

INTERVISTA DI DAVIDE LUGLI
Tokyo, 6 agosto 2021. Antonella Palmisano da Mottola si invola con il tricolore legato al collo verso l’oro olimpico della 20km di marcia. È proprio il giorno del suo trentesimo compleanno quando l’atleta delle Fiamme Gialle emoziona il Mondo intero e colora di azzurro il cielo del Giappone. Nelle case degli italiani entra l’immagine di lei avvolta orgogliosamente nella bandiera italiana con, tra i capelli, l’iconico fermaglio, il fiore portafortuna fatto a mano da mamma Maria. Una meravigliosa pagina di sport scritta da Nelly, la ragazza partita dalla Puglia che ha marciato fino al Giappone per varcare i cancelli dell’Olimpo.
Partiamo dalla fine. Quest’anno è arrivato uno splendido argento mondiale nella 35km di marcia con il quale hai dimostrato ancora una volta quanto la tua forza di volontà sia intatta, nonostante dopo Parigi te ne abbiano dette di tutti i colori. Qual è il segreto della tua incrollabile caparbietà?
“Sicuramente in primis c’è la voglia di non accontentarsi mai. Tante persone, dopo Tokyo, mi hanno chiesto cosa mi spingesse ancora ad andare avanti dopo che avevo raggiunto il massimo a cui un atleta può ambire. Figurati dopo Parigi, quando sono emersi tanti interrogativi, ma con intatta la volontà di andare avanti, provarci ancora. Ecco, la voglia, quella fame agonistica, non è mai venuta meno. In questo mi ha aiutata anche Maria (Perez) che mi ha spronata a continuare e, poi, chiudere con una gara del genere sarebbe stato un qualcosa che non mi sarei mai perdonata. Se un domani chiuderò la mia carriera, lo farò con il sorriso e non con l’amaro in bocca”.
Facciamo un bel salto indietro, agli inizi. Come è cominciata la tua storia con la marcia?
“Guarda, in realtà non ho avuto la fortuna di provare altre discipline nel contesto in cui vivevo, ma ho avuto quella di incontrare Tommaso Gentile, il mio primo allenatore, appassionato sia di marcia che di gare di velocità. In queste ultime non ero portata, come non lo ero con la pallavolo con la quale, comunque, tentai un approccio pur con scarsi risultati. Non c’erano tante strutture nella realtà di Mottola, dove sono nata, e non ce ne sono nemmeno ora a dire il vero, però la marcia era un qualcosa che si poteva fare ovunque con i dovuti se e ma. Tentai e pochi mesi dopo vinsi il titolo italiano di categoria; la marcia era un qualcosa che mi veniva naturale e mi bastava poco per allenarmi. Diciamo che io e la marcia ci siamo incontrate ed è stato amore a prima vista”.
Il 6 agosto 2021 proprio il giorno del tuo trentesimo compleanno, che è passato decisamente in secondo piano, sei diventata campionessa olimpica a Tokyo. Cosa ricordi di quell’impresa?
“Beh, ricordo molto bene la notte prima perché aveva appena vinto la sua gara Massimo Stano e la sua impresa era ancora viva nella mia mente. Non dormii praticamente nulla, ma in quel poco sognai di vincere anche io la stessa gara e ancora oggi, a distanza di anni, dico sempre che non ho chiuso occhio ma mi svegliai contenta, felice. Avevo una paura assurda che poi, comunque, ho trasformato in adrenalina perché ci credevo davvero e le aspettative erano alte. Venivo da un infortunio, un mese prima delle Olimpiadi non sapevo nemmeno se sarei stata della partita e mille dubbi mi assalivano. Sapevo che se avessi partecipato a quella gara avrei dovuto necessariamente puntare in alto e che i tempi erano maturi per arrivare all’impresa. Quando abbiamo deciso di andare ero veramente convinta dei miei mezzi e cosciente che avrei dovuto dare veramente il massimo. Quella gara fu davvero inusuale, perché si andava piano e nessuno pareva volesse prendere l’iniziativa, quando solitamente nella 20km già al dodicesimo chilometro c’è bagarre. Io rimasi attendista fino al quindicesimo poi, quando vidi che nessuno aveva ancora cambiato passo, lo cambiai io e tutto andò proprio come nel mio sogno della notte prima, sola al comando a involarmi verso la vittoria”.
Subito dopo hai attraversato un momento di forte difficoltà a causa di un problema persistente che ti stava fortemente condizionando. Come ti sei ripresa da quel momento e come l’hai vissuto?
“Era qualcosa che mi portavo dietro da tempo e che è anche stato oggetto di un intervento, post giochi giapponesi, al Rizzoli di Bologna. In soldoni, trovarono una fibrosi che ostruiva il nervo sciatico e che non mi permetteva il controllo della gamba, come una sciatalgia ma molto più pronunciata. Anche dopo quell’operazione, e un lungo periodo di riabilitazione che mi tenne fuori per tutto il 2022, non avevo risolto del tutto il problema che persisteva seppur in maniera molto meno marcata rispetto a prima. Il problema è che non puoi fare un’attività fisica come la marcia se perdi continuamente l’appoggio e con Cristian Bruno, il fisioterapista, e mio marito Lorenzo Dessi, che era nel frattempo diventato il mio allenatore, decidemmo di tentare una strada diversa lavorando di più sulla forza. Quella fu la svolta, perché grazie a quel cambio di strategia dal 2024 non ho più avuto problemi sotto questo punto di vista. È stato un rischio, ma dovevo correrlo. Quel momento l’ho vissuto davvero male, sono finita in depressione perché dopo aver vinto un oro olimpico non riuscivo a trovare una soluzione a quel problema, eppure, nonostante tutto, nel 2023 al Mondiale ero comunque arrivata terza e questo senza poter spingere al massimo. In quel frangente mi pesava ancora di più quella situazione, perché se in quelle condizioni ero arrivata a medaglia ero cosciente che avrei potuto anche dare di più, ma non ci riuscivo. In quel contesto, le Fiamme Gialle sono sempre state al mio fianco, come all’inizio quando mi hanno permesso, vista la quasi totale assenza di sponsor nella nostra disciplina, di diventare un atleta di altissimo livello. Tante volte si pensa che ringraziamo il Gruppo Sportivo tanto per, ma nel mio caso non posso che essere grata per quanto hanno fatto e dato nei miei confronti. Ho avuto una carriera costellata di infortuni e lungo questo percorso non è mai venuto meno il loro supporto, anche nei momenti più difficili e quando tutto sembrava perduto”.
Dal 2017 al 2025 hai vinto tante medaglie pesanti. Eppure, sembra che ogni volta il Mondo resetti tutto e l’atleta, colui il quale ha portato lustro ai colori italiani, venga dimenticato. Come è possibile e perché accade?
“Partiamo da un presupposto, la marcia è sempre stata un bacino di successi per l’Italia. Sminuire quelle vittorie, dando magari risalto a discipline più altisonanti, ritengo sia ingiusto e ci fa passare sempre come figli di uno sport minore. Non è una polemica fine a sé stessa, bensì un voler dare il giusto riconoscimento anche alla marcia, magari dandole in futuro più visibilità e in tutto ciò la mia intenzione è quella di mettermi a disposizione della Federazione perché ciò accada, dando il mio pieno contributo. Se c’è un modo per dare nuovo smalto ben venga, parliamone. Abbiamo due campioni olimpici in attività, eppure in Italia non si vede mai una gara, nemmeno al Golden Gala che organizziamo noi diamo questa possibilità e così viene meno la cultura della disciplina. Io sono andata nelle scuole, ho portato avanti un progetto che facesse conoscere la marcia e il mio stesso Gruppo Sportivo ogni anno avvia ragazzi allo sport perché fa bene, aiuta a crescere, e non parlo necessariamente nella mia disciplina, ma allargo il discorso in maniera molto più generale. Se, però, dimentichiamo sempre gli sport cosiddetti minori e non facciamo girare gli atleti che hanno contribuito a fare grande l’Italia è impossibile che ci si possa appassionare, perché non si conoscono gli attori e nemmeno le discipline. Ciò che mi chiedo, e ripeto senza voler far polemica alcuna, è come mai quando si fa un bilancio di una manifestazione importante la marcia e altre discipline vengano sempre tenute in secondo piano o, peggio, siano proprio dimenticate? Ritengo semplicemente non sia giusto, perché così si vanificano i sacrifici di tante persone che dedicano la propria intera vita allo sport”.
Un passato da protagonista e un futuro ancora tutto da scrivere. Cosa vorresti ancora dalla tua vita sportiva e hai già in mente cosa vorresti fare dopo?
“Il mio obiettivo è quello di arrivare a Los Angeles e finché riesco a stare lì davanti, tra le migliori, ovvio come il mio pensiero sia rivolto a dare sempre il massimo e cercare di fare del mio meglio in gara. Poi, arriva il tempo per tutto e quando non ci riuscirò più tirerò le somme. Francamente non credo, nel prossimo futuro, riuscirei mai a stare dietro a una scrivania e in questo senso, anzi, mi piacerebbe potermi occupare ancora della marcia e di tutti gli sport minori dando il mio personale contributo. Non è mia intenzione salutare, appendere le scarpe al chiodo e dire è stato tutto meraviglioso, senza lasciare anche una bella eredità sportiva”.
Mentre editavo le parole di Antonella mi è capitato di ripensare a quel giorno a Tokyo, quando la vidi in televisione involarsi verso la vittoria con la bandiera tricolore, poi persa durante gli ultimi metri, legata al collo. Ricordo come fosse ieri l’emozione che trasmise, l’orgoglio che portò con sé dentro le case di tutti gli italiani e quelle lacrime di chi aveva coscienza di aver scritto una pagina di storia per lo sport italiano. Indimenticabile o, forse, no? Dimenticare quei due giorni in cui Massimo e Antonella entrarono nella storia delle Olimpiadi e nella leggenda dello sport italiano è impossibile. Chi lo ha fatto, e lo fa ancora, molto semplicemente non è un appassionato di sport e non ha mai meritato di vivere quei momenti. Questo, per chi scrive, è l’unico dato di fatto, perché dimenticare la marcia e i suoi protagonisti che tanto ci hanno fatto tanto gioire e sognare in tutti questi anni, resi orgogliosi di essere italiani nel Mondo, è qualcosa di assolutamente impensabile.
FOTO: CREDIT Chiara Montesano