

La storia di Oney comincia tanti anni fa a Cuba per poi proseguire in Italia ad inizio nuovo millennio con un unico comune denominatore: lo sport. È quella di un ragazzo come tanti, giunto a Lodi con una valigia di sogni, per giocare a baseball e lavorare. E proprio mentre lavora, come ogni giorno, la sua vita cambia radicalmente in un attimo. Perde la vista, si trova a dove affrontare quel buio che fa paura, quello che spezza le gambe e manda in frantumi tutti i sogni del ragazzone cubano. lui non accetta quel verdetto, ciò che il destino gli ha riservato, e se con lo sport ricomincia a vivere, con l’atletica scopre un Mondo nuovo, conosce un nuovo inizio che lo porterà a trionfare agli europei, ai mondiali e, infine, ai giochi paralimpici.
Da Cuba all’Italia per giocare a baseball, poi un incidente ti ha cambiato la vita e Il buio si è preso tutto. Cosa ricordi di quel momento?
“Fino al 2009 ho giocato a baseball a Lodi, poi nella mia vita è entrato il rugby. Nel 2011, però, tutto è cambiato, la mia vita è finita ed è ripartita da zero e quel momento – prosegue – lo ricordo esattamente come fosse ieri. Stavo tagliando un pioppo e un tronco mi ha colpito in pieno viso, poi la corsa in ospedale, cosciente di tutto quello che stava accadendo e la notizia che non avrei più potuto vedere. Il buio totale, non capivo nemmeno quando fosse giorno o notte e solo quando uscivo sul balcone, con tutti i sensi che lottavano tra loro, avevo un minimo di percezione. Pensa, mi orientavo con il caldo o il freddo che percepivo, Il momento più brutto era quando tentavo di vedere ma non ci riuscivo. La mia consapevolezza – quella che mi diceva Oney devi reagire – mi ha aiutato a rialzarmi in un momento in cui tutto era andato in pezzi. Avevo due bambine piccole, la mia compagna era incinta e ho capito che in quel momento non potevo piangermi addosso, anche se di lacrime ne ho versate davvero tante senza farmi vedere. La mia famiglia e la fede sono sempre state sempre al mio fianco e mi hanno dato la forza per non perdermi nella commiserazione, mi hanno dato la spinta per reagire e ripartire”.
Ripartire dallo sport. L’11 ottobre 2013 realizzi il record italiano nel lancio del disco e tu nemmeno volevi provare con l’atletica leggera o sbaglio?
“Sono stati gli amici – ride – perché io giocavo a goalball e torball, mentre loro continuavano a insistere per farmi provare con l’atletica. Bene, mi convincono e partecipo alla Coppa Italia di Siracusa dove realizzo subito il record italiano con 30.99 metri. Caspita, mi dico, niente male per essere la prima volta che prendevo in mano un disco. Da lì si è aperto un nuovo capitolo della mia vita in cui ho dovuto reinventarmi, partire da zero in un campo per me sconosciuto e che mi ha portato fino ai Mondiali del 2015. Al disco si è aggiunto il getto del peso – prosegue- e proprio in quella rassegna iridata ho capito quanto lavoro dovessi ancora fare per poter competere a certi livelli in campo internazionale.
È stato facile questo passaggio all’atletica leggera e in particolare ai lanci, prima disco e poi getto del peso, o hai incontrato difficoltà?
“Davide, il lancio del disco è tutt’altro che facile, anzi. Io, però, mi ero messo in testa di arrivare alla Paralimpiadi del 2016, quello era il mio obiettivo. Così mi sono dato da fare, ho iniziato a studiare il movimento, la tecnica e giuro che se avessi saputo quanto era complicata come disciplina non ti nascondo ci avrei pensato un po’ di più a imbarcarmi in quell’avventura. Sai cosa ti ripaga di tutto? Sentire suonare l’inno nazionale italiano, come accaduto a Grosseto nel 2016, quando ho vinto l’oro agli europei. Ecco, quello è il momento in cui ti senti orgoglioso di ciò che hai fatto e di tutto il tempo che gli hai dedicato, un ricordo indelebile che porto nel cuore, capace di ripagare in un attimo tutti gli sforzi e le difficoltà incontrate”.
Come Pagine di Sport abbiamo seguito le storie umane e sportive di tanti atleti, la tua a un certo punto arriva a “Ballando con le Stelle”. In quel momento ti hanno visto tutti come un semplice uomo, nessuno ha pensato – come dovrebbe sempre accadere, aggiungiamo – tu avessi una qualsiasi forma di disabilità. Come è stato quel momento?
“Sembra una domanda banale, invece hai toccato proprio il tasto giusto. Quando sono andato in televisione non mi sono sentito trattato diversamente da tutti gli altri e mi è stata data la possibilità di farmi vedere per l’uomo che sono in tutti i giorni della mia vita. Nessuno mi ha fatto sentire diverso, così come nessuno dei telespettatori ha guardato a Oney come a un disabile. Insomma, il messaggio che ha fatto passare quel programma è stato davvero positivo, perché non mi ha fatto apparire per quello da commiserare, bensì per la persona che sono e l’impegno che metto sempre in ogni sfida. Io sono un essere umano che vuole vivere, essere messo in discussione, in quel programma mi sono sentito così. È stato pesante, due coreografie da imparare ogni settimana per una persona non vedente è difficile, io non ci dormivo la notte, eppure qualcuno ha guardato la disabilità? Quella c’è, inutile raccontarci storie, ma è il modo di vederla, la partecipazione dell’essere umano alla quotidianità che cambia il punto di vista. Aggiungo solo una cosa, un ringraziamento per Milly Carlucci che ha scelto di puntare sull’inclusività, capendo come quella scelta coraggiosa sarebbe, poi, stata premiante”.
Intanto, nello sport, continuano i momenti di gloria. Doppio oro europeo nel 2018, con annesso record del Mondo nel disco, argento Mondiale nel 2019, fino alle Paralimpiadi di Tokyo nel 2021 dove conquisti due bronzi. Tutto veramente bello, no?
“Quel che è accaduto in quegli anni è incredibile. Mi sono trovato bicampione europeo e se nel disco ci contavo, nel getto del peso, che per me era qualcosa di nuovo, le incognite erano davvero tante. Quello che per me ha significato di più, per assurdo, sono state le due medaglie di Tokyo, perché venivo dal Covid e da una situazione abbastanza complessa che mi aveva fortemente debilitato. Tutti pensiamo all’oro, a vincere, ma per me in quel momento quelle medaglie hanno avuto un significato davvero importante perché sono arrivate quando non ero al meglio e sono state la gratificazione al termine di un periodo davvero difficile. Poi, quelle Paralimpiadi sono state anche davvero molto strane, senza pubblico, senza tifo, a un certo punto mi sembrava di essere in una sessione di allenamento, tanto era il silenzio attorno. E guarda che per uno che non ci vede, essere a un avvenimento così importante e percepire il vuoto intorno non è facile”.
Dopo succede un qualcosa di cui tu ci vuoi parlare e riteniamo sia giusto dire le cose come stanno per evitare sciocche speculazioni. Ti squalificano un anno per aver saltato tre controlli a sorpresa, un qualcosa che a raccontarne le dinamiche fa sorridere, ma che nella vita di un atleta è inaccettabile. Ora, cosa è accaduto Oney e cos’è l’ormai famoso “whereabouts”?
“È doveroso raccontare quel momento, perché tutti sappiano. Intanto, iniziamo con il dire che è la comunicazione dei luoghi di reperibilità e di permanenza che permette di reperire l’atleta in qualsiasi momento e di pianificare in modo efficiente i controlli antidoping. Il “whereabouts” per una persona non vedente, però, così come è concepito è problematico, perché hai sempre bisogno che qualcun altro compili la dichiarazione al posto tuo, non lo puoi fare autonomamente. Nei tre controlli che dicono io abbia saltato sai dove ero? La prima volta al Gran Prix, la seconda ero alle finali all’Aquila del goalball e la terza stavo andando a un raduno a Castelporziano. La cosa più amara è che in tutte e tre le occasioni chi era con me ha scritto per confermare dove fossi io in quel momento, ma non è servito a nulla. Hanno deciso di squalificarmi, multarmi e io sono stato fermo oltre un anno per questo”.
Cioè, in soldoni non sei risultato mai positivo a nessun controllo antidoping – e in quell’anno ne hai fatti – ma per un mero problema di comunicazione ti hanno squalificato?
“Cosa è accaduto è, realmente, questo. Pensa, soprattutto, a cosa hanno passato le mie figlie. Perché di me possono dire quello che vogliono, ma sapere che a loro veniva detto che il papà era una persona sporca, uno che aveva fatto uso di doping, non è facile da mandare giù. Se ho sbagliato è giusto che paghi, ma è il modo e il sistema che sono sbagliati. Io non ci vedo – ripete – e dipendo da altre persone in questo specifico caso. Se c’è un errore, deve essere prima verificato, poi chiaro che se è malafede o cattiva condotta questa vada appurata e condannata, ma non è questo il caso. Non c’è stata la volontà di approfondire e anche chi ne ha scritto in merito non è andato fino in fondo alla questione, è bastato dire che sono stato squalificato per questo motivo, senza entrare nel merito della situazione”.
Guardiamo al dopo, perché è in quel frangente che hai messo davvero a tacere tutti. Avevi una sola occasione per andare alle Paralimpiadi: vincere l’oro Mondiale a Kobe. Ed è ciò che hai fatto.
“Già, dopo quell’inferno ho avuto quella sola chance per andare alle Paralimpiadi. Sono andato a Viterbo, stile clausura, e grazie al Gruppo Sportivo delle Fiamme Azzurre mi sono lanciato in questa impresa nella quale dovevo in pochi mesi, e in condizioni non certo ottimali, prepararmi a una gara che avrebbe, in caso di risultato negativo, messo la parola fine alla mia carriera. Dopo la vittoria nel Mondiale, la mia testa è andata subito alle Paralimpiadi che per me erano, anche quelle, una gara da dentro fuori. Insomma, ho vissuto quei due momenti come una passeggiata, no? Poi, a Parigi, non è che tutto sia andato liscio, considerato che nella gara del peso non sono riuscito a entrare con la testa e nemmeno con il corpo in pedana. A quel punto mi sono chiuso in camera a riflettere, non volevo nessuno attorno, ero bloccato e dovevo affrontare da solo quel momento. È così che sono giunto alla gara del disco, certo dei miei mezzi e sotto una torrenziale pioggia che sembrava avercela con me. Ancora una volta l’inno italiano e, nuovamente, quel momento che ti ripaga di tutto”.
Lo abbiamo chiesto a tanti tuoi colleghi, ma la domanda è sempre attuale. Tanti genitori si trovano a fare i conti con una disabilità e non sanno che lo sport offre possibilità immense, c’è un Mondo ai più sconosciuto. Da atleta paralimpico e da campione, cosa vorresti dire a loro?
“Partiamo da un presupposto, lo sport è inclusivo sotto tutti gli aspetti. In questi anni abbiamo visto come siano stati fatti enormi passi da gigante in questo senso, stessa cosa e di pari passo è avvenuta con la nostra società. Mi capita spesso di incontrare famiglie che hanno a che fare con la disabilità, io dico sempre loro di non precludersi alcuna strada, non esiste che nel 2025 ci si debba vergognare, è folle. È proprio anche grazie allo sport che si riescono a superare tante barriere mentali, le più potenti. Tanto si è fatto e tanto si sta facendo, la strada è tracciata e anche il nostro impegno, la nostra testimonianza, sono sicuro possano essere di aiuto in questo senso. Non esiste che si ragioni come tanti anni fa, quando l’ignoranza aveva la meglio”.
Los Angeles 2028. Ci sarai o no? A proposito, so che hai un sogno nel cassetto legato ai prossimi Giochi, ce lo racconti?
“Allora, la mia mente ci vuole andare, mentre il mio corpo – dice ridendo – bisogna vedere se è d’accordo. Una motivazione per andarci ce l’avrei pure e anche se resterà solo un sogno potrà essere da sprono anche per me. Sai, mia figlia Michelle – appena quattordicenne e oro agli ultimi Giochi del Mediterraneo Junior – è una ginnasta davvero talentuosa. Il finale più bello per la mia carriera puoi immaginarlo: io che gareggio alle Paralimpiadi e lei alle Olimpiadi. Va bene, è un sogno, ma perché non sognare?
E perché no, Oney? Perché non cullare questo sogno che sarebbe il più bel finale della storia di cui sei diventato artefice? Dal buio alla luce, da quell’incidente a una nuova vita che è stata capace di regalarti e regalare anche a tutti noi tante soddisfazioni. Il tuo sorriso contagioso, quello che hai portato e porti in giro per il Mondo e che rappresenta la forza e il coraggio con il quale hai affrontato ogni sfida. A Los Angeles 2028 ti aspettiamo e speriamo di poter vedere anche la piccola Michelle e chissà cosa accadrà, l’importante è non smettere mai di sognare.
FOTO: da Fispes/ Credits Fispes/Massimo Bertolini