

Intervista di Davide Lugli
Dopo la meravigliosa epopea di Alessandra Sensini ai Giochi, quattro medaglie tra le quali spicca l’oro di Sydney 2000, il 3 agosto 2024 giunge il momento per la cagliaritana Marta Maggetti di raccogliere l’ideale testimone della campionessa toscana. Quella mattina, nelle acque di Marsiglia, la ragazza cresciuta sulla spiaggia di Poetto in sella alla sua tavola si supera, recupera l’iniziale svantaggio e si invola verso quel traguardo che significa oro olimpico. Un sogno che diventa realtà per l’atleta del Gruppo Sportivo delle Fiamme Gialle, quello cullato fin da bambina quando desiderava solamente una cosa: superare sé stessa.
Leggendo la tua storia sappiamo che l’amore per il windsurf è sbocciato su una spiaggia della tua Cagliari. Come è iniziata questa avventura?
“Inizio con una doverosa premessa – spiega Marta – in quanto sono sempre stata una persona molto solitaria e anche nello sport mi sono resa conto da subito come un percorso di squadra non facesse per me. Ho iniziato con la vela grazie alla passione per il windsurf di papà e – più in generale – per la vela di mia mamma. Da bambina andavo al Poetto con loro e proprio lì nacque un bel sodalizio di 10/15 bambini con i quali iniziai a praticare un po’ per gioco. A dir la verità, al tempo, cominciai anche a giocare basket con il quale, però, emerse un problema di fondo, perché io ero molto individualista e avevo bisogno di confrontarmi in primis con me stessa, in maniera magari anche egoistica. Per questo virai – verbo più appropriato non c’è – su uno sport individuale, dove se qualcosa non fosse andato per il verso giusto, sarei stata solo io a dover comprendere i miei errori”.
Hai vinto tanto, sin dalle prime battute hai evidenziato un talento incredibile. Qual è stata la sliding door della tua carriera?
“A livello giovanile andai molto bene arrivando a vincere tre titoli mondiali. Poi, è arrivato quel momento in cui dovevo decidere che cosa fare perché la vela è uno sport molto costoso e la mia famiglia non aveva le possibilità per mandarmi in giro per il mondo a gareggiare. In questo frangente, pur con i miei buoni risultati a livello giovanile, arrivai a diciotto anni con il rischio concreto di dover smettere. Fu in quel momento che le Fiamme Gialle, diventate poi una seconda famiglia per me, dimostrarono di voler credere nel mio progetto e nella mia carriera. Non fosse stato per loro – evidenzia e ribadisce – quasi certo che avrei smesso”.
La vela nel corso degli anni è cambiata e tu, come tanti, altri ti sei dovuta reinventare. Cosa c’è di diverso oggi rispetto al passato?
“Con il Foil, la preparazione e il windsurf sono cambiati. Se prima l’allenamento era prettamente aerobico, oggi ho la necessità di mettere su massa, fare più cardio. Non sempre il mio corpo risponde bene, anzi, e spesso mi trovo ad affrontare il mio stesso organismo che non accetta questo cambiamento, i ritmi, l’alimentazione. Capita che ci si possa anche ammalare con più facilità perché questa “imposizione”, necessaria per poter gestire al meglio la tavola, genera un corto circuito e il fisico reagisce a tutela di sé stesso. Gli allenamenti oggi sono molto più fisici di un tempo e la preparazione è molto più tosta, oltre ad essere più improntata ancora di più al lavoro in palestra che in acqua”.
Il quarto posto di Tokyo, poi la vittoria nel mondiale del 2022. Le premesse per Parigi erano buone o, forse, no?
“Dopo il quarto posto di Tokyo ho dovuto rivedere un po’ tutto – prosegue Marta – perché pur arrivando al titolo iridato proprio l’anno successivo non mi sentivo bene, non ero più nella mia confort zone, mi sono sentita di dover ripartire da zero o quasi. Subito dopo quel mondiale, insomma, pur vincitrice mi sono trovata a dover riavvolgere il nastro e se da una parte è stato un enorme vantaggio, perché non sentivo alcuna pressione su di me per i giochi francesi ed ero molto serena, dall’altra mi ha portata a Parigi senza un piano preciso e, a dirla tutta, ad affrontare quell’esperienza a fari spenti. Quando dico che è stato un successo inaspettato, tanti dicono che ci ero arrivata dopo il mondiale conquistato appena due anni prima. Non sanno, però, che in quel triennio, tra Tokyo e Parigi, ho avuto tanti momenti difficili e per questo non pensavo certamente di poter ambire addirittura all’oro”.
Per tanti atleti, dopo i fasti di Parigi, sono arrivati dei contraccolpi che hanno segnato in positivo o negativo il loro percorso. Cosa ne pensi?
“Riprendo il discorso appena interrotto in quanto, ahimè, nemmeno io sono stata esente da ripercussioni. Purtroppo, dopo le Olimpiadi, e pur non avendo pressioni mediatiche importanti, qualcosa si è rotto. Le cause sono tante e mi sono resa conto per prima che qualcosa non andava già a luglio di quest’anno, quando ai mondiali ho preteso da me stessa di ripetermi, un qualcosa che non avevo mai fatto prima. È andata male e in quel frangente ho realizzato come le grandi aspettative fossero tutte nella mia testa e mi avevano bloccato, non ero più serena, eppure pretendevo da me stessa un qualcosa che non era, in quel momento, nelle mie corde. Questo, lo evidenzio, perché quelle grandi aspettative erano solo perché avevo vinto a Parigi. Un concetto magari difficile da comprendere, ma è un po’ come quando sei cosciente di esserti allenata bene e ti aspetti un bel risultato, mentre io sapevo che qualcosa non andava, eppure ero ugualmente convinta dovesse arrivare un buon risultato e sai perché? Semplicemente, perché avevo vinto un anno prima. Un’aspettativa estremamente sbagliata, almeno sotto questo punto di vista”.
Sei giovane e hai un talento indiscutibile che siamo sicuri ti permetterà di rialzarti anche questa volta. Tra meno di tre anni, tra l’altro, ci saranno ancora le Olimpiadi. Ci stai già pensando?
“Certo, vorrei arrivare a Los Angeles e arrivarci, soprattutto, motivata. Non ti dico ora che vorrei ripetermi, perché in questo momento sto pensando solo a tornare la Marta che ho sempre conosciuto e che non si è mai arresa. Se guardo indietro vedo un percorso in cui ho stretto i denti, mi sono sacrificata e ho sofferto per arrivare a certi risultati, mentre oggi mi sento davvero svuotata. A volte è davvero difficile rimontare in sella e ti passa anche la voglia di farlo quando ti capita più e più volte, ma a un’Olimpiade è un traguardo importante e voglio arrivarci con la giusta mentalità e serenità, quelle cose che da qua al 2028 ho intenzione di riprendermi”.
Il successo alle Olimpiadi, poi il buio. Marta si è raccontata senza tanti giri di parole, ci ha spiegato perché da sé stessa abbia sempre preteso tanto e come sia arrivata a quel meraviglioso oro. La sua umiltà è pari, forse, solo a quella solitudine di cui ci ha parlato all’inizio della nostra chiacchierata, quella dei numero uno che tante volte viene citata, ma mai analizzata fino in fondo. Essere un campione nello sport accende luci e riflettori, fa sentire invincibili ma, a volte, nasconde le fragilità che albergano in ognuno di noi. Ciò che riteniamo sia importante è non dimenticare mai che dietro a una medaglia c’è sempre un essere umano, con i propri pregi e difetti e che magari ha limiti che noi non vediamo. Il campione è colui il quale ci fa sentire orgogliosi e Marta Maggetti è una ragazza che incarna perfettamente il senso etimologico del termine. A lei, abbiamo augurato di risentirci dopo Los Angeles 2028, perché ne siamo certi: la sua storia è ancora tutta da scrivere.
FOTO: Clive Mason/Getty Images