

INTERVISTA DI DAVIDE LUGLI
È l’ora di pranzo del 5 agosto 2024 e in quella torrida giornata i canali televisivi che seguono i Giochi di Parigi si posizionano tutti sulle finali individuali di ginnastica artistica. Qualche giorno prima, il 1° agosto, le fate italiane erano salite sul secondo gradino del podio nella prova a squadre, un qualcosa che non accadeva da 96 anni ed esattamente dalle Olimpiadi di Amsterdam del 1928. In pedana, nella finale della trave, ci sono addirittura due italiane: Alice D’Amato e Manila Esposito. Entrambe sono artefici di prove che lasciano a bocca aperta con la ligure che sfodera una prestazione da storia, quella che di lì a poco la porterà dove nessuna italiana è mai arrivata. L’oro olimpico di Alice entra nella leggenda – con Manila splendido bronzo – ed è quell’allora ventunenne di Genova che oggi abbiamo raggiunto per ripercorre con lei quella magnifica scalata verso l’Olimpo.
Sorelle gemelle – Alice e Asia – entrambe ginnaste e campionesse. L’inizio in quel di Genova, poi il trasferimento a Brescia. Come è iniziata la vostra carriera?
“Tutto è iniziato con la danza, quando avevamo tre anni. Con l’acrobatica è arrivata la svolta, perché i nostri insegnanti si resero conto di capacità innate che noi al tempo non comprendevamo appieno. Dissero ai nostri genitori di abbinare alla danza anche la ginnastica artistica, giusto per vedere come andava. Non era una disciplina sconosciuta in famiglia, considerato che papà aveva fatto ginnastica e nostro zio era allenatore. Fu amore a prima vista per entrambe. Ci dividevamo tra l’una e l’altra, fino a che non subentrò la possibilità dell’agonismo in entrambe e scegliemmo di proseguire con la ginnastica e con l’Andrea Doria con la quale rimanemmo fino agli undici anni. Le qualità c’erano e la caparbietà anche, decidemmo così di trasferirci a Brescia dove c’è il Centro Tecnico Federale e dove potevamo puntare a un livello sempre più alto”.
Tu e Asia siete arrivate a traguardi importanti e ad avere un palmares invidiabile. Come si arriva a certi livelli?
“Premesso che il talento ci deve sicuramente essere, da solo, però, non basta. Senza il lavoro, la dedizione e tanta forza di volontà, non si arriva da nessuna parte. È un percorso difficile, ancora oggi quando penso alla strada che abbiamo percorso io e mia sorella mi rendo conto come la nostra sia stata davvero una scelta coraggiosa che ci ha portate lontane dalla nostra famiglia e messo davanti a difficoltà che, passo dopo passo, abbiamo affrontato. Questa è stata anche la nostra forza, eravamo in due e una tirava l’altra. Alla fine siamo cresciute insieme sia dal punto di vista umano che sportivo”.
La trave, con il quale hai sempre avuto un rapporto di amore e odio, quella che alle Olimpiadi di Parigi è diventata il mezzo per raggiungere la cima dell’Olimpo. Cosa ricordi di quel giorno in cui hai scritto la storia della ginnastica italiana?
“Vero quello che dici, ma io sono una di quelle persone che insiste finché non riesce e con la trave è andata proprio così. Quel giorno, però, è stato letteralmente assurdo perché io non pensavo nemmeno di arrivare a medaglia, figuriamoci l’oro. Eravamo partite con l’obiettivo di centrare la medaglia a squadre e pensando che tutto il resto sarebbe stato un qualcosa in più. Mi sono trovata qualificata a cinque finali – un record condiviso con altre poche elette nella storia – e dopo l’argento con le mie compagne ho vissuto tutto come uno splendido sogno. Dopo il quarto posto nell’individuale pensai che l’unica possibilità di medaglia potesse arrivare dalle parallele. Invece, in quella gara dove mi sentivo forte non è andata come speravo e non per demeriti miei, bensì per una concorrenza davvero tosta che ha dato vita a una competizione di altissimo livello. Quando è arrivato il giorno della finale alla trave per me era già un successo esserci e ho pensato solo a fare del mio meglio. Non avevo pressione, tutto è venuto in maniera davvero naturale. È stato un successo per me, per il mio Gruppo Sportivo delle Fiamme Oro e per tutti quelli che, anche davanti alle difficoltà, non mi hanno mai fatta sentire sola”.
Subito dopo quello storico oro hai dedicato immediatamente un pensiero a una persona speciale, sia per te che per tua sorella Asia. Quella che più di tutte, senza dubbi, ha sempre creduto in voi.
“Papà è sempre stato molto presente nella nostra vita. Non si perdeva una gara e se avevamo bisogno lui c’era sempre. Anche negli ultimi tempi, in cui la malattia stava prendendo il sopravvento, non ci ha mai fatto mancare il suo supporto. Per noi non vederlo più alle nostre gare, sapere che stava male, è stato difficile, una sofferenza. È stato un papà speciale e quella medaglia d’oro è più sua che mia, per tutto ciò che ha rappresentato nella mia vita e in quella di mia sorella”.
Dall’Olimpo al ritorno alla vita di tutti i giorni. Una vita, però, assai diversa da quella che conoscevi e con più spine che rose. Sei stata catapultata in un qualcosa di più grande di te che ha rischiato di toglierti quella voglia, quel desiderio, quel tuo essere semplicemente l’Alice di tutti i giorni.
“Troppe cose in troppo poco tempo, purtroppo. Dopo una vita dedicata solo allo sport, ho finalmente visto anche il Mondo fuori e mi sono trovata veramente bene in quel nuovo contesto. Ad un certo punto, però, sono nati tanti dubbi. Mi sono chiesta tante volte se la vita che avessi fatto fino a quel momento fosse veramente ciò che volevo continuare a fare. Prima, non ero mai uscita dalla mia confort zone, conoscevo solo quella vita, mentre in quel momento ne ho vista un’altra, altre possibilità che mi hanno letteralmente fagocitata. Ad un certo punto, ci ho pensato seriamente: volevo smettere con la ginnastica. È stato un vortice improvviso, una spirale che mi stava trascinando e nella quale mi sono trovata senza volere, non l’ho chiesto io. Quando mi sono resa conto che mi stavo facendo del male, ho chiesto aiuto e invito chiunque a farlo se dovesse trovarsi in una situazione analoga. In quel momento, non capisci cosa ti sta accadendo, ti allontani da tutto e da tutti, vivi come in una bolla che sul momento ti piace, ma che ti sgretola a poco a poco. Per uscirne devi fare una riflessione profonda, avere una gran forza di volontà. Poi, chiaramente, non ti dico che quel momento non fosse bello, anzi, ma è stato tutto troppo concentrato e in troppo poco tempo”.
Oggi, passati i Giochi e quel periodo caratterizzato da mille dubbi, sei finalmente tornata con una splendida prestazione agli ultimi italiani. Come ti senti ora?
“Non ho ancora riacquisito quella serenità che avevo un anno fa, prima delle Olimpiadi. Sia sportivamente che mentalmente so che ho ancora tanta strada da fare, ma almeno sono più serena. Agli italiani avevo tanta voglia di rimettermi in gioco, ma per me stessa e non per dimostrare qualcosa agli altri. Quel che sto facendo è per Alice, per tornare ad essere quella che sono sempre stata, perché ho ancora tanto da dare e voglio dimostrarlo, prima di tutto, proprio a me stessa”.
Dietro ogni atleta c’è una storia, ci sono sacrifici e momenti nei quali le difficoltà sembrano montagne da scalare. Nel parlare con Alice – più di una volta – ci siamo trovati a riflettere con lei di quante prove la vita le abbia posto lungo la sua strada, prima di arrivare a quel giorno di agosto e an che dopo. Ostacoli, sofferenze e anche quando arriva il successo – come nel suo caso – ti accorgi quanto questo percorso possa di colpo svuotarti e farti sentire, mai come prima, davvero solo. L’atleta del Gruppo Sportivo Fiamme Oro ha dimostrato più di una volta di essere una campionessa, una ragazza di quelle toste per davvero, una che non si arrende mai. La caparbietà non ti manca Alice, prendi quel libro che ha tante pagine vuote e continua a scrivere la tua leggenda e grazie per quella che hai scritto finora.
Foto: Da FEDERGINNASTICA.IT