

Recensione di A.C. Professore di Lingua e letteratura Italiana e Latina, giornalista e appassionato di sport
Titolo e sottotitolo dell’ultimo libro di Gianluca Atlante, LAb DFG Editore, vanno scritti e letti insieme: VINCENZO D’AMICO. VOLEVO GIOCARE NELLA LAZIO. Vanno scritti e letti insieme perché Vincenzo D’Amico e la Lazio non si possono scindere. Lo dice bene, nella prefazione, Bruno Giordano che della Lazio è stato uno dei punti di forza: “Vincenzo rappresenta la Lazialità. Penso che sia tra i primi tre personaggi nella storia della Lazio”.
D’Amico ha esordito in Serie A con la maglia biancazzurra che non aveva ancora compiuto diciannove anni. E a meno di venti è diventato campione d’Italia, con quella squadra forte e litigiosa, guidata da Tommaso Maestrelli, che ha portato alla Lazio il suo primo scudetto. Con la Lazio Vincenzo D’Amico ha totalizzato 296 presenze e realizzato 40 reti. Se ne è distaccato solo per una stagione, quando per esigenze di bilancio venne ceduto al Torino; ma la parentesi è durata solo un anno, poi ancora Lazio, la sua casa sportiva, che ha lasciato solo quando le sue ginocchia cominciavano a scricchiolare e, per non abbandonare di colpo la sua grande passione, ha concluso la carriera alla Ternana in C2. Un giocatore d’altri tempi. Un calcio d’altri tempi.
Gianluca Atlante nel suo libro, edito da Lab DFG, ripercorre la vicenda sportiva e umana di Vincenzo D’Amico. Parte giustamente da Latina, un altro dei punti fermi della sua vita, dove D’Amico è nato nel 1954 e dove ha iniziato a giocare a calcio con la squadra del COS, l’Oratorio Salesiano, nella quale ha avuto come compagno e amico Bruno Conti, futuro campione del mondo nel 1982 (quanti campioni sono spuntati negli oratori!). Il racconto continua ripercorrendo tutta la vita sportiva di D’Amico, sino all’abbandono dell’attività agonistica ed il passaggio al nuovo ruolo di commentatore tecnico per la RAI e si conclude con la prematura scomparsa di D’Amico il 1° luglio del 2023 e il suo ritorno definitivo alla natia Latina.
Per tratteggiare la figura umana e sportiva di Vincenzo D’Amico, l’autore utilizza, oltre ai dati squisitamente tecnici, i ricordi e le testimonianze dei suoi famigliari e di tante persone che ne hanno condiviso il percorso sportivo o che con lui hanno avuto rapporti di amicizia. La figura che emerge è anzitutto quella di un ragazzo, prima, e di un uomo, poi, sempre un po’ “giocherellone, uno spirito libero, a cui piaceva godersi la vita, e che aveva sempre una battuta pronta” per usare le parole del suo compagno di squadra e amico Franco Nanni. Commovente il ricordo del primo figlio, Matteo: “È stato un padre affettuosissimo e divertente. Era nella vita, come lo era in campo: un fantasista” con una: “meravigliosa leggerezza nelle situazioni più serie, la capacità di sdrammatizzare sempre e comunque. Lui si è fatto guidare più dal suo estro che dalla razionalità”. Una leggerezza e un’ironia testimoniata dal suo perenne sorriso, limpido e spontaneo: nella vita, sui campi di calcio, con il microfono della Rai in mano.
Se questo è il ritratto umano, quello sportivo è altrettanto splendido. “Vincenzo era il calcio – sintetizza Bruno Conti. – Vincenzo la palla la faceva cantare”. È vero che talvolta esagerava, che andava “sempre un po’ oltre”, che spesso arrivava in ritardo agli allenamenti, ma questo apparteneva alla sua natura di uomo libero. I tifosi lo capivano e lo amavano anche per questo.
Impegnativo il giudizio di Ciccio Graziani sul suo amico Vincenzo: “Ho visto due grandi talenti nel calcio italiano dei miei tempi: uno era Gianni Rivera, l’altro era lui”. Se l’accostamento a Gianni Rivera a qualcuno può sembrare eccessivo, ce n’è uno ancora più impegnativo: il 28 settembre del 1977, al termine della partita contro i portoghesi del Boavista, Ciccio Cordova e l’allenatore Luis Vinicio lo definirono addirittura “il Pelè bianco”. Rincara il concetto Italo Cucci nella postfazione del libro: “Un giocatore dalle qualità sopraffini, ne ho visti pochi come lui nella mia vita. Penso Diego Armando Maradona, a giocatori che con il pallone tra i piedi sapevano incantare. Lui faceva di più, perché riusciva a venir fuori da qualsiasi situazione con estrema naturalezza, con la convinzione di essere il più forte e quindi di potercela sempre fare”.
Un campione assoluto, insomma. Che non ebbe mai, però, la soddisfazione di indossare la maglia azzurra della Nazionale. Forse per incompatibilità di carattere con Enzo Bearzot, forse per qualche suo atteggiamento un po’ troppo “libero”, ma anche perché in quegli anni la concorrenza non mancava. Viene da pensare: quanto servirebbe oggi alla nostra Nazionale un giocatore come Vincenzo D’Amico!
Un libro, quello di Gianluca Atlante, che piacerà certamente ai tifosi della Lazio, che vi troveranno, accanto alla bella figura di D’Amico, resa ancor più viva dal nutrito repertorio fotografico, tanti altri giocatori che hanno fatto la storia della Lazio. Ma piacerà anche a chi ama lo sport, a chi nello sport privilegia le persone vere, con i loro limiti, ovviamente, ma soprattutto ricche di umanità.