

Intervista di DAVIDE LUGLI
Qualche tempo addietro, in una serata estiva del 2024, parlando con amici ci si chiedeva quali fossero le leggende dello sport italiano e immancabilmente ognuno diceva la sua. In quel contesto, mia moglie mi disse che parlavo spesso di atleti che lei non conosceva e che le sarebbe piaciuto saperne di più. E figuriamoci, mi misi a disposizione e sport per sport cominciai a farle una sorta di lungo elenco: lei nominava una specialità e io gli tiravo fuori un nome con quello che aveva vinto in carriera. Quando arrivammo ai tuffi le raccontai la storia, o meglio la leggenda, di Klaus Dibiasi e lei mi disse che dalle mie parole, frutto non certo mio che nemmeno ero ancora nato ma dei racconti di mio nonno, era stato davvero un grande campione di tuffi. Ecco, in quel momento, mi sentii nuovamente quel bambino che avrebbe voluto conoscere il campione e nacque questa sorta di intervista immaginaria. Un anno più tardi, contattai la gentilissima Laura Schermi – la moglie di Klaus – che senza alcun indugio mi diede il numero del marito. “Diamoci del tu” e, come sempre, comincia così una chiacchierata in cui un tre volte campione olimpico racconta la sua storia a un bambino forse un po’ troppo cresciuto, ma sempre con l’emozione di parlare con un mito dello sport, quel Klaus Dibiasi capace di dominare il trampolino 10 metri in tre edizioni consecutive delle Olimpiadi vincendo altrettante medaglie d’oro ai Giochi.
Klaus, prima di tutto, da dove ha genesi la tua epopea sportiva?
“Inizia in primis a Bolzano, dove mio papà fu prima ginnasta e poi tuffatore. Aveva partecipato nei tuffi alle Olimpiadi del ’36 a Berlino e poi, qualche anno dopo, si trasferì con tutta la famiglia a Solbad Hall, in Austria, per diventare Direttore della locale piscina scoperta. Di fatto, io sono nato all’interno di quest’ultima, ma proprio dentro in quanto avevamo lì la casa e mi bastava aprire la porta per trovarmi davanti al trampolino. Tant’è che una volta, da bambino, feci prendere a papà un mezzo infarto perché mi ci arrampicai e arrivai fin sul ciglio della piattaforma dei 10 metri. Quando ricordo quel momento penso sempre a mio padre, forse ci avrà visto qualcosa perché non ne fu affatto sorpreso”.
Con i tuffi hai iniziato molto presto e nemmeno diciassettenne hai partecipato alla tua prima Olimpiade: Tokyo 1964. Come è stata quell’avventura conclusa con uno splendido argento vissuta da ragazzino?
“Venivo dall’oro ai Giochi del Mediterraneo del ’63 e per me fu un’esperienza meravigliosa. A Tokyo si girava solo in bicicletta – c’era già quello che da noi è l’odierno bike sharing – e la piscina dei tuffi era bella, grande, mai vista prima una così attrezzata. Fui battuto dal campione di Roma ’60, lo statunitense Robert Webster, ma per me quell’argento ebbe il valore di un oro tanto per il contesto in cui maturò che per la mia giovane età. Fu un momento indimenticabile, anche per le scosse di terremoto che erano diventate parte della quotidianità”.
Dopo quei Giochi arrivano prima l’oro europeo del ‘66 e, successivamente, il primo magico successo alle Olimpiadi di Città del Messico ’68. Se Tokyo fu indimenticabile, come fu quella seconda edizione a cui partecipasti?
“Prima di tutto, in Messico, arrivammo addirittura un mese prima dei giochi. Fu una scelta coraggiosa rivelatasi, poi, vincente, perché potei allenarmi in maniera costante e progressiva, giungendo infine al meglio della forma alla gara chiave del trampolino da 10 metri. Di quel giorno, ricordo in particolare il tifo da stadio – i messicani sono un pubblico caldo quanto estremamente sportivo – rivolto verso l’idolo locale Álvaro Gaxiola. Io, come ho anticipato, arrivai veramente in condizioni strepitose e dopo l’argento nella gara dai 3 metri, senza nascondermi più di tanto, ambivo decisamente alla medaglia d’oro. Sai, nei tuffi basta anche solo sbagliarne uno per compromettere il risultato finale; pertanto, sapevo che avrei dovuto dare il massimo e mantenere fino in fondo la concentrazione. Fui perfetto e all’ultimo tentativo giunsi già con un discreto margine proprio su Gaxiola, un vantaggio tale da potermi anche rilassare un po’ e godermi la vittoria finale con anticipo”.
Dopo l’oro bis a Monaco ’72, ne arriva un altro, il terzo consecutivo, a Montreal ’76. Forse, quello più bello per come è maturato e per il ruolo da te ricoperto nell’occasione o sbaglio?
“Prima delle Olimpiadi in Canada ebbi una forte infiammazione al tendine di Achille. Quella circostanza non solo mise in dubbio la mia partecipazione, ma di conseguenza anche il ruolo che i Dirigenti volevano affidarmi come Alfiere italiano. Pensai, quando mi ricapita più? Strinsi i denti, andai, ma quando partecipai alla gara dal trampolino, sotto l’effetto del cortisone, fu tutto veramente difficile a causa del dolore lancinante e del controllo motorio alterato. Non andai oltre un mesto ottavo posto. Per la gara dalla piattaforma scelsi, invece, di tenermi il dolore e non fare alcuna iniezione, così da avere la piena padronanza dei miei tuffi. Grande avversario in quella gara fu Greg Louganis, giovane, promettente, uno che di lì a poco avrebbe fatto la storia sia dai tre che dai dieci metri. Arrivò in finale come primo delle eliminatorie, ma commise proprio nella gara decisiva un errore importante che gli costò l’oro. Io, invece, pur con tanti limiti, fui perfetto. Fu la più bella gara della mia vita, una soddisfazione immensa conquistare il terzo oro consecutivo e in quelle condizioni davvero precarie. Quello fu davvero il mio gran finale, contro un ragazzo sedicenne che ritengo sia diventato il mio erede e anche di più. Greg ha, da quel momento, vinto tutte le gare alle quali ha partecipato segnando un’epoca e dimostrando, senza dubbio, di essere davvero il più forte al Mondo”.
Hai partecipato, e vinto l’oro, in tre edizioni dei Giochi consecutivi, caratterizzate tutte da profondi cambiamenti geopolitici e anche propri nello sport stesso. Com’è cambiato quest’ultimo da quegli anni ad oggi?
“Partiamo da un principio. C’è chi paragona lo sport odierno di quei tempi ad oggi, il che è profondamente sbagliato. Sono due epoche diverse, imparagonabili tra loro proprio per l’evoluzione di cui quest’ultimo è stato oggetto. È sotto gli occhi di tutti, basti pensare al calcio diventato molto più tecnico e fisico negli anni. Nei tuffi, prendo il mio sport come base, l’Italia aveva un ruolo quasi dominante, dove io e Giorgio Cagnotto siamo stati protagonisti, conquistando titoli e realizzando imprese oggi difficilmente ripetibili, ma unicamente perché c’è stata, appunto, un’evoluzione anche a livello geopolitico. Basti pensare agli atleti cinesi, oggi dominanti, che solo alle Universiadi del ’79 fecero la loro comparsa nei tuffi. Prima, non li avevamo mai visti disputare competizioni internazionali nella nostra specialità e già allora fecero vedere qualcosa di nuovo”.
Ecco, i cinesi, quelli che oggi dominano in lungo e in largo, dove fa meno notizia una loro mancata vittoria piuttosto che lo stillicidio di ori tra Olimpiadi e Mondiali. Da dove nasce questa loro egemonia?
“Partiamo da quelle Universiadi a cui facevo riferimento. Prima di esse, gli atleti cinesi non potevano partecipare in manifestazioni internazionali e quando si presentarono misero in mostra qualcosa di strabiliante per quel tempo. Certo, avevano bisogno di affinare e lavorarci sopra, ma si vedeva che c’era già una base. Per spiegarmi, però, è necessario fare un passo indietro a quel periodo in cui cambiarono anche i materiali utilizzati grazie, in particolare, all’immenso Horst Gorlitz che fu un precursore di tecnica e didattica. Era il nostro allenatore federale ma anche un ingegnere aeronautico – fa sorridere questa cosa – che grazie alla sua conoscenza della materia si mise a lavorare per la Federazione Internazionale con il fine di migliorare la struttura del trampolino e della piattaforma. Se da un lato ci fu una miglioria dei materiali, dall’altro si passò da una preparazione atletica basata sui salti, come quello in alto o in lungo, e sull’acrobatica, ad una più incentrata sulla pesistica. A tal proposito, se capita guardate le cosce degli atleti odierni e confrontale con quelle di chi, ai tempi, faceva tuffi. È palese una costruzione del corpo totalmente diversa. Tornando a noi, come occidentali abbiamo caratteristiche del corpo che negli orientali sono totalmente assenti, come ad esempio la nostra curva lombare che non aiuta affatto e che, invece, a loro manca completamente. Infine, perché sarebbe troppo facile, è necessario evidenziare che non si tratta solo di differenze puramente di struttura fisica, che aiutano certo, ma anche di selezione e programmazione. In questo, loro, sono stati davvero bravi”.
A proposito di preparazione, qual è l’età giusta per iniziare con i tuffi?
“Facciamo una premessa doverosa. Per ogni cosa ci sono un’età e un percorso, non è che uno sale su un trampolino, o una piattaforma, e comincia a tuffarsi. Ci sono degli step che vanno seguiti e bisogna cominciare assolutamente da una buona base natatoria di acquaticità. Indicativamente, siamo dai sei anni in su per iniziare, ma tutto è relativo. Cosa davvero importante è che non si devono bruciare le tappe e sai perché? Perché questa mentalità dell’arrivare a ogni costo porta solo, nella maggior parte dei casi, a un abbandono precoce dello sport e questo non fa affatto bene a tutto il movimento”.
In ottica Los Angeles 2028, visto che abbiamo parlato tanto di Olimpiadi, come è la situazione italiana?
“Abbiamo atleti di altissimo valore. C’è molta concorrenza, questo è bene sottolinearlo. A livello junior i nostri ragazzi si piazzano sempre tra i migliori della categoria, chiaro poi che c’è un salto considerevole, altrove c’è un passaggio intermedio, quando si arriva tra i “grandi” che non sempre è facile affrontare. Sono convinto che abbiamo le carte in regola per fare davvero bene, sempre con le incognite di non poter sapere oggi come arriverai a un appuntamento previsto tra più di due anni. Bisogna lavorare sodo, programmare e farsi trovare pronti, per poter raccogliere i frutti di un lavoro che dura quattro anni e che ha tante tappe intermedie”.
Dopo Klaus e Giorgio l’attenzione verso i tuffi è scemata, a cosa è dovuta questa disaffezione verso questa specialità che tanto ha regalato allo sport italiano?
“Vedi, è sbagliato. Tante volte ho sentito dire che dopo il mio ritiro e quello di Giorgio non ci fosse più niente, ma non è assolutamente vero. Forse, come dici tu, è l’attenzione verso i tuffi come sport che è venuta meno, ma ci sono stati e ci sono, anche attualmente, tanti altri atleti di assoluto valore che si sono distinti a livello europeo, mondiale e olimpico. Con l’era di Tania Cagnotto, poi, si è nuovamente riacceso l’interesse per i tuffi. Certo, se paragoniamo i numeri dei tuffi al nuoto, ad esempio, c’è un abisso in termini di praticanti, ma questo è strettamente legato alle limitate strutture disponibili. Abbiamo il complesso dell’Acqua Acetosa che è stato chiuso per vent’anni e in cui oggi la Federazione ha investito tanto per i nostri giovani. A Trieste e Bolzano, dove ci sono Giorgio e Tania, abbiamo due centri federali importanti dotati di ottime strutture e presentiamo atleti che in ogni competizione sono sempre tra i migliori”.
Oggi, lo sport italiano viene anche giudicato per cose che con quest’ultimo nulla hanno a che vedere. C’è chi viene accusato di non essere italiano e chi, pensiamo agli atleti paralimpici, è ancora oggi considerato un atleta di serie B. Qual è il tuo pensiero in merito?
“Mi viene da sorridere – in effetti è proprio così e ci siamo fatti una risata per davvero – perché penso, semplicemente, che tutto questo nasca unicamente dalla follia generata, oggi, dai social. Lo sport deve essere inclusivo e non certo divisivo. I nostri atleti si allenano per una vita e quando ascoltano l’inno italiano lo fanno con le lacrime agli occhi, sono orgogliosi e attendono quel momento magico da una vita. Insomma, di che cosa stiamo parlando? Ho visto, e allenato, ragazzi con disabilità che fanno letteralmente cose straordinarie, ci mettono il doppio dell’impegno per arrivare al proprio obiettivo e pensare che qualcuno li discuta ancora è incredibile, assurdo. Come è assurdo disquisire di questioni territoriali, quando nemmeno si conosce la storia. Caspita, l’Alto Adige fa parte dell’Italia da dopo la Prima guerra mondiale e dopo oltre cento anni ancora con la storia che non ci sentiamo italiani o, peggio, che non lo siamo. Io, tutte le volte che ho sentito l’inno di Mameli mi sono emozionato, vedo fare lo stesso a bambini quando capita loro di ascoltarlo al termine di qualche gara. Diverso è che qualcuno, come il sottoscritto, è meglio proprio non lo canti, ma semplicemente perché sono stonato come una campana e rischierei di rovinarlo. Però, l’orgoglio che ti entra dentro quando sali su un podio e senti che risuona per te è qualcosa di unico e indimenticabile”.
Einaudi disse: “Conoscere ciò che è vivo in noi del passato aiuta a comprendere il presente e a preparare l’avvenire”. Perché oggi ci si dimentica di grandi campioni che hanno fatto la storia dello sport?
“Perché siamo vecchi – ride, dicendolo – e non interessiamo più. Oggi, i ragazzi guardano mediaticamente il campione, lo vivono nel momento e lo dimenticano altrettanto in fretta quando smette di essere in voga. Figurati se citi uno come me che proviene dagli anni ‘60/’70. Ricordo, anzi, con piacere – e anche noi – i fumetti di Topolino che uscivano in quegli anni, quando Paperino si tuffava e venivo citato io. Accadeva con tanti, a seconda dello sport, basti pensare ai Mennea, Berruti, Pamich, atleti straordinari, leggende che hanno letteralmente scritto e cambiato la storia. Successivamente, si è passati dal Dibiasi alla Tania Cagnotto per questione di epoche. Io, ora, sono solo quello che faceva i tuffi e basta, anche se qualcuno, ogni tanto, si ricorda ancora di me”.
Ecco, su quest’ultima frase abbiamo interrotto Klaus, perché non siamo assolutamente d’accordo con quel che ci ha detto. Sì, certo, era quello che “faceva i tuffi”, ma oggi è molto di più, una leggenda, e su questo non ci può essere discussione alcuna. Quel che ci ha raccontato meriterebbe molto di più di questo semplice scritto, figlio di un’ora di conversazione in cui abbiamo spaziato dai suoi inizi, sino a parlare dello sport ai giorni nostri in un viaggio nel quale, Klaus, non si è certo risparmiato in aneddoti e interessanti spiegazioni tecniche che possiamo assicurarvi sono molte di più di quelle riportate. Abbiamo conosciuto un campione che ha portato lustro allo sport italiano e che, ancora oggi, non smette di emozionarsi nell’insegnare ciò che nella sua vita di atleta ha imparato. Tre medaglie d’oro consecutive in altrettante edizioni delle Olimpiadi, per tutti si chiama Klaus Dibiasi, per il Mondo intero è un’assoluta leggenda dello sport italiano. In chiusura, e non da meno, un grazie di cuore a Laura Schermi, atleta, campionessa e moglie di Klaus, che ci ha permesso di realizzare questa intervista e ha realizzato il sogno di un bambino un po’ troppo cresciuto.
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