mi volevano in squadra perché con me si perdeva e cose di questo genere, quelle che alla fine lasciano brutti ricordi, ma è stato solo un passaggio. Venivo, fortunatamente, da un ambiente familiare in cui la disabilità non veniva percepita, per farti un esempio mio fratello che è mio coetaneo ha sempre cercato qualsiasi modo per giocare con me e coinvolgermi in ciò che faceva lui. Quelli se vogliamo sono stati gli anni più difficili, ma poi tutto è cambiato. Già alle medie, e successivamente al liceo, avevo la mia cerchia di amici e tutto era profondamente diverso, l’unico problema che ho avuto in quegli anni è stata la distonia, ma l’abbiamo affrontata e il mio percorso di studi è stato lineare. Dopo il liceo classico avevo bene in mente cosa volevo fare. Mi affascinava la genetica, lo studio del DNA e per questo ho scelto il percorso di Biotecnologie all’Università di Pavia che ho proseguito con la specializzazione medica. Quest’ultima, mi ha permesso durante il tirocinio per la tesi di studiare la sindrome di Joubert, la cui ricerca è finanziata da Telethon. Mi occupavo, usando parole semplici, di analizzare il DNA dei bambini affetti da questa malattia genetica rara cercando di trovare la mutazione causativa della patologia e studiando anche eventuali nuove mutazioni. Non è stato facile incastrare il tutto, anche perché mi sono laureata prima della mia entrata nelle Fiamme oro, quando tra studio e nuoto il tempo era veramente poco. Però, vedi, io sono una con la testa dura che quando si pone un obiettivo non demorde facilmente”.
Frattanto, dopo Tokyo, ci sono i Mondiali e poi gli Europei. Un’altra pioggia di medaglie che arricchiscono un palmares già strepitoso al quale, però, manca ancora un tassello: l’oro paralimpico. Detto fatto, ai Giochi di Parigi 2024, dopo cinque bronzi complessivi conquistati prima in Giappone e poi in Francia, arriva anche quello.
“Il primo oro e anche la prima vera Paralimpiade perché a Tokyo, purtroppo, non c’era il calore del pubblico a causa della pandemia. A Parigi, invece, ho vissuto qualcosa di nuovo e quando è arrivata quella vittoria sono passata dal vuoto dell’aver finito la gara al boato del pubblico e all’inno italiano che risuonava accompagnato dalla voce di tanti che lo cantavano a squarciagola. Arrivare a quell’evento e vincere, poi, è stato anche il completamento di un percorso, perché per me i Giochi sono quel momento in cui tutti i sacrifici e gli allenamenti trovano il loro perché e vengono ripagati. Appena un anno prima ero entrata nel Gruppo Sportivo delle Fiamme Oro e questo sicuramente mi ha dato la tranquillità per prepararmi al meglio per Parigi. Quando ho prestato giuramento mi ero appena laureata e mi trovavo di fronte a un bivio, tra la carriera di atleta e la necessità di conciliare gli allenamenti e l’impegno nello sport con il lavoro. L’ingresso in Polizia mi ha dato la possibilità di non dover prendere una decisione drastica e poter continuare serenamente il mio percorso di crescita sportiva”.
La Boggioni arriva fin sul tetto dell’Olimpo e lo fa con prestazioni altisonanti che dimostrano come la disabilità sia un concetto molto relativo. Già, solo per alcuni però, perché per tanti le prestazioni degli atleti paralimpici vengono ancora oggi in secondo piano rispetto all’aver superato un limite fisico, viene, insomma, posta davanti a tutto la disabilità rispetto all’impresa.
“Facciamo una doverosa premessa. Ognuno di noi è diverso, inutile dire che siamo tutti uguali perché non è assolutamente vero. Il fulcro della questione è con quali occhi si guardano le differenze tra persona e persona, cosa che vale anche per la disabilità. Occorre fare chiarezza, perché come esseri umani siamo tutti uguali e questo è indubbio, ma siamo anche diversi, con caratteristiche e qualità proprie. Quello che non bisogna fare è cadere nella commiserazione per l’atleta o per la sua storia strappalacrime, ma imparare ad apprezzare quello che ha fatto, il suo percorso e guardare con occhi critici rendendosi conto delle difficoltà maggiori che lo hanno portato a dare ancora di più per raggiungere un traguardo sportivo. La cosa primaria non è paragonare un’Olimpiade a una Paralimpiade, sarebbe folle volerlo anche solo pensare, ma che una persona quando guarda l’atleta disabile non si fermi alla sua menomazione o a cosa lo ha portato a quest’ultima, ma apprezzi la sua prestazione e comprenda quanto ci sia dietro”.
Rispetto anche solo a vent’anni fa il mondo, fortunatamente, è ampiamente evoluto e affronta la disabilità con occhi diversi. Oggi, però, ancora tante famiglie non sanno che ci sono possibilità come quella di praticare il nuoto, come accaduto per Monica, e tanti altri sport. Regna, ancora, una certa ignoranza in merito ed è bene che questo muro cada definitivamente con lo sport che può essere l’arma migliore per abbatterlo una volta per tutte.
“Intanto, bisogna parlarne, far conoscere lo sport paralimpico a partire dalle storie che porta con sé ogni atleta, raccontarlo. Poi, fare conoscere le attività, i progetti e i percorsi che ci sono, come ad esempio nel mio piccolo lo stesso “Nuota con Noi” che in prima persona ho conosciuto e vissuto, quello che mi ha portata fino a dove sono arrivata oggi. Bisogna imparare a comprendere la disabilità per quella che è e altrettanto le abilità che con essa possono emergere. Tanti genitori temono la disabilità e tengono i propri figli sotto una campana di vetro, quando in realtà è la cosa più sbagliata che possano fare. La devono conoscere, affrontare e solo così potranno capire che non c’è nulla di sbagliato o da nascondere, è una vita che vale cento come quella di tutti e che merita di essere vissuta al massimo”.
L’atleta delle Fiamme oro si è raccontata senza filtri, parlando a tutto campo di quella vita tanto irta di ostacoli ma allo stesso tempo dalla quale ha saputo trarre il meglio. Ci ha dimostrato come le sfide facciamo parte del gioco e come il non scendere in campo significhi partire già sconfitti, senza nemmeno provarci. La storia di Monica Boggioni è quella di chi ha saputo affrontare le difficoltà, dimostrando a tutti dove possa portare una forza di volontà incrollabile, quella che può portare tanti altri ragazzi a raggiungere i propri obiettivi e, perché no, magari anche il tetto dell’Olimpo. L’impossibile non esiste, ricordatelo sempre. Grazie Monica, grazie di esistere e non cambiare mai.
Foto: Monica Boggioni morde il bronzo appena conquistato nei 200 stile libero S5 ai Giochi Paralimpici di Parigi 2024Credit Foto Getty Images. Da sito Eurosport